Terzapagina. Colori e speranze di un Carnevale virtuoso nella terra dei fuochi

Un mini-reportage da Villa Literno, nel cuore del casertano, sull'evento che cerca di offrire un'immagine diversa del territorio, troppo spesso sotto i riflettori solo per le vicende di cronaca. Nello spettacolo, suggestioni salentine

VILLA LITERNO (Caserta) - Si può raccontare l’anima di una terra e provare a ridarle speranza attraverso una semplice manifestazione? È la domanda insistente che ci si pone attraversando le vie di Villa Literno, rivestite dalle luci e dai colori del Carnevale. Nel resto d’Italia, la festa ha chiuso i battenti da oltre un mese ed è già un ricordo, mentre qui, nel cuore del casertano, a ridosso della settimana pasquale se ne percepisce ancora l’eco.

Non si tratta solo di un appuntamento di folklore o, come da logica, di divertimento spassionato e goliardico. È l’evento per eccellenza dentro una realtà troppo spesso accomunata solo alle inquietanti  vicende di cronaca nera. Del resto, sui luoghi della terra dei fuochi, dove la criminalità organizzata ha tessuto per anni le proprie trame, condannando un territorio all’emarginazione e al disincanto, tutto il resto rischia di sembrare accessorio.

L’aspetto discutibile dell’edilizia locale, le strade dissestate e i rifiuti abbandonati nelle campagne sembrano lì a ricordare costantemente il degrado. A pochi chilometri dal centro urbano esiste un lido, avvolto di fatiscenza ed abbandono: poteva esserci economia e sviluppo, e, invece, la camorra ci ha allungato le mani, creando un non luogo relegato all’incuria e riducendo gli spazi di socializzazione. Ovunque ci siano potenzialità inespresse, gli interessi di pochi ne fanno razzia.

Non è un destino tanto diverso da quello del Salento, dove la bellezza è messa a rischio dal costante ricorso ad una cementificazione scriteriata e dalla svendita di pezzi di territorio in favore di progetti infrastrutturali di dubbia utilità. Qui, non ci sono i muretti a secco o l’odore di salsedine che si appiccica ai pensieri e che, nei giorni di cielo plumbeo, favorisce l’attitudine alla malesciana. Però, gli occhi della gente hanno storie simili e una propensione all’accoglienza che, se non fosse per il suono diverso dei dialetti, sembrerebbero di essere a casa.

“Questo posto non deve morire” è il refrain della canzone di Rocco Hunt che passa proprio ora nelle casse piazzate a tutto volume sulla strada: una canzone non risolve i problemi, d’accordo, ma qui sembra un esercizio di training autogeno, una pratica di auto convincimento, come potrebbe esserlo tra le strade sporche di veleno e i cieli infestati di diossina a Taranto. No, una canzone non risolve i problemi. Figurasi se al disagio può mettere fine un singolo evento. Eppure, nel carnevale di Villa Literno, ci sono degli aspetti sociali che non possono essere dimenticati e vanno raccontati. Ed è, a suo modo, il tentativo di far uscire un territorio dalla marginalità a cui qualcuno l’ha condannato.

Il carnevale

Rispetto a realtà come Viareggio, Putignano o Saviano, che ricorrono alle sfilate coi carri, qui la peculiarità sta nell’elaborazione di uno spettacolo tematico, che caratterizza il corteo: costumi, musiche, scenette, coreografie e allegoria seguono una scrittura unica, che porta alla presentazione al pubblico in pochi minuti di una narrazione visiva, coinvolgente ed originale.

Il Carnevale di Villa Literno è nato esattamente trent’anni fa, quasi per gioco, caratterizzandosi come una sorta di grande sagra paesana, in cui i vari rioni scendevano in strada mascherati con piccoli carri allegorici, inaugurando tra loro una vera e propria gara a chi sapeva fare meglio. La sfida tra rioni, seppur semplificata e ridotta a tre, è restata il tratto distintivo di questa manifestazione, che, però, soprattutto negli ultimi anni, si è evoluta trasformandosi in uno show a cielo aperto, più elaborato e complesso, che rispecchiando l’anima festaiola del Carnevale prova a mettere in scena le emergenze dei giorni nostri.

Ecco allora che il Ponte Pagliarelle-Via Roma racconta il dramma della terra dei fuochi, ricorrendo al mito di Medusa, mentre Baracca-Corso Umberto il disagio occupazionale delle giovani generazioni, collegandolo ad Alice nel paese delle meraviglie; infine, il rione Castello-Ferrovia2-246-57 rappresenta l’era della cyber dipendenza attraverso l’immagine di un ragno che attira nella “rete”.

