Terzapagina. "Canzoni contro la natura": lo sguardo rock sull'oggi degli Zen Circus

L'ultima fatica del gruppo italiano arriva dopo l'esperienza fortunata da solista di Andrea Appino culminata con la Targa Tenco. Suoni cupi, ritmi incalzanti e la solita critica feroce alla società, alla politica e alla crisi

Un po' fedeli a se stessi, un po' immersi in un cambiamento che sa di evoluzione. Con la rabbia sempre presente, ma dove l'ironia sadica cede il passo ad una critica feroce e disincantata della realtà. Si potrebbe sintetizzare in questo modo "Canzoni contro la natura", ultima fatica degli Zen Circus. Ma, allo stesso tempo, sarebbe riduttivo liquidare l'ultimo capitolo musicale di una delle band dell'indie italiano tra le più interessanti in circolazione.

C'è chi dice che la band sia troppo uguale a se stessa e che, alla distanza, nonostante straordinarie intuizioni e potenzialità, le attese non siano mai davvero ripagate. Invece, esiste una evoluzione e parte dalla forma. Non poteva essere diversamente se si pensa che il gruppo si è fermato per qualche mese, facendo spazio alle singole esperienze di ciascun componente dopo il precedente "Nati per subire". E, in particolare, Andrea Appino, ha utilizzato quel tempo per un album solista, pieno di spunti, che ne ha migliorato le doti di scrittura e che, non a caso, gli è valso una targa Tenco.

Non può ignorarsi, dunque, una crescita anche sostanziale, che si coglie nei temi contenuti in questo album dove si rarefanno le atmosfere più scanzonate del passato.

Dal punto di vista prettamente musicale, non mancano le sperimentazioni con incursioni in tentativi di contaminazione di genere. Ma il ritmo incalzante resta l'elemento chiave di un suono riconoscibile: manifesto, in questo senso, lo è "Viva", lo straripante singolo che ha anticipato l'uscita del cd. Eppure l'equilibrio tra il rock e una veste maggiormente cantautorale sembra far breccia in questo lavoro, dove l'evoluzione artistica di Appino è palese: si pensi a L'anarchico e il generale, una sorta di contro-storia de Il pescatore di Fabrizio De Andrè. 

Il linguaggio resta cupo, sferzante, il rock pungente da non risparmiare nessuno in una dichiarazione anarchica nei confronti del reale e delle sue contraddizioni. Nel singolo, ad esempio, gli Zen attaccano tutti, dalla retorica sulla patria confusa con il tifo da stadio ("sempre viva qualcosa") alla ostentazione pentastellata di diversità ("il mio voto vale quanto quello di questo imbecille allora cosa me ne frega delle vostre cinque stelle e di tutte le parole che vi sento blaterare sopra il bene comune, l'amore universale), passando dalla crisi economica sino allo smarrimento degli ideali: "Io lo so che sono in crisi senza leggere i giornali".

Interessanti sono i non luoghi delle favole operaie di via Postumia, le influenze semi-balcaniche di "Dalì", anche se il capolavoro dell'album resta di "Albero di Tiglio", in cui prende voce la divinità e, attraverso la creazione, professa una confessione atroce e cinica. "Canzoni contro la natura" è un album da ascoltare, pregevole ed originale come lo sono gli Zen Circus, che continuano a rappresentare la bellezza di un rock che non sa solo di mera invettiva, ma di lucida denuncia. Rassegnata, d'accordo, perché se si è nati per subire, quel destino è difficile da rivoltare, ma "Tanto vivi si muore".

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