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In primo piano, Max Casacci.

In primo piano, Max Casacci.

Dal 1989 al Babilonia alla Focara nel 2016. Max Casacci, il Salento, i Subsonica: l'intervista

Parla il fondatore del gruppo che in 20 anni ha segnato un pezzo di storia della musica italiana. Domenica 17 è in programma il concerto a Novoli. Dagli esordi alla scomparsa di David Bowie, sul filo della memoria

LECCE – Nell’ampio cartellone musicale allestito in occasione della Focara, a Novoli, il concerto dei Subsonica (domenica 17 gennaio) si colloca come un evento di sicuro richiamo.

La band torinese, al di là della fama che ha giustamente conquistato nel panorama della musica italiana e non solo, ha un profondo legame con il Tacco d’Italia. Protagonista di questo intreccio tra esistenza individuale, percorso artistico e luoghi che si possono definire dello spirito è soprattutto Max Casacci, chitarrista del gruppo.

Il concerto a Novoli è stato definito quasi al volo. Quanto ha influito il vostro feeling con il Salento in questo fuoriprogramma?

“Siamo molto attratti da tutto ciò che ha una peculiarità, che non è una semplice piazza per concerti, da nomi particolari e da eventi particolari. In più c’è il valore aggiunto della forte familiarità che oramai ciascuno di noi ha con il Salento. Nonostante questo devo dire che, seppur lo frequenti da circa 30 anni assiduamente, non conoscevo la Focara o meglio non avevo compreso che portata di suggestione abbia. E ti dico che mi dispiace molto il fatto di non poter essere presente all’accensione del fuoco perché saremo in concerto a Bologna”.

A dicembre è partito un tour esclusivamente per i club. Dopo 20 anni cercate una dimensione più intima?

“Il piacere di ritrovare i club è fisiologico, quel tipo di sensazione abbiamo continuato a provarla ma non in Italia, saranno almeno sette anni che non facciamo un club tour. Quando usciamo in città straniere, a parte a Londra dove abbiamo anche duemila spettatori, non andiamo a suonare nei palazzetti, ma solo nei club. Volevamo riprovare questa sensazione anche in Italia".

"Ti dico anche che c’è un’altra motivazione: entrando nel ventennale – poi esprimeremo meglio questa celebrazione in alcuni eventi mirati, pochi, durante l’estate - ci faceva piacere trovarci di fronte a un pubblico che nasceva con noi quando usciva il nostro primo disco: un sacco di ragazzi allora avevano 18, 20 anni. Questa storia non è scontata raccontarla perché credo che i più giovani abbiano una concezione confusa, sovrapposta di questo percorso e solo l'intimità di un club può permetterci di fare una cosa di questo genere, attraverso una storia per tappe, quindi con tre brani per ciascun album fino a riavvolgere tutto il filo". 

Che tipo di concerto attende il pubblico salentino, domenica?

"In realtà abbiamo pensato per un evento come quello Focara, considerando anche il tempo a disposizione, un concerto che mescola vecchio e nuovo, più simile a quello da piazza.  Brani come Dentro i miei vuoti, Incantevole, insomma  le cose intermedie che stanno a loro agio in contesto di club, forse in questa occasione necessariamente più dispersiva, più d’impatto, sarebbero sacrificati. Sarà un concerto di grande intensità".

Nel consueto “messaggio presidenziale” di fine anno, comparso sul sito ufficiale, hai anticipato un 2016 particolare. In che senso?

“Stiamo sfruttando questo passaggio intermedio tra l'uscita dell'ultimo album e l’avvio lavori successivi per sfogare le necessità artistiche individuali. Queste cose non hanno un ordine, nascono da un caos interiore però a questo giro forse iniziamo a percepire queste esigenze in modo più coordinato: tutti quanti noi lavoriamo a progetti paralleli, chi a nome proprio, chi come nel mio caso con collettivi con altre denominazioni integrando anche altre figure, più o meno nello stesso periodo. Io credo sia interessante anche per chi ci segue da tempi più recenti capire quali sono le singole sfaccettature, le tessere che compongono questo mosaico che sono i Subsonica”.

Ma qualcuno teme che sia il preludio di una storia che si avvia verso la fine.

