Terzapagina. Quindici anni senza Fabrizio De Andrè. Dieci brani per ricordarlo

Ieri, l'anniversario della scomparsa del grande cantautore poeta. Tra i tanti modi per commemorarlo, quello più efficace è raccontarlo attraverso una selezione di alcune tra le canzoni più significative del suo repertorio

Viaggiare in destinazione ostinata e contraria, tra sogni d’anarchia e lo sguardo di chi osserva l’umanità della città vecchia, “nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi”, sentendosi sempre coinvolto e mai assolto. Sono già trascorsi quindici anni dalla morte di Fabrizio De Andrè. Su di lui, sul poeta della buona novella laica, si è detto tutto in questo tempo. Se ne continua a parlare con i doverosi omaggi, le celebrazioni funzionali a perpetrarne la memoria.

Il punto è che si potrebbe persino smettere di parlare di lui. Perché le sue canzoni, di giorno in giorno, prendono una vitalità sempre maggiore, che coinvolge e che ne prolunga la storia. Faber, in fondo, è soprattutto il senso delle sue canzoni, quelle carezze ai tanti figli della discriminazione, l’ironia sottile sui forti, il racconto di mondi differenti, quelli de La Domenica delle Salme e quelli del Fiume Sand Creek. E, infine, il sogno di una parola più forte di tutte le altre: utopia.

Ci sarebbero molti modi e tante possibili interpretazioni in questa ricorrenza. Eppure quello più immediato ci sembra elencare dieci canzoni chiave del suo repertorio come se fossero diapositive della sua storia, un po’ per gusto personale di chi scrive e un po’ per istinto. Magari ciascun lettore e appassionato potrà stilare i suoi dieci brani del cuore ed arricchire questa rilettura. Di certo, per ovvie ragioni di numeri e di selezione, qualche album e qualche canzone resterà fuori. E questo è giù un delitto dichiarato preventivamente.

Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers. In quel volume primo della produzione discografica di De Andrè, canzoni come “Preghiera in gennaio”, “Via del Campo” (scritta insieme a Enzo Jannacci) e “Bocca di rosa” sono pietre miliari, ma il testo aulico e divertente di questo brano, (firmato da Paolo Villaggio), che trasforma il protagonista in un cialtrone goffo e tutt’altro che glorioso, merita una citazione.

Girotondo. È tratta da “Tutti morimmo a stento”, il primo album concept, basato sulla morte interiore dell’uomo. È un brano che unisce la tragedia del testo alla filastrocca di uno dei canti più in voga tra i bambini.

Il sogno di Maria. La bellezza de La buona novella è indiscutibile, rivitalizzata nel tempo dagli arrangiamenti della Premiata Forneria Marconi. Il Gesù uomo e rivoluzionario trova l’apice negli straordinari versi de “Il Testamento di Tito”. Eppure la delicatezza poetica di questo estratto è forse quella più alta dell’intera scrittura di De Andrè.

La collina. “Non al denaro non all’amore né al cielo” è il titolo del quinto album ispirato all’Antologia di Spoon River e il motto de Il suonatore Jones. Questo brano è l’essenza del disco. Una bella reinterpretazione omaggio è stata offerta da un gruppo poco noto, gli Spirogi Circus.

Verranno a chiederti del nostro amore. Nell’album più “oscuro” a detta dello stesso De Andrè, “Storia di un impiegato”, una delle più belle tracce del suo repertorio.

Giugno ’73. Dal “Volume 8” una delle più struggenti composizioni, ma con un verso conclusivo che dona il senso anche alle storie finite: “Io mi dico è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati”.

Hotel Supramonte. L’elaborazione metaforica del rapimento subito da De Andrè insieme alla moglie Dori Ghezzi dall’Anonima sequestri nel 1979. È diventata una delle più belle canzoni del repertorio del cantautore genovese.

Crêuza de mä. Dà il titolo all’album forse più complesso e bello di Fabrizio De Andrè. È un canto ai marinai, interamente in genovese, una chicca nel testo e nella musica.

Ottocento. Tratto da “Le nuvole” è una canzone anomala sia nel testo che nell’interpretazione di De Andrè che fa il verso al canto lirico per via del protagonista del brano, un falso romantico che vive i sentimenti solo se fossero oggetti da vendere o comprare.

Smisurata preghiera. L’ultima traccia dell’ultimo album, scritto con Ivano Fossati. Un testamento spirituale e ideale che resta impresso “come un’anomalia”.

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