Cultura

Rosencof, il sopravvissuto. "Scrivere è resistere"

Sembra impossibile che un uomo sia stato in grado di sopravvivere in una cella 13 lunghi anni, bevendo la propria orina e mangiando insetti, per il reato di essere uno dei fondatori dei Tupamaros

Mauricio Rosencof.

di Luisa Ruggio

Sembra impossibile che un uomo sia stato in grado di sopravvivere in una cella - un metro per due - tredici lunghi anni, bevendo la propria orina e mangiando insetti, per il reato di essere un intellettuale tra i fondatori dei Tupamaros durante la dittatura militare in Uruguay. Eppure è sopravvissuto Mauricio Rosencof, ora assessore a Montevideo, in visita a Lecce nell'ambito della rassegna "Salento Negroamaro" che ha ospitato un'importante retrospettiva della sua opera poetica e narrativa.

Risponde alle domande con sguardo sereno, lo sguardo di chi è progettato per la memoria. In cella, racconta, si salvò dalla follia affidandosi al potere dell'immaginazione e alla scrittura clandestina che affidava alle cartine da tabacco poi nascoste abilmente, rischiando la tortura e la morte, tra le pieghe dei calzini sporchi da mandare a casa. Il suo romanzo, "Le lettere mai arrivate", è la storia dei suoi parenti, ebrei polacchi, intrecciata ai ricordi della sua prigionia ma soprattutto al duro lavoro di salvataggio che dovette compiere in condizioni disumane per garantirsi la dignità delle parole.

- E' vero che lei si procurava le sigarette, e quindi la carta per le sue parole clandestine, scrivendo lettere commissionate dai suoi stessi carcerieri?

"Sapevano che ero soprattutto uno scrittore, questo per loro significava poter sedurre delle belle ragazze. Mi chiedevano di scrivere le lettere d'amore e mi pagavano con le sigarette. Non fumavo quelle sigarette, le sezionavo per ottenere un minuscolo pezzo di carta dove poter scrivere davvero".

- Cosa scriveva, "davvero"?

Poesie soprattutto. Impressioni. Sogni. Appuntavo qualunque cosa. E imparavo una cosa molto importante: la sintesi. Perché (e qui Rosencof marca sorridendo, n.d.r.) quando hai strumenti così scarsi e materiale in eccesso, non puoi fare altro che scegliere soltanto le parole necessarie, scartando tutte le altre. La carta da tabacco non ti permette neanche di fare il punto e a capo, sul più bello finisce. E, allora, non ti resta altro da fare che arrivare subito al centro delle cose, dei fatti, alla sostanza. Al cuore.

- "Non c'è scrittura se non c'è un problema", diceva Marguerite Duras che fece anche parte della Resistenza nella Francia del secondo conflitto mondiale. Questo spiega tutte le lettere, soprattutto quelle mai arrivate e quindi il suo romanzo. Ma si può leggere in questa chiave anche la nascita di nuovi generi letterari?

Sì. Assolutamente. Si può e si deve. Nel mio romanzo ho cercato di ricostruire l'epistolario che i miei genitori conservavano come una reliquia. Si trattava delle lettere che giungevano da Belzitse, in Polonia, il luogo d'origine della mia famiglia. Laggiù erano rimasti i nostri parenti e smisero di scriverci quando Hitler invase la Polonia, finirono tutti ad Auschwitz e Treblinka.
Quelle lettere documentavano una vita fatta di cose e avvenimenti semplici che scandiscono il nostro tempo su questo mondo. Le lettere sono una scrittura che nasce da un problema. E mi venne in mente quando in cella ricevetti una lettera di mia figlia, che all'epoca aveva solo sette anni. Ho pensato che le lettere si oppongono all'oblio. Come tutta la scrittura.
Chiaramente il problema, la dittatura, ha creato un sottobosco di creatività necessaria in America Latina. Un nuovo genere di romanzo che si avvale del simbolismo magico, della metafora, non è altro che un parlare in codice, un testimoniare tra le righe.
C'erano gli esiliati, e quelli scrivevano a briglia sciolta. Poi c'erano quelli che non potevano lasciare il Paese, sono stati costretti a inventarsi un nuovo modo di scrivere. E questo è bellissimo.

- E' bellissimo anche il modo in cui lei comunicava col suo vicino di cella, Raùl Sendic, che insieme a lei è tra i fondatori del Movimento di Liberazione Nazionale. E' vero che avevate inventato un codice morse anche per giocare a scacchi?

Scandivamo le lettere dell'alfabeto e il tempo battendo le nocche delle dita contro il muro, questo ci ha aiutato a non perdere di vista il tempo come invece accadde a molti compagni che impazzirono per via delle condizioni di detenzione.

- Quando un uomo fiuta la morte si aggrappa più che può alla bellezza, perché - come diceva Dostojevsky - è questo che dovrebbe salvare il mondo, anche il mondo di un singolo uomo, secondo il Talmud. A quale bellezza lei si è aggrappato in quella botola?

Immaginavo di riabbracciare le persone che amavo, che amo. Immaginavo di ritrovare i loro volti, di sentire ancora il loro abbraccio, quel calore, quella pace. Immaginavo che le lettere potessero portare conforto, speranza, verità. E, come quel filosofo greco, mi dicevo che tutto sommato la morte non c'è finché ci siamo noi e del tempo in cui non ci saremo non dobbiamo affatto preoccuparci. Alla bellezza che è dentro di me, mi sono aggrappato. Ecco tutto.

- Cos'è la Scrittura?

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