Terzapagina. "Io non ho voce", il racconto del disagio mentale ed esistenziale

Verrà presentato martedì al Cinema Elio di Calimera il film di Palmiro Lifonso su una tematica delicata, che affligge uomini e donne, caduti nella spirale della depressione. Il regista: "Un fenomeno tipico delle società moderne"

CALIMERA - Il disagio mentale ed esistenziale che affligge uomini e donne caduti nella spirale della depressione, “storie di vita emarginate alla ricerca perduta di caffè e sigarette”: racconta questo il primo lungometraggio di Palmiro Lifonso, "Io non ho voce", che verrà presentato in anteprima martedì 28 gennaio, a Calimera.

L'artista poliedrico, oltre al soggetto e alla sceneggiatura dell’opera, ha curato con grande attenzione anche la regia insieme al giovane regista, Fabrizio Lecce. Il film verrà presentato proiettato al "Cinema Elio", alle ore 20.30: a seguire un dibattito con l’autore e con la partecipazione di giornalisti e personaggi del mondo della cultura salentina.

La difficile tematica viene portata sul grande schermo con uno sguardo insolito e originale da Lifonso, che sceglie come sfondo le viuzze del centro storico del suo paese, il bianco e la luce di Zollino, la vita del piccolo comune ubicato nel cuore della Grecìa Salentina.

Questo lavoro conferma il momento positivo per le produzioni filmiche ambientate nella penisola salentina e la grande vena artistica che pervade questa terra, sempre alla ricerca di modi e forme narrative nuove.

"La pazzia non esiste - dichiara il regista -, non è una malattia e non la si trova in nessun libro di patologie mentali. La depressione invece è un fenomeno tipico di tutte le società moderneio_non_ho_voce_04-2 e spesso chi ne rimane affetto diventa un incompreso trattato con misericordia e compassione oppure con indifferenza raramente con comprensione a un amico meravigliato dal numero di persone senza voce che vagabondavano per il mio paese risposi che qui loro non sono solo dei numeri vivono nella collettività anche se non ne fanno parte pienamente".

"Lontani dal comprendere il senso di questa civiltà - prosegue -, dei suoi ritmi, le esigenze e la storia guardano il mondo con una soggettiva diversa; nei grandi centri urbani, dove invece non può esistere lo stesso coinvolgimento e libertà, chi non ha voce resta persino sigillato in casa. Di tanto in tanto quando i due mondi si confrontano, sorprendono con virtuosismi tecnici, ragionamenti avanguardisti e dimostrando piena coscienza del proprio stato di disabilità psichica".

Lifonso chiarisce di raccontare nel film "le storie di vite emarginate sospese alla ricerca perduta di caffè e dialoghi realmente avvenuti presunti o immaginati nel mio borgo o in quello di qualunque altro posto sulla terra. Ho scelto il linguaggio teatrale immaginando l'indifferenza del pubblico che osserva lo spettacolo, quasi il problema non esistesse nemmeno in forma artistica. Scrivendo il soggetto e i monologhi che raccontano alcuni personaggi sentivo l’urgenza di urtare il gusto e la psiche dello spettatore senza immagini raccapriccianti ma solo portandolo a immaginare la condizione di vita di un emarginato".

"Io Non Ho Voce - conclude - nasce insieme alla consapevolezza dei personaggi di cui narro le storie di non contare nulla di essere un problema e non una risorsa di far paura o peggio ancora di non esistere".

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