“Devo dirti che per la prima volta le singole esigenze non intralciano la dimensione del gruppo anche solo in termini di calendario, di organizzazione del tempo. Anzi, mai come in questi anni quando ci ritroviamo sul palco lo facciamo in una bella atmosfera, è tutto più rilassato. Compiere 20 anni ha sempre i suoi vantaggi: da un lato c’è il rischio di riproporre sempre la stessa formula, oltre tutto non ci sono molti gruppi nel panorama della musica italiana ad avere una storia così longeva con la stessa formazione.  A parte il bassista che dopo due anni è uscito dal gruppo, ma per scelta propria di vita, sono almeno 18 anni sempre insieme a tener botta. Per rispondere alla tua domanda più che legittima, ti dico che l’unico metro di misura per valutare la tenuta del progetto è quella della percezione che hai  quando ci si ritrova insieme e ti ripeto, mai come in questi tour che hanno accompagnato Una nave nella foresta è stata coesa, piacevole e amichevole”.

subsonica - foto di chiara mirelli-2 Qual è il concerto del cuore di Max Casacci, quello che racconteresti a tua figlia come il più bello?

“Indimenticabile la prima volta nel Salento, con gli Africa Unite. Era il 10 agosto del 1989, il secondo anno di apertura del Babilonia. Io facevo il tecnico del suono ma in quella fase sostituivo il bassista. Conobbi così il Salento, dalla prospettiva di Torre Sant’Andrea ed è stato emozionante tornarci molti anni dopo con i Subsonica”.

“Venendo a tempi più recenti, il concerto di Roma di questa estate è stato tra i più intensi di sempre perché credo che il gruppo abbia maturato una forma live superiore a quella degli anni precedenti. Sentire che le cose girano bene dal punto di vista energetico, del trasporto sul palco, è una cosa che se non perdi colpi a 20 anni ci arrivi, ma non è così scontato”.

“Tutti i concerti del cuore corrispondono a quelle tappe del percorso in cui le cose hanno iniziato a girare nel modo in cui ci aspettavamo: dal primo club riempito a Recanati nel 1999, all’allora Filaforum di Assago in cui per la prima volta un gruppo indipendente arrivava a fare dei risultati del genere. Dai concerti per don Gallo, al Primo Maggio di Taranto al primo sold out a Londra con i bagarini fuori. Sono tanti i ricordi”.

“Pensando a mia figlia ho nel cuore il concerto sulla terrazza di Piazza Duomo (1 luglio 2014, ndr), c’era anche lei, a un certo punto l’ho presa per fare l’inchino con noi e credo che quando più avanti si rivedrà con tutta quella folla sotto, sarà un bel ricordo”.

Su facebook hai postato, a proposito dalla scomparsa di David Bowie, queste parole: “E se penso a quanta gente pronuncia il termine pop con sciatta incoscienza”. Perché?

“David Bowie quando eravamo bambini aveva un fascino che andava al di là della qualità musicale, un personaggio incredibile. Se devo immaginare nel pantheon delle rockstar la figura che mi ha attratto di più, penso proprio a Bowie, con tutti gli annessi e connessi, anche nella parte non rigorosamente musicale, e quindi la fascinazione per quel mondo, per il rock. Ho scritto quella frase perché il mondo dopo di lui mi fa sentire vecchio, sembrava un personaggio eterno, immortale. Devo dire che c’è questo grosso equivoco per cui a un certo punto si è cercato di nobilitare quella che era una musica semplice, elementare, diretta a certe categorie di mercato chiamandola pop, ma per quanto mi riguarda il pop è una cosa completamente diversa, che non rinuncia a essere opera d’arte, è una sintesi di linguaggi non solo sonori che prendono la forma di una canzone. E’ lo specchio del proprio tempo il pop”.

“Faccio sempre fatica a vedere chiama la musica leggera pop solo perché fa un po’ più figo. Sono due cose diverse: il pop non deve per forza essere complicato, può anche essere una cosa semplice e lineare, penso a tante canzoni dei Beatles, però dietro ci deve sempre essere un senso di appartenenza al proprio tempo, la consapevolezza di avere un ruolo. Le canzoni trasportano un pezzo di memoria, delle volte lo fanno anche inconsapevolmente e meglio di quelle che appartengono a circuiti più impegnato. Fare canzoni secondo me dovrebbe corrispondere anche a un’assunzione di responsabilità. Non mi si possono sprecare occasioni solo perché certe canzoni vengono richieste in un modo che deve entrare per forza in sintonia con i contenitori. La musica da quindici anni a questa parte ha finito per avere meno peso”.

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