Terzapagina. “Di mamma ce n’è più di una”: il saggio di Loredana Lipperini

Un testo che investiga il nucleo centrale del femminile di questi ultimi dieci anni, la maternità: dati scottanti alla mano, con riferimento a ciò che è sopravvissuto alle battaglie che volevano la donna padrona del proprio corpo

Di tutti i ragionamenti spinosi e gli argomenti tabù di questo tempo ingannevolmente “libero”, forse la questione femminile è quello che più concentra moralismo cattolico, perbenismo borghese e rimozione collettiva tanto da, addirittura, mettere d’accordo entrambi i sessi: i fiocchi rosa ne allontanano la riflessione per codardia, quelli azzurri per noia. E del nucleo centrale del femminile di questi ultimi dieci anni, la maternità, si interessa Loredana Lipperini nel suo saggio Di Mamma Ce N’è Più D’Una (Feltrinelli, pp. 307, euro 15) nel quale porta in luce, dati scottanti alla mano, ciò che è sopravvissuto alle battaglie che volevano la donna padrona, se non del mondo intero, almeno del proprio corpo.

Attraverso statistiche inquietanti si dimostra come il nostro Bel Paese sia al primo posto in Europa per quanto riguarda il sole e il mare e agli ultimi se si tratta di PIL destinato all’ infanzia e alla maternità (0,15%!) e come, carenti i supporti statali, sulle donne italiane ricada il 78% della cura familiare, sia essa destinata a parenti anziani o a bambini.

La donna, insomma, funge da psicofarmaco sociale; a crisi economica in atto, il familismo di default non sembra scalfibile e, dunque, come per magia, ritorna di moda l’angelo del focolare, si delinea il gender backlasch (modello materno di ritorno) e il ruolo destinale di madre diviene l’unico obiettivo concesso, l’unica strada possibile: un quadro degli anni ’50 invaso da ragnatele e tornato in auge. “Perché si può essere “culturali” quanto si vuole, ma infine il concetto di sacrificio- concetto cattolico radicatissimo nella nostra vita- è quello che ti morde il cuore. Se non ti sacrifichi, non sei”.

E visto che l’Italia, si sa, sulla rinuncia e sul senso di colpa ha edificato una società, si continua a fare pochissimo per le donne sul piano delle leggi, del welfare e dell’occupazione e nessuno, o quasi, se ne lamenta; anche, e soprattutto, perché le madri sono in primis consumatrici e, in una società bambinocentrica come la nostra, i figli sono necessari, “servono” a far muovere l’economia. In un recinto creato appositamente per lei si aggira, dunque, Il Femminile ma di ciò che si trova all’interno si può tentare di scriverne, non di parlarne: si tratta ancora di questioni tabù che andrebbero a sfregiare, almeno simbolicamente, le immagini rassicuranti che ritraggono una donna sorridente vestita d’ azzurro con in braccio un bambino, appagata del proprio destino. E l’uomo, come mai è escluso dal quadro? Dove si trova? Di lato, come nel Presepe.

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