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"Val la pena di vivere", presentato nel Salento il libro del generale Ramponi

Il colonnello Francesco Mazzotta ha citato nel suo intervento il contributo dell'autore nella lotta alla criminalità organizzata

LECCE – Presentato nel Salento il libro scritto dal generale della Guardia di finanza Luigi Ramponi, “Val la pena di vivere”, pubblicato da Aracne editrice. All’evento hanno partecipato, oltre all’autore, il generale Guido Bellini, il colonello Francesco Mazzotta, e il sindaco di Squinzano, l’avvocato Cosimo Miccoli.

Il volume racconta gli avvenimenti che hanno segnato la vita di Luigi Ramponi: dall’adolescenza in Emilia alla permanenza in Africa, con il ritorno nell’Italia del dopoguerra, l’ingresso in accademia militare e alla scuola di guerra poi, passando per il ruolo di sottocapo di Stato maggiore della Difesa e quello di direttore del Sismi.

Numerose le onorificenze al suo attivo per “Le eccezionali qualità morali, intellettuali e professionali”. Una carriera militare la sua tutta in ascesa che lo ha portato a ricoprire le cariche più prestigiose, partecipando alla politica per un ventennio, senza dimenticare nell’impegno nel sociale. Qualità che fanno del generale Ramponi un personaggio di elevato spessore e un esempio.

Ad accompagnarlo nel suo lungo tragitto di vita la bandiera italiana: “L'unico furto che ho fatto in vita mia – commenta –, è la bandiera che portavo come alfiere del Reggimento. L'ho ritrovata, da colonnello, dimenticata in un cassetto, molti anni dopo. L'ho incorniciata e da allora mi ha sempre seguito, è venuta alla scuola di guerra, negli Stati Uniti, alla Brigata, al comando della Guardia di finanza, ai servizi segreti, alla Camera, al Senato. Con lei dietro la mia scrivania io non ho paura di niente”.

Per il generale la bandiera ha un significato profondo: “Nei luoghi pubblici si vedono bandiere, lerce, sporche, trasandate. La bandiera è il simbolo del tuo retaggio storico e dovrebbe essere esposta con orgoglio: linda. I giovani oggi sono sfiduciati e hanno perso il senso della Patria”.

E ai giovani, oltre che hai propri figli, Ramponi dedica il libro “Val la pena di vivere”, un'autobiografia ricca di aneddoti che si sono succeduti nella sua lunghissima carriera militare e politica, presentato nelle più autorevoli sedi istituzionali, primo fra tutti il Senato. “Sono stato restio per molto tempo nello scrivere un'autobiografia – prosegue –, poi ho deciso di mettere nero su bianco gli episodi della mia vita, fantasiosa e ricca di incarichi entusiasmanti. Vieni al mondo senza che nessuno te lo chieda, muori senza che nessuno te lo chieda, in un attimo si conclude tutto”. Ho scritto il libro per far sì che i giovani traggano la convinzione che comunque val la pena di vivere”.

E, infine, le Radici. Quelle che ognuno di noi si porta con sé per tutta la vita. Le radici del generale Ramponi nascono in Emilia e si ramificano in molti luoghi, anche all'estero. “Ho vissuto da ragazzo un periodo molto intenso; allora non si poteva discutere il fascismo perché insieme al fascismo c'erano le monarchie, il comunismo, il nazismo. Eravamo più protagonisti allora di quanto non lo siano i ragazzi di oggi, più cattivi. Noi celebravamo Sparta, il proverbio cinese “fai soffrire a tuo figlio il freddo e la fame”, celebravamo certe forme dure di educazione che secondo noi tempravano il carattere, l'uomo. Molti genitori oggi hanno rinunciato, per quieto vivere o per pigrizia e indolenza, al ruolo che i nostri genitori avevano con noi. Loro, pur amandoci infinitamente, sapevano essere duri. Per noi lo schiaffo o il castigo erano una liberazione, era un modo per rimediare all'errore commesso”. E con tristezza d'animo conclude “Mia mamma era un'insegnante elementare, non esiste in Italia un monumento alla madre e neppure alla maestra”.

Il colonnello Francesco Mazzotta ha ricordato, nel suo intervento, la linea tracciata dal generale Ramponi nella lotta alla criminalità organizzata, ponendo in primo piano l’aggressione ai patrimoni, nella consapevolezza che la criminalità stava cambiando: “La presenza sul territorio dell’Unione Europea di un unico mercato, la abolizione delle frontiere interne, la libera circolazione delle merci, dei capitali e delle persone – ha spiegato l’ufficiale delle fiamme gialle –, costituivano fattori che sono stati inevitabilmente sfruttati dalla criminalità organizzata. E’ noto che i comportamenti criminali obbediscono alle leggi della economia e che si adeguano alle occasioni di guadagno offerte dal mercato secondo la logica del massimo profitto con il minore rischio possibile". Per molti anni ai vertici della Dia di Lecce, il colonnello Mazzotta ha contribuito con le sue indagini al sequestro e alla confisca di beni per decine di milioni di euro.

“In un mercato globalizzato le organizzazioni criminali si sono progressivamente trasformate secondo due direttrici principali – il commento di Mazzotta –. La prima è costituita dalla mimetizzazione delle organizzazioni criminali e dalla progressiva assunzione delle modalità operative della impresa criminale. In sostanza la criminalità organizzata ha rovesciato il tradizionale rapporto aggressore-vittima, ed ha privilegiato delitti (quali il traffico di stupefacenti, il contrabbando, la tratta degli esseri umani, lo sfruttamento della prostituzione, la vendita di prodotti contraffatti) nei quali il modello consiste nell’offerta sul mercato unico europeo di prestazioni o prodotti illeciti a persone consenzienti rispondendo ad una domanda che è sempre più presente nei Paesi occidentali.

La imponente massa di danaro conseguita determina, poi, una indispensabile diversificazione degli impieghi. Di conseguenza alcuni capitali saranno reinvestiti nelle attività criminali mentre una cospicua parte potrà essere impiegata nel finanziamento di imprese formalmente lecite anche se finanziate con danaro sporco dando luogo a quel settore di mercato denominato, dagli economisti, economia mafiosa. Avviene in questo modo la completa mimetizzazione imprenditoriale del mafioso che gli consente l’ingresso nel mondo della finanza e spesso di acquisire consenso sociale, rispetto e solidarietà. In realtà l’imprenditore mafioso non sarà mai omologabile al normale imprenditore perché non accetterà mai il “rischio di impresa” che costituisce l’essenza di qualsiasi attività economica”.

“La consapevolezza che l’aggressione dei patrimoni è il percorso maggiormente efficace nel contrasto delle associazioni di tipo mafioso ha, in effetti, determinato nel tempo l’ampliamento delle ipotesi di sequestro e confisca”.

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