Sotto il profilo organizzativo, il Carnevale è un esempio di gestione virtuosa: nel 2010, i ragazzi del posto hanno deciso di diventare protagonisti di questo evento, rendendolo autonomo dalle interferenze della politica e dalla precedente fondazione, che aveva lasciato debiti e scarse prospettive per dare seguito alla sua realizzazione. È stata costituita un’associazione, dotata di statuto, che fa affidamento principalmente sulla buona volontà della gente comune. Il risultato è una manifestazione che funge da laboratorio della creatività, con una comunità prevalentemente costituita da trentenni e ventenni, che si cimentano nel ruolo di carristi, attori, costumisti e coreografi, coordinati dagli organizzatori che curano gli aspetti logistici. A loro, si aggiungono le professionalità del luogo, a partire dalle sarte, che si mettono a disposizione per garantire la migliore riuscita di questa festa collettiva.

E, come sempre accade, nel filo diretto delle relazioni sociali, si ritrova il più naturale spaccato di umanità, fatto di lavori senza orari prestabiliti, mugugni, ansie, entusiasmi improvvisi, litigi, paturnie di ogni tipo e svolte umorali, che fanno da cornice alla lunga preparazione. La rivalità tra i rioni è il sale della competizione e non si esaurisce nell’annuncio di un vincitore la sera della finale, ma passa attraverso sfottò divertiti, strascichi polemici sui social e classiche lamentele sull’evoluzione dell’evento, intrise nostalgie anacronistiche. Ci sta persino il rappresentante delle istituzioni, che dopo essere salito sul palco a premiare i vincitori, il giorno dopo attacca gli organizzatori sul web. Un po’ come quei politici salentini, che si preoccupano degli ulivi sotto assedio della Xylella fastidiosa, ma che plaudono alla realizzazione di raddoppi stradali ai danni di numerosi esemplari. Fa tutto parte del gioco.

Lo spettacolo.

Tre rioni, tre spettacoli a terra, tre diversi modi di narrare il territorio. Sceglie una questione meno territoriale il “Castello-Stazione”, che rappresenta la società odierna intrappolata nell’invasività di internet, che assimila ad un solo stato, senza permettere di riconoscerne i confini, reale e virtuale: sui vestiti campeggia una grossa rete, dentro cui gli internauti sembrano destinati a finire. Tra i costumi, dominano i riferimenti al ragno, che è la figura centrale della metafora utilizzata.

Baracca – Corso Umberto si affida alla favola di Alice nel paese delle meraviglie per rappresentare una nazione precaria e dai livelli occupazionali sempre più bassi: la messa in scena è colorata e si muove dal costante riferimento alla realtà alla dicotomia con il sogno visto come ideale. I rimandi alla nazione sono insistenti con un citazionismo continuo all’italianità.

Ad aggiudicarsi il successo, come accade in maniera incontrastata da quattro anni, è il rione Ponte Pagliarelle – Via Roma, che sceglie di raccontare la desolazione della terra dei fuochi e il suo possibile riscatto, utilizzando il linguaggio allegorico e in particolare il mito di Medusa, una delle tre Gorgoni, che da donna bella viene trasformata in un mostro, capace di pietrificare chiunque incontri il suo sguardo.

È la metafora perfetta di una terra violata, ricca di potenzialità e tesori, ma ridotta a tetra periferia dalla violenza e dall’abuso di pochi, raffigurati come degli incappucciati. Questi si confondono tra le persone comuni, a ribadire la corresponsabilità colpevole di chiunque abbia permesso, col proprio silenzio, che questo luogo fosse contaminato e a riscoprire il protagonismo di un riscatto condiviso.

E c’è un pezzo di Salento anche tra queste strade, visto che la colonna sonora che dà il titolo al carro vincitore è “Via le mani dagli occhi”, brano del repertorio dei Negramaro, mentre “Non sono Stato io” del pugliese Caparezza rappresenta il tema centrale dello spettacolo.

Il Carnevale sembra voler dire, tra le righe, che questo territorio non è solo un luogo senza futuro. Con alcune migliorie, l’evento potrebbe diventare una fonte di attrazione a servizio dell’economia locale. E poi ci sono loro, i giovani, che si mettono in gioco per offrire un’altra immagine della terra che abitano, investendo il proprio tempo, le idee e la passione: una “macchina” che dura mesi e che, nelle sfilate, lascia intravedere solo in parte lo sforzo accumulato.

Qualcosa di buono esiste anche qui. A volte si fa più fatica a vederlo, a coglierlo. È nell’entusiasmo palpabile di tutta questa gioventù, che rappresenta la risorsa più significativa a cui affidarsi per mutare il corso di una storia. “Via le mani dagli occhi” e tutto può apparire più nitido in un istante. Perché “Questo posto non deve morire”. Certo, non basta il refrain di una canzone a cambiare le cose. Figurarsi se un evento può garantire la redenzione. Ma è un piccolo seme di speranza che merita di essere apprezzato e sostenuto.

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