“Faccia a Faccia”: nella mostra di Quarta, umano e alieno a confronto

In una personale del pittore salentino, il conformismo sociale visto attraverso un gioco di specchi deformanti in cui ciò che appare come altro da sé diventa un possibile riflesso dell’essere. "Ma non chiamateli extraterrestri!"

L'artista salentino

LECCE –E' stata inaugurata oggi, nello spazio espositivo di via Manifattura Tabacchi 16/B, la personale di Massimo Quarta. Un artista con alle spalle un curriculum di tutto rispetto che torna a far parlare di sé nella terra a cui è profondamente legato e in cui lavora. Ma anche i numeri tornano: il 16, ad esempio, è il numero civico della galleria, che è anche lo studio del pittore, e l’appuntamento si concluderà il 16 del mese successivo. Un gioco di specchi che ripercorre l’intera storia dell’autore, nato a Novoli nel 1967 (il 16 c’è anche nelle date più importanti che lo riguardano), la cui carriera prende avvio nel 1997, a trent’anni esatti di distanza, e che sembra rimandare ai volti dei suoi ritratti, alle sue farboline, alla rotonda carnalità della loro bocca stagliata al centro di un volto privo di fisionomia.

Cos’è l’identità? Perché di fronte agli esseri antropomorfi di Quarta, che abitano luoghi e spazi del tutto simili a quelli reali, si avverte un iniziale smarrimento che, gradualmente, come una febbre, lascia il posto a una benefica spossatezza?

“Faccia a Faccia” è il titolo dell’appuntamento con cui l’artista ha inteso riassumere gli ultimi anni della propria ricerca. Un viaggio che l’ha visto ripercorrere luoghi e tempi di un vissuto personale ma che egli non esita a definire “condiviso”. Lo si capisce dai tanti volti che paiono scrutare dalle tele con sguardi inquietanti. Ma non per l’aspetto inquietante, bensì per il senso d’inquietudine che comunica la loro consapevolezza di aver attraversato una linea di confine, di aver squarciato il velo tra reale e ciò che non si riesce a percepire se non come irreale. Volti di persone note al grande pubblico ma anche frutto d’incontri casuali. Fisionomie che sono sempre accompagnate dall’elemento estraniante, alieno, ignoto. Ma la fantascienza c’entra poco, o affatto.

La continua tensione tra essere e divenire, spirito e materia, identità e alterità sono alcune delle chiavi di lettura dell’opera di quest’artista per cui la pittura si fa voce narrante ed essa stessa, null’altro, deve bastare a dire ciò che la finitezza del mezzo espressivo non riuscirebbe a comunicare. Il messaggio, difatti, non è mai il mezzo, che pure è imprescindibile. Né le opere di Massimo Quarta – esposte in tutt’Italia, in Canada, nel Regno Unito – sono concepite per seguire mode o assecondare gusti e tendenze del momento, pur facendo loro il verso. Piuttosto è il fruitore del messaggio a diventare opera in sé. Se è vero che “la bellezza è negli occhi di chi guarda” tutto ciò che esiste dà concretezza a tale assunto. Cogliere la bellezza delle cose equivale a riscoprire la propria bellezza e l’unicità di tutto ciò che ci circonda.

È quell’attimo di eterno che non c’è… ovvero l’istante in cui l’uomo s’incarna nella tela, come Narciso nel proprio riflesso sullo specchio d’acqua. E come nel mito greco anche l’uomo comune resta incerto, per alcuni istanti, a rimirare il proprio “altro” che lo scruta da una dimensione unica eppure così contigua a quella dell’osservatore per finire con il confondersi a essa. Emblematica, a tal proposito la “Farbolina Q830” che di Narciso prende, forse, il presupposto trasportandolo in un universo lontanissimo e imperscrutabile dove soltanto l’in-coscienza dell’essere umano è in grado di riconoscere il suo essere altro, alieno appunto. E la soglia tra i due mondi è così labile da poter essere rappresentata dalla lastra di vetro argentato di uno specchio.

In effetti sono queste le prime configurazioni, prima che raffigurazioni, che prendono forma nella mente di Quarta. Creature che si potrebbe identificare facilmente, e forse troppo frettolosamente, come aliene; ma che a ben pensarci poi non lo sono. Non sono neanche creature, a dirla tutta. Sempre se con quest’ultimo termine non ci riferiamo a ciò che l’artista ha inteso “creare”.

La creatura c’è, ad ogni modo, ma è celata allo sguardo dei più. Essa è il terzo elemento di una triangolazione spazio-temporale che va oltre la bidimensionalità dell’opera. Spazio, tempo e opera sono i vertici analoghi e giustapposti del cosmo creativo di Quarta. Un universo in cui i mondi non collidono, né collassano ma coesistono in quella pace che si coagula attorno alla teoria di Antoine-Laurent de Lavoiser secondo cui “nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”. Ecco allora che le invasioni dei farbonauti, le sensuali farboline e il farbomondo assumono connotazioni tutte nuove e immediatamente identificabili a chiunque sappia “vedere”, non già guardare, la connessione tra realtà a più dimensioni. Il multiverso è la realtà costituita da più realtà. Quella, se vogliamo, che  gli uomini dell’Europa del Nord solevano identificare nell’archetipico albero del mondo, l’Yggdrasill, che connetteva le differenti realtà di cui era composta l’esistenza.

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“Faccia a faccia” è dunque il momento in cui i mondi giungono al confronto prendendo coscienza di sé; è il luogo della mutazione, rappresentata in maniera spettacolare e sagace dall’artista nelle decine di tele mai uguali l’una all’altra, che si manifesta in quell’esclusivo ed eterno istante in cui osservatore e osservato convergono in un centro di attenzione comune. Lasciamo dunque ad altri il compito di descrivere cosa si potrebbe “vedere” nei personaggi surreali di Massimo Quarta. A noi basta ciò che essi non sono. Solo allora, potremmo scorgere in un quadro di Quarta il riflesso del nostro essere alieni nella società e, soprattutto, a noi stessi.

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