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L’intervista / Galatone

Luigi Mariano, il garbo e l’ironia per raccontare ed esorcizzare un “Mondo acido”

Il cantautore salentino da tempo trapiantato a Roma, in occasione dei suoi cinquant’anni, parla del suo terzo disco di inediti, delle collaborazioni e dei progetti: “Continuerò a viaggiare, a suonare, a incontrare, a imparare"

ROMA/GALATONE – Cinquant’anni di vita e di musica, con uno stile personale ed “asincrono” per raccontare il suo mondo interiore, che nell’ultimo disco si confronta con quello esteriore e un po’ “acido” del mondo: Luigi Mariano, cantautore salentino da anni ormai trapiantato a Roma, vive una nuova stagione professionale dopo gli anni complessi della pandemia e da pochi mesi è tornato a produrre musica con l’uscita del suo terzo album in studio, caratterizzato dal garbo artistico e dalla sua pungente ironia che fotografa la realtà e la sa “esorcizzare”.  

Il 12 aprile festeggerà i primi cinquant’anni di vita e allora è l’occasione giusta, partendo dal suo ultimo lavoro discografico, che lo sta portando in giro per l’Italia, di raccontarsi, di raccontare la propria musica, le collaborazioni con alcuni grandi artisti tra cui Cristicchi, Bungaro e Marcorè e per parlare dei progetti futuri.

A giugno è uscito per l’etichetta Esordisco “Mondo acido”, terzo album di inediti, che arriva a sei anni di distanza dal precedente “Canzoni all’angolo”. È un naturale prosieguo degli altri lavori o prevale la discontinuità?

“La risposta è: un po’ e un po’. E questo accade perché, in me, convivono pacatamente sia la forte tendenza/volontà a conservare una mia coerenza musicale e artistica, legata allo stile raggiunto in tutti questi anni di dischi e canzoni; e sia, come in ogni creativo, la voglia di mettersi in discussione e di cambiare qualcosa. Se il primo aspetto, quello della coerenza, nel mio percorso lo notano tutti, al contrario ciò non sempre avviene quando invece affronto con coraggio alcune strade nuove. Perciò ne approfitto per sottolineare che, dopo che nei primi due dischi avevo affidato gli arrangiamenti ad Alberto Lombardi, in questo ultimo album, avendo voglia di cambiare, li ho quindi assegnati a Primiano Di Biase. Inoltre non avevo mai pubblicato in vita mia, per tipo di testo, di musica e di arrangiamenti, un brano come ‘Odissea degli elementi’, ispirato vagamente a un certo rock e prog anni ’70, in cui racconto la storia dell’inquietudine e dell’insoddisfazione umana nel viaggio di un fantomatico Ulisse attraverso i quattro elementi. Credo anche di non aver mai scritto, prima d’ora, un tipo di canzone come ‘Errori di grammatica’, né (nei miei dischi precedenti) ci sono mai stati arrangiamenti simili a quelli ideati da Primiano per ‘Inverno 2063’. È anche vero che, sul terreno della continuità, ci sono invece la title track ‘Mondo acido’, ‘Rifiorirai’ e ‘Cara routine’, che fanno ripensare ad atmosfere presenti nel mio primo disco ‘Asincrono’”.Label di Mondo Acido

Il primo aspetto che colpisce è il titolo, perché appare una fotografia ironica, ma allo stesso tempo spietata del contesto che viviamo. Come nasce questa scelta? E perché quella di puntare su uno yogurt in copertina?

“La constatazione dell’acidità del mondo, soprattutto in questi anni, è un’esperienza dolente e ahimè quotidiana, che sperimentiamo tutti di continuo e che è sotto gli occhi di chiunque. Ma temo (come si evidenzia nello stesso testo della title track) che, facendoci appunto il ‘sangue acido’ per ogni minima cosa, rischiamo solo di star male a vita. Perciò il mio spirito di sopravvivenza, contrario all’auto-disintegrazione, si appiglia all’ironia come strumento essenziale per sciogliere le tensioni. Serve guardare il nostro mondo acido con un pizzico di leggerezza in più, davvero salvifica. In questo senso, la mia scelta di escludere dalla copertina un acido muriatico, più corrosivo e devastante, e di preferirgli uno yogurt, appare avere un senso preciso, positivo. La vita è spesso acida, ma anche gustosa, insomma ambivalente e a scadenza: come uno yogurt”.

Prima di entrare nei temi del disco, c’è una dedica speciale, quella a Pierre Ruiz, amico e fondatore dell’etichetta “Esordisco”: cosa ha rappresentato per la tua personale carriera? 

“È stato un punto di riferimento assoluto, innanzitutto come persona e amico, ben prima che fondasse l’etichetta ‘Esordisco’: generoso, empatico, ironico, protettivo, saggio, intelligentissimo. Aveva una cultura musicale enorme, varia e poderosa, che spaziava tra tutti i generi, dal pop al rock al jazz al folk. Il suo idolo era Frank Zappa, che i generi li racchiudeva tutti. Era anche lui un artista: per questo capiva nel profondo ogni sfumatura emotiva dei cantautori che produceva, ma anche di tutti gli altri che andava a vedere dal vivo e di cui spesso diventava amico fraterno e primo supporter. Ha lasciato un vuoto enorme, in tutti.
Penso a lui quotidianamente”.

Dieci brani accattivanti, melodie che alternano generi e testi, ora ironici ora delicati: canzoni per lo più nate negli ultimi cinque anni, che vivono una specie di dicotomia, ovvero, a un primo ascolto, danno l’idea di poter vivere in autonomia l’una dall’altra, ma poi man mano, invece, sembrano nate per stare insieme. Che disco è? Come lo definiresti?

“È un disco che racconta la vita, con tutte le sue fasi e sfaccettature: nascita, viaggio, percorso, emozioni vissute, problemi, difficoltà, cadute, rinascite, fino all’epilogo. Del resto ogni disco e, forse, ogni canzone scritta, in qualche modo lo fanno. Le due particolarità di ‘Mondo acido’ sono però uno sguardo in generale più maturo e consapevole (non sono più di primo pelo) e, al contempo, una visione della vita quasi mai cupa, ma tendente a sdrammatizzare, a conservare fiducia nel mondo e in noi stessi, nonostante l’acidità che ci circonda”.

Luigi Mariano

Negli ultimi anni, la pandemia ha segnato la vita e le abitudini di molti. Sotto l’aspetto creativo quanto ha inciso, se ha inciso, nell’ispirazione artistica e nella scrittura dell’album?

“Sebbene il mio spirito positivo mi abbia tenuto vivo anche nei terribili mesi del lockdown, devo ammettere che successivamente ne ho avvertito nel cuore l’effetto dilaniante. Infatti, proprio quando la burrasca sembrava passata, si è di colpo aperta una voragine dentro di me, una ferita molto dolente, che poi con grande lentezza è andata cicatrizzandosi. So che sono stati sentimenti comuni. Però lo spirito con cui tutte le canzoni dell’album erano nate, quasi tutte prima della pandemia, non contemplavano atteggiamenti depressivi, ma positivi e di rinascita. Per un attimo ho dunque temuto che il dolore del lockdown potesse alterare l’anima più limpida e profonda di quella scintilla creativa iniziale, con cui avevo composto quasi l’intero lavoro. Perciò, a protezione del disco e di quelle canzoni, non ho voluto imbrattarmi con altre idee musicali e testuali, tutt’altro che allegre, che mi sono arrivate in piena crisi pandemica. E ho capito che il conservare quello spirito positivo pre-pandemico, con cui erano nate le canzoni in origine, a maggior ragione sarebbe stato molto utile a tirarsi fuori, con dignità e coraggio, dalle sabbie mobili in cui eravamo sprofondati”.

Dieci tracce, dicevamo. Con quale criterio hai immaginato l’ordine della tracklist?

“Sono sempre stato un maniaco delle scalette, sia quelle dei dischi che quelle dei concerti. Quello che ho sempre cercato di combattere è la noia. Nelle mie scalette è quindi davvero raro che un qualsiasi brano si trovi lì, in un determinato punto, per ‘puro caso’. In linea di massima, rispetto all’andamento della tracklist, la mia attenzione si concentra più verso gli aspetti musicali e meno sui testi. Amo un andamento dinamico della sequenza musicale dei pezzi, con una varietà costante, anche se pur sempre coerente verso la direzione stilistica del cd. Spesso il terzo brano delle mie tracklist è una ballad che per me significa molto. E spesso il quarto brano è un qualcosa che rompe gli schemi del disco stesso (‘Odissea degli elementi’). Ricordo che per la tracklist del mio primo disco Asincrono, del 2010, mi ispirai per alcuni aspetti alla scaletta di uno dei miei album italiani ‘di culto’ degli anni ‘80, ossia ‘Blue’s’ di Zucchero, cosa che rivelai un po’ di tempo dopo in un post. Per questo mio terzo lavoro, ‘Mondo acido’, ho ripreso quell’impostazione, che tra l’altro prevede un brano ironico iniziale, sullo stile più teatrale e scanzonato (‘Mondo acido’); poi un penultimo brano un po’ goliardico (‘Cara routine’) e infine un brano conclusivo più intimista (‘Inverno 2063’).

Sono tante le collaborazioni presenti nell’album, a partire da Primiano Di Biase che ha lavorato agli arrangiamenti, al gruppo di musicisti che ti ha affiancato. Colpisce, però, in particolare il duetto con Tony Bungaro in “Sotto sale”. Com’è nato il brano e perché la scelta di duettare proprio con lui?

“La genesi del brano è particolare e curiosa, direi anche complessa. Compongo sempre prima la musica, scrivendo le parole solo successivamente. In genere i testi da inserire mi vengono in modo spontaneo nei giorni seguenti alla creazione della musica, ma in certi casi può succedere che tardino un bel po’ ad arrivare, come ad esempio per il testo de ‘L’ora di andar via’ (che concludeva il disco precedente), le cui parole mi uscirono quasi un anno dopo. Per la musica di ‘Sotto sale’, il testo non solo era in ritardo, ma proprio non arrivava: neanche una frase. Perciò mi restava tra le mani solo questa musica, dolce e senza parole, composta forse nel 2015. Un giorno ero in chat col mio amico Alessandro Hellmann, autore, scrittore e cantautore, che lanciò nell’aria una domanda: ‘Hai per caso delle musiche da parte, a cui potrei aggiungere un mio testo?’. Gli girai la musica di ‘Sotto sale’, cantata in finto inglese, e dopo pochi giorni mi inviò un suo testo in italiano, che aveva scritto apposta per quella mia scansione musicale. Restai stupefatto in positivo e approvai pienamente. Dopo qualche settimana, però, mi accorsi di non gradire il tono troppo melodrammatico con cui avevo composto la musica del ritornello e decisi di cestinarlo, chiaramente perdendo anche le parole scritte da Alessandro. A quel punto scrissi un ritornello nuovo, tutto mio, per testo e musica. Misi però mano anche a una frase delle strofe, scambiando la città di Genova con quella di Brindisi, perché vi era nata mia madre e volevo che le parole evocassero ricordi del suo passato in quella città.  Il resto del testo delle strofe e anche quello dello special è invece tutto di Alessandro, a cui devo molto per questo brano, a cominciare dall’idea iniziale riguardo la scrittura delle parole. Un paio di mesi prima della pubblicazione, ho pensato a un intervento vocale di Tony Bungaro nel brano: sia perché ci tenevo a cantare con lui, per via del nostro comune legame con Pierre Ruiz e la sua etichetta ‘Esordisco’ e sia perché Brindisi, oltre che la città di mia madre, è stata anche la città in cui è cresciuto Tony, sempre nel quartiere del Casale. Bungaro è stato dolce, umile, disponibile e generoso”.

Il cantautore salentino Luigi Mariano

In passato, avevi già collaborato con altri grandi artisti. C’è qualcosa che ciascuno di loro ti ha lasciato nel confronto professionale?

“Come persona già io tendo, di mio, a nutrirmi moltissimo delle esperienze di chiunque possa insegnarmi qualcosa, infatti sono anche un grande ascoltatore, fin da quando avevo 15 anni. Figurarsi dunque quanto io possa sentirmi privilegiato ad avere incontrato grandi artisti, da cui ho appreso in modo indiretto, osservando bene i loro comportamenti, oltre che ascoltando le loro idee da vicino.  Una mattina di sole di qualche anno fa, alle Terme di Caracalla, mentre eravamo seduti a chiacchierare placidamente sull’erba, Tony Bungaro mi disse, a sorpresa, una cosa bellissima: ‘Luigi, tu sei purezza intelligente’. Rimasi a bocca aperta, imbambolato da quella curiosa e inattesa definizione. E capii quanto Tony fosse psicologo e osservatore attento e preciso dell’animo delle persone, a cominciare dagli artisti: perciò è evidente come l’osservazione e la psicologia debbano essere per forza una prerogativa indispensabile dei creativi, a maggior ragione dei cantautori. Neri Marcorè è l’antidivo per eccellenza: la sua umanità, umiltà e semplicità sono noti a tutti e colpiscono subito. Quando sei con Neri hai quasi sempre la sensazione che quello più importante tra i due non sia lui, come sarebbe ovvio, ma tu. Fa star bene gli altri, sempre. Lui viaggia sempre su un basso profilo e tende ad asciugare sempre l’enfasi inutile che spesso si adopera nell’affrontare qualsiasi discorso intorno al mondo dello spettacolo e ai suoi personaggi. Neri cerca sempre l’umanizzazione e la normalità. Simone Cristicchi, che ho conosciuto vent’anni fa, mi ha trasmesso da sempre una grande determinazione nel portare a compimento un’idea o un progetto artistico o professionale, oltre a una grande attenzione per i diversi, i non ascoltati, per le storie nascoste, anche quelle piccole, ma universali”.

Come sta andando la promozione del disco e quali i prossimi progetti in cantiere per te?

“Va molto bene, il mio ufficio stampa Chiara Giorgi è stata brava, le recensioni uscite su Ansa, Fatto, Vinile, Blow up, Mescalina e vari quotidiani e riviste musicali di grido sono state molto generose e ricche di elogi ed apprezzamenti, senza neanche un appunto. Non potevo sperare di meglio. A livello di live tour, dopo l’importante data romana dello scorso 10 marzo al Teatro Arciliuto (con Primiano Di Biase al piano), si è aperta una primavera di concerti, iniziata col mini-tour marchigiano di quattro date organizzato dalla BuenaVentura tra Ancona e le province di Fermo e Macerata. Ora, il 18 aprile sarò al Teatro Agricantus di Palermo, finalmente a suonare in Sicilia. A Roma, ho reso omaggio a due miei maestri, in due spettacoli diversi: ho suonato le canzoni di De Gregori tra piano e chitarra, mentre il 5 maggio, all’Antica Stamperia Rubattino di Testaccio, farò la stessa cosa, ma con il repertorio di Springsteen, tutto da me cantato in italiano. A metà maggio farò una capatina in Salento per una serie di spettacoli, tra cui quello organizzatomi dall’associazione Civilia al Fondo Verri, legato a una rassegna intitolata ‘Canzoni quasi d’amore’. Infine a fine maggio salirò al nord, per una paio di concerti tra Bologna e Piacenza. In mezzo a tutti questi spostamenti e progetti, come ciliegina sulla torta, il 12 aprile compirò 50 anni. Nonostante il tantissimo mio vissuto degli ultimi 15-20 anni, mi sento ancora dentro la freschezza e l’entusiasmo di un ragazzino. E continuerò a viaggiare, a suonare, a incontrare, a imparare”.

La copertina del disco

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