Terzapagina. La grande incoerenza. Veleni ad ogni costo nell'arena del web

La sbornia mediatica di queste settimane, tra Sanremo, insediamento del governo Renzi e l'Oscar a Sorrentino, ha riacceso il dibattito sui meccanismi contradditori dei social, ai quali non sfuggono neanche i mezzi d'informazione

@TM News/Infophoto.

"Lasciatemi soffrire in pace... mi distraete... non riesco a concentrarmi... soffro male, soffro poco, non mi diverto, non c'è quella bella sofferenza".

Sono giorni che quella geniale perifrasi, recitata da Massimo Troisi in "Pensavo fosse amore e invece era un calesse", frulla in testa. Non a caso per reduci dall'ubriacatura di massa dentro settimane che hanno messo in fila Sanremo, l'esordio di Renzi al governo e l'Oscar assegnato a Paolo Sorrentino.

Una sbornia social-mediatica, fatta spesso di tweet avvelenati, di post sommari e soprattutto dell'incontenibile leggerezza delle opinioni 2.0. Non è una coincidenza neanche usare a pretesto uno come Troisi: quando era in vita, gli rinfacciavano di avere una "strana" comicità e di non far ridere, salvo poi rimpiangerlo dopo la prematura scomparsa e quella commovente interpretazione de "Il postino". Fortuna per lui che, all'epoca, i social fossero ancora in cantiere, altrimenti chissà cosa ancora si sarebbe detto. Un po' come per Michelangelo Buonarroti, che, se fosse esistito oggi, avrebbe ricevuto le critiche di chi "la Cappella Sistina l'affrescavo meglio io".

Il punto non è esprimere le opinioni nella cosiddetta "democrazia del web", in cui la "rete", questo essere intellegibile, decide un po' sulla falsa riga del "Grande Fratello" di endemoliana memoria. Le opinioni, anche quelle più critiche, sono necessarie. Ma la questione è "avere" un'opinione, dato non così scontato.

Quanto accaduto in settimana con La Grande Bellezza potrebbe essere sufficientemente indicativo: ora il film può essere piaciuto o meno (si sa, il gusto personale prevale sempre sull'oggettività di un'opera d'arte), ma la caterva di opinionisti della tastiera con l'ossessione di spiegare agli altri quel che non si è compreso è obiettivamente difficile da reggere. Ed ecco che allora, oltre al "preferivo quello a questo", si son lette "argomentazioni" sui meccanismi da complotto per cui sarebbe stata "promossa" la pellicola di Sorrentino. Divertente rintracciare, tra queste letture, quelle di cosiddette figure del "settore": si sfiora la satira inconsapevole.

Ancor più curioso è apparso chi, nell'esasperazione politica, ha cercato di focalizzare tutto sui guadagni della co-produzione Medusa (in uno stile da Sallusti capovolto) o chi ha ironizzato sugli americani "citrulli" che hanno premiato un film tanto "debole", annebbiati dalle "atmosfere felliniane". Manco fosse un male rifarsi a Fellini, peraltro premiato quattro volte dagli "annebbiati" americani "citrulli" con la statuetta contestata. Che, per la cronaca, non "conta nulla". Almeno a parole, perché dentro un po' rode vederlo assegnare a chi dimostra talento. Ma fa "cool" pensarla diversamente.

E, a proposito di "cool" e di grande vuotezza, c'è una notizia. Il cinema non è cosa solo degli americani. È "roba noscia". Sì, perché anche lu Salentu è un po' hollywoodiano, con il suo momento di ribalta sul grande schermo. È stata, infatti, la settimana della presentazione di "Allacciate le cinture", l'ultima pellicola di Ferzan Ozpetek, girata a Lecce, dopo il set di "Mine vaganti". Un'occasione per provare a parlare di cinema, ma che, invece, complice anche la categoria di cui fa parte chi scrive, si è risolta in una discussione su ciò che è accessorio.

Perché seppur tutti concordino nel riconoscere che la città faccia solo da sfondo ad una storia che è preminente rispetto alla cornice, nelle conferenze stampa, nei resoconti, nella "vita reale", ci si è concentrati sulla ricerca assillante dello stereotipo, della suggestione barocca, della poesia degli ulivi (a proposito, molti politici e amministratori locali, esaltati dalle dichiarazioni di Ozpetek sulla bellezza di questi alberi secolari, sono gli stessi che avallano lo scempio degli esemplari sulla Maglie-Otranto?), del cameo role del "sindaco beggione" e dei monili indossati in scena.

Senza farsi mancare accenni a "red carpet" come se ci si trovasse ad un grande festival internazionale, e non ora in un resort, ora in un comune cinema cittadino. Fa "cool", in fondo, celebrarsi, parlando a se stessi (era il senso tracciato in un articolo pubblicato su questo giornale da Valentina Murrieri). Ci si lamenta di quanto i social siano invasi da critici cinematografici (ed in parte è vero), ma poi chi dovrebbe per professione recensire un film finisce per delegare, preferendo aspetti secondari.

All'indomani della giornata internazionale della donna, è utile un terzo esempio. Sono piovute critiche attorno ad un servizio satirico de Le Iene sulla neo ministra, Maria Elena Boschi, per delle battute a sfondo sessuale dell'inviato Lucci. Al di là delle considerazioni sui "limiti" della satira (che, in teoria, per sua stessa logica non dovrebbe essere politicamente corretta, altrimenti sarebbe "moralizzatrice" e diventerebbe istituzionale un po' come quella dell'ultimo Benigni) e le pur valide polemiche sul linguaggio, anche qui occorre notare le incongruenze di cui sono portatori i social.

Per chi conosce Lucci, sa che quell'impostazione, condivisibile o meno che sia, è coerente con ogni interlocutore politico, sia questi uomo o donna, e che quelle battute sono state rivolte ad altre ministre di diverso colore politico. Non vuole essere una giustificazione, ma in questo Paese bisognerà pur mettersi d'accordo prima o poi su qualcosa, senza finire per risultare stucchevoli: chi si scandalizza che una trasmissione comica sbeffeggi anche pesantemente un Ministro della Repubblica, non mostra la stessa accortezza nei confronti dei mezzi di comunicazione che dedicano paginate e servizi ad hoc su un abito indossato, nel giorno del giuramento del governo insediato.

Questo doppiopesismo conferma tutta la propria debolezza nel momento in cui una difesa vale per un soggetto e non per un altro, o se, peggio ancora (come nell'esercizio preferito sui social), si risolve nell'elaborazione di stroncature preventive sulla base di antipatie indotte: si veda il caso Marianna Madia, accusata di essere "raccomandata", perché ex nuora del presidente Napolitano. La vera discriminazione sessista è nel discutere di merito solo quando una donna ricopre un determinato incarico, dando per scontato che sia una dote acquisita quando, invece, al suo posto, ci sia un uomo.

Del resto, questo è il Paese in cui si è "diversificato" un reato per aprire un dibattito e provare ad affrontarlo, o dove ci si arrovella ancora a discutere dell'opportunità delle quote rosa. L'inconcludenza di ogni approdo comporta inevitabilmente disagio. Per questo, rifarsi a Troisi e cerca una dose di "bella sofferenza" appaiono rimedi a portata di mano. Chi legge, intanto, in epoca social, non può esimersi da cliccare su mi piace, ma rigorosamente senza aver letto l'articolo. Funziona così. A tutti gli altri, buona sofferenza.

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