Sabato, 18 Settembre 2021
Cultura Novoli

Ma per me la fòcara resta un rito da custodire geloso

E non sono di Novoli...

Il fuoco, inno alla purezza e al cambiamento, segnalibro delle stagioni nell'enciclopedia della vita, scansione del tempo, nella sua paradossale mutabile immutabilità. Ma anche maestoso gioco di luci che volteggiano nel cielo e che incantano, estasiano. La focara, rituale antico, di cui non si conosce la data di nascita, l'evento che "brucia" Novoli, tradizione contadina tramandata di padre in figlio, diventata avvenimento di tutti nel tam-tam mediatico che produce l'affare a tutti i costi, fino a fagocitarne il significato più reale e intimo di una comunità, digerirlo e poi rimetterlo in moto in formato globale.

A noi, che non siamo novolesi, ma salentini di altri lidi, fratelli spirituali di questa grande famiglia (che non significa Grande Salento, secondo terminologie attualmente in voga, che travalicano la storia e le accezioni più serie sulla denominazione di questa terra antica e brulla) piace osservare il fuoco che brucia da secoli e meditare con l'incantato ed il rispettoso distacco del visitatore attento a non sfiorare neanche una fascina, la memoria storica altrui, senza violarne il significato ed attribuirne altri che non gli appartengono.

La fòcara, un evento che si rinnova, nel segno di Sant'Antonio Abate, protettore della gente di Novoli. Me la ricordo qualche anno addietro, quando ci andavo in auto con gli amici, per rimanere qualche ora incantato di fronte alla pira che arde, e poi chiedermi il perché, e tornare a casa - da perfetto e umile ignorante - a cercare sui libri spiegazioni sul rito, capire, percepire, possibilmente spiegare a chi, a digiuno come me, mi domandava. Oggi arrivano da ogni dove a darmi spiegazioni e significati che non convincono affatto.

Dio, che bellezza quei tempi.

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