Martedì, 27 Luglio 2021
Cultura

Terzapagina. "È del forte l'ascolto": Carlotta Lezzi e il ritorno alla poesia

L'opera prima della giovane e raffinata autrice salentina permette di ritrovare tutta l'essenzialità di uno specifico genere letterario, troppo spesso mortificato. È un messaggio luminoso, oltre ogni palude dell'inquietudine

LECCE - Riconciliarsi con la poesia al tempo del "sole cuore amore" e delle frasi da cioccolatino: a rigor di logica, una battaglia persa in partenza. Troppo facilmente, infatti, si è attribuito e si continua ad attribuire la connotazione di "poesia" ad una varietà di testi, senza valutarne l'intrinseca qualità. Del resto, tutti scrivono di "poesia", anche chi non la legge. Un po' come la corrente degli "scrivitori di versi", che non leggevano le altrui composizioni per non "contaminare" la propria ispirazione.

In questo marasma e nel pressappochismo invadente, una buona notizia arriva ancora una volta dalla casa editrice salentina, la Lupo, che, nel suo catalogo di proposte e scrittori, ha saputo pescare la penna raffinata di Carlotta Lezzi.

Classe '80, di formazione classica, con la passione per la filologia greca e il teatro antico, "anime" queste che arricchiscono lo scenario della sua opera prima "È del forte l'ascolto"; nella sua scrittura, si percepiscono chiaramente i riferimenti impliciti, le letture e gli autori di cui si è sapientemente nutrita (una su tutti la citata Claudia Ruggeri). Già questa discontinuità rispetto alla consuetudine generale segna un passaggio fondamentale; ma ciò che appare ancor più significativo è che, grazie alla sua silloge, si può ritenere che riavvicinarsi alla poesia non sia un tabù, ma una magia estremamente reale.

In un Salento, che pure ha espresso una nobile tradizione di poeti e poetesse (non sempre al meglio valorizzata), qualche "voce" interessante si era pure levata nel recente passato. Ma ciò che colpisce dell'opera di Lezzi è la perentorietà delle liriche, contenute nelle circa settanta pagine di questa piccola opera. A partire dallo stile, dove la parola assume una centralità dirompente: è estensione di una cadenza intima, dove ogni lemma ha uno specifico peso, un suo tempo, una sua dimensione; dove la rima non è l'ossessione divorante, segue piuttosto la ritmica, ad essa si presta, lasciandosi condurre.

Il linguaggio è utilizzato con padronanza ed arguzia, componendo e ricomponendo i vocaboli, senza mai cadere nell'eccesso del virtuosismo lessicale dentro cui restare intruppati; Lezzi impiega ugualmente in maniera particolare la punteggiatura, rendendola funzionale all'incedere dell'azione, alla liricità delle immagini, scaraventate su uno schermo ideale, dove figure ed attori cercano il proprio ruolo.

I versi, invece, nella loro forma, sono essenza di materia che vuol farsi eterea e di etereo che diventa materia. In essi, c'è un incredibile vigore, che solca il tracciato e marca le differenze tra ciò che è poesia e ciò che è solo parodia: Carlotta Lezzi non si presta al gioco della narrazione sentimentale tanto di moda, cioè, a quel consuetudinario bisogno di raccontare e vivisezionare la nuda emozione, quasi nella stantia ricerca di colpire l'interlocutore.

Il suo è un viaggio personale nel vissuto, che percorre l'inafferrabilità dell'interiore e la trasforma in epifania. Con le sue complicanze e contraddizioni. Perché la poesia, quella vera, non è un atto convenzionale, non usa parole semplici: è intensità linguistica ed anomalia semantica. Genera lo sforzo non solo sotto il profilo della lettura, ma anche della percezione di una trama più nascosta. Non cerca complicità forzosa, ma svela l'uomo all'uomo: il poeta scrive versi per sé, che saranno universali a prescindere dal suo intento, perché contengono l'ansia e la tensione quotidiana dell'umanità.

"Dateci parole poco chiare quelle che gli italiani non amano capire... basta romanzi d'amore, ritornelli, spiegazioni, interpretazioni facili": recitava così un testo di Ivano Fossati, che fotografa il senso di questa dinamicità dell'arte della composizione. Nella poetica di Carlotta Lezzi, questa fatica si avverte e diventa condivisione dentro lo smarrimento di quell'annientarsi "negli amen della poesia", mentre "resta aperta la via logora delle viae crucis, delle spanne che misurano le distanze". È la stessa sofferenza dell'opera da miracolo, quella di "rendere forte un fragile".

Solo l'interiorità traccia una direzione per uscire dal disorientamento. Per questo, "È del forte l'ascolto" è un messaggio luminoso, oltre ogni palude della inquietudine quotidiana. Un anelito di verità contro la "menzogna delle labbra dischiuse". Un sollievo nella narcosi delle parole asincrone. Un ritorno felice alla poesia.

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