Le "Icone" di Mario Pellegrino, la poetica del frammento tra sogno e mito

Dal 7 al 22 dicembre la galleria Arca ospita la personale dell’artista che piace ai critici e incanta il pubblico. "Icone" è un racconto a più voci che, a tratti, si fa canto richiamando i seduttivi gorgheggi delle sirene che nei lebirintici budelli del tempo inseguono amori non corrisposti

LECCE –  Terra rossa, foglia oro, tessuti pregiati, corde e merletti vestono, solo incidentalmente, leggende e cunti popolari salentini che le splendide tavole di Mario Pellegrino, retaggio antