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Le bacchettate dell'arcivescovo alla politica: "Latitanza in cabina di regia"

Nel suo discorso prima della processione per i Santi Patroni, monsignor D'Ambrosio tocca argomenti di attualità, prendendoin prestito riflessioni di Papa Francesco e usando anche toni polemici, specie sulla gestione di una città troppo spesso svilita

L'arcivescovo durante il discorso di oggi (Luca Capoccia Photo).

LECCE – Mai banale, come sempre legato ai temi più attuali, siano nazionali o locali, e in alcuni passaggi non disdegnando toni di aperta polemica, quasi a voler infondere una forte scossa all’ambiente. L’occhio critico, riversato in particolare sulla politica.

Prima che parta la processione dei Santi Patroni, Oronzo, Giusto e Fortunato lungo il tracciato della capitale del barocco a rinverdire antiche suggestioni, l’arcivescovo Domenico D’Ambrosio, da piazza Duomo, si rivolge alla comunità, fedeli e non, toccando alcuni punti nodali degli ultimi tempi. E lo fa - platea di volti politici locali e rappresentati istituzionali come di consueto in prima fila - prendendo in prestito in alcuni momenti parole di Papa Francesco, ma solo come traccia, per poi disegnare un discorso molto personale, per buona parte tarato sulla realtà salentina.

Il dramma dei migranti e la politica italiana ed europea sul tema (argomento che tocca molto da vicino però anche la Puglia, le cui coste sono da sempre fra gli approdi principali), la città e la gestione dei suoi spazi con alterne fortune, movida inclusa, l’occupazione giovanile. Sono questi alcuni dei principali argomenti sui quali la guida della Curia leccese si sofferma nella sua disamina, in qualche caso con toni di forte disapprovazione per scelte ritenute sbagliate o colpevole inazione.

Tutto questo, con un messaggio di fondo, pronunciato proprio in apertura, che rappresenta un chiaro invito a un senso di responsabilità comune: siano gli stessi abitanti, i fautori e gli artefici di quella “speranza che ci invita a riconoscere che c’è sempre una via di uscita, che possiamo sempre cambiare rotta, che possiamo sempre fare qualcosa per risolvere i problemi”, usando la parole del Pontefice (Laudato sì, 60).

Il primo richiamo è di più ampio respiro e tocca l’argomento più dibattuto del momento nel Vecchio Continente, l’ospitalità dei popoli in fuga da guerre e oppressione. “In questa riflessione ad alta voce – dice monsignor D’Amrbosio - mi viene in aiuto Papa Francesco con la sua recente enciclica sulla cura della casa comune: Laudato sì”. Base di partenza, le parole della Genesi (1,28): “In questa casa comune Dio ha posto come signore l’uomo che ha creato a sua immagine e nel benedirlo gli ha detto: siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente”.

A tale proposito, Papa Francesco così commenta: “Oggi dobbiamo rifiutare con forza che dal fatto di essere creati a immagine di Dio e dal mandato di soggiogare la terra, si possa dedurre un dominio assoluto sulle altre creature” (Laudato sì, 67). “Certamente ci deve preoccupare che gli altri esseri viventi non siano trattati in modo irresponsabile, ma ci dovrebbero indignare soprattutto le enormi disuguaglianze che esistono tra di noi, perché continuiamo a tollerare che alcuni si considerino più degni degli altri”.

“E’ evidente – prosegue il Pontefice - l’incoerenza di chi lotta contro il traffico o i maltrattamenti di animali, ma rimane del tutto indifferente davanti alla tratta di persone, o è determinato a distruggere un altro essere umano che non gli è gradito” (ivi, 91).

Qui s’insedia la riflessione dell’arcivescovo. “Non possiamo non pensare a quanto sta accadendo ogni giorno sul nostro Mediterraneo. A differenza di deliranti, offensivi e gratuiti insulti di qualche pubblico servitore dello Stato – prosegue con forza -, noi credenti e i tanti uomini e donne di buona volontà, continuiamo ad accogliere, vestire, dar da mangiare, amare, questi poveri, disgraziati e infelici fratelli che bussano alle porte del nostro Paese e dei nostri cuori”.

Inevitabile, a questo punto, il suo personale ringraziamento a quanti si prodigano a Lecce e in provincia: gli operatori e i volontari della Casa della carità e delle varie mense gli operatori del centro Migrantes, coloro che si ritrovano nelle parrocchie, gli addetti all’Emporio della solidarietà, i responsabili e animatori del “Progetto Policoro”. Qui il discorso si amplia e riguarda le ristrettezze in generale, alle quali sono costretti oggi in tanti, troppi. “Aumentano i poveri e le loro necessità, non arretra o diminuisce per loro la quotidiana carezza della Provvidenza”. “Il Papa nella citata enciclica ci richiama a risanare la nostra relazione con la natura ricordandoci che questa non sarà possibile se non saremo capaci di risanare tutte le relazioni umane fondamentali”.

“Ci sono ferite, solitudini, emarginazioni – prosegue l’arcivescovo - che segnano in profondità tanti nostri simili. Non verremo fuori dallo stallo e dall’inconsistenza e frammentarietà di rapporti umani superficiali se non risaneremo dal profondo, lo stile dei nostri rapporti, della nostra accoglienza, del nostro brutto vezzo di giudizi e rifiuti che condannano senza appello”.

E da un passaggio, arriva subito a un altro, quasi fossero tasselli di uno stesso, immenso mosaico, perché “quest’accoglienza – ricorda - la si vive in pienezza non solo attraverso il ristabilimento di rapporti umani, autentici e solidali, ma anche creando o ricreando quelle condizioni ambientali che reclamano da noi tutti, in particolare da quanti sono chiamati a compiti di responsabilità e di servizio alla comunità, un deciso cambio di rotta”. D’Ambrosio, dunque, inizia a parlare delle problematiche della città in senso più stretto. E parte, ancora una volta, da Papa Francesco.

“Mai abbiamo offeso e maltrattato la casa comune come negli ultimi due secoli” (ivi, 53). “E’ necessario curare gli spazi pubblici, i quadri prospettici e i punti di riferimento urbani che accrescono il nostro senso di appartenenza, il nostro ‘sentirci a casa’ all’interno della città che ci contiene e ci unisce”, scrive Bergoglio. “E’ importante che le diverse parti di una città siano ben integrate e che gli abitanti possano avere una visione d’insieme invece di rinchiudersi in un quartiere, rinunciando a vivere la città intera come uno spazio proprio condiviso con gli altri” (ivi 151).

Nella sua chiosa a queste parole, l'arcivescovo arriva a bacchettare sia chi non rispetta gli spazi comuni, sia chi dovrebbe controllare e amministrare con più cura. “Questa lucida analisi di Papa Francesco – spiega, infatti - interpella, interroga, pone la nostra attenzione e il nostro giudizio sul nostro elegante, armonico, lineare, accogliente e storico tessuto urbano, da cartolina, così come ci è stato consegnato dalla sapienza architettonica e dall’amore per il bello dei molti che con la loro arte ci fanno gustare il meticoloso e ricamato incavo della pietra che sembra uscire dal suo mutismo inanimato per parlarci e farci avvertire la sua vicinanza e familiarità”.

“Ma guardiamo all’oggi della nostra città – prosegue -: la bellezza degli spazi pubblici, dei quadri prospettici e dei punti di riferimento urbani, conserva ancora i suoi tratti originali o dobbiamo lamentare uno spessore esagerato di rughe che nascondono e offendono la sapiente arte che ci è stata consegnata e che non sappiamo non solo conservare ma imitare nelle mutate esigenze dell’oggi? C’è una sana e accorta creatività che porti a integrare i quartieri disagiati all’interno della città accogliente?”, si chiede.

E non manca nemmeno un aneddoto, un esempio tratto dall’esperienza quotidiana. “Pochi giorni fa in questa piazza, emblema di sapiente architettura e invito caldo alla contemplazione di quella bellezza che sa trasformare la vita, che a denti stretti cerchiamo di difendere da ingerenze indebite (ma quanta fatica e quante sconfitte dal popolo di giorno e soprattutto dal popolo della notte), sono stato, scusatemi l’espressione, attenzionato da una coppia di turisti per complimentarsi della bellezza unica della nostra città e dei suoi monumenti”, racconta l’arcivescovo. Che così prosegue: “Con garbo e cortesia però hanno aggiunto: ma forse non amate a sufficienza questo tesoro, a giudicare da un certo disordine, dall’incuria, dalle erbacce, cose che rovinano la preziosità dell’arte che vi è stata affidata”.

Viene spontaneo pensare che ogni riferimento alla recente querelle sullo stato precario della città, con un’ampia controversia che ha visto sulla graticola in particolare il sindaco Paolo Perrone e la sua amministrazione, non sia per niente casuale.

“Amici cari, questa città va amata, curata, difesa, non mortificata e maltrattata”, tuona l’arcivescovo. “Ha bisogno di maggiore sicurezza, di tutela, soprattutto di rispetto. A volte si ha l’impressione che ci siano delle assenze e delle latitanze, laddove c’è bisogno di una cabina di regia che veda al proprio posto gli operatori e i promotori del bene comune di questa città”. “Non ci è permesso di fuggire, di rimandare o di ricorrere alla politica dello struzzo”, prosegue.

“Purtroppo è storia di ogni giorno ma soprattutto di ogni notte. In molti – aggiunge, con tono di rammarico - non sentono il fiato sul collo per tutte quelle offese che malmenano e degradano il bello di cui siamo chiamati ad essere custodi. A quanti hanno a cuore e sono chiamati alla difficile arte dell’educazione, sommessamente ricordo e suggerisco che il rispetto dell’ambiente è uno dei temi educativi più urgenti al quale bisogna mettere mano da subito”.

Ma un altro riferimento riguarda più da vicino la stessa Curia leccese e al rapporto con la città, intesa come centro votato al turismo. “Mi corre l’obbligo di aggiungere una parola di gratitudine allo sforzo non indifferente della nostra Chiesa nelle sue varie articolazioni e responsabilità per l’apertura delle chiese di maggior pregio artistico per l’intera giornata”.

“Devo purtroppo aggiungere che la sacralità di questi luoghi che continuano ad essere luoghi di preghiera e non semplici monumenti da offrire alla visuale turistica, impone delle regole stringenti per l’ingresso, la visita, l’abbigliamento”, spiega. “In questo dovranno aiutarci molto le guide”.

“Non vorrei passare per il vescovo che condanna le chiese a semplici monumenti da visitare – dice ancora, senza un minimo di rispetto e senza alzare il dito e la voce per offese alla sacralità dei nostri luoghi santi di cui siamo gelosi custodi, e così aggravare le già mie pesanti responsabilità concorrendo anch’io alla retrocessione della nostra città nella serie cadetta”.

Fin qui il cuore del discorso, che si potrebbe tradurre in un’accorata richiesta a ognuno di svolgere pienamente la propria parte, seguito da un “segnale di speranza”.

Due anni addietro, dalla stessa piazza, monsignor D’Ambrosio fece cenno all’idea di un sostegno ai giovani in cerca di occupazione. Il riferimento è al Progetto Policoro, attivato dalla Cei, da alcuni anni presente anche nella diocesi salentina. “Con il supporto di questo progetto – svela - abbiamo dato vita, grazie alla carità della nostra Chiesa e di singole persone, al Microcredito Sant’Oronzo per giovani inoccupati o disoccupati tra i 18 e i 35 anni. Il Microcredito ha creato un fondo di garanzia per favorire l’accesso al credito e contrastare la crisi occupazionale. A tutt’oggi quattro imprese autonome e società cooperative – aggiunge - hanno beneficiato del microcredito dando lavoro a circa 25 persone”.

“Piccola goccia, nata e sostenuta dalla carità della nostra Chiesa, che continua a scavare. E’ un invito ai giovani a non avere paura, a saper osare, a impegnarsi con fiducia dando credito alle loro idee e capacità”, dice l’arcivescovo, che, quasi in conclusione, rivolge come sempre un caloroso saluto anc he “agli amici ospiti della casa circondariale: a ciascuno di loro e al personale di custodia, il nostro ricordo affettuoso in questo giorno che è festa per tutta la comunità”.

E poi, un obbligatorio e particolare saluto di benvenuto al nuovo prefetto, Claudio Palomba, insediatosi da poche settimane e già alle prese con le problematiche più stringenti del territorio, al quale assicura, “a nome dell’intera comunità ecclesiale collaborazione, attenzione, stima, rispettosa amicizia”.

Infine, prima delle benedizione all’intera comunità, al primo cittadino, riannodando il filo del discorso, rivolge una “rinnovata, donata e richiesta collaborazione con l’invito a ritrovarci insieme per rendere più bella, accogliente e a servizio di tutti, soprattutto dei più poveri, questa nostra casa comune perché possa garantire una casa, anche a chi ha per tetto le stelle o rifugi arrangiati, precari e malsani”. La processione può partire, in attesa che la città si risvegli dal suo torpore.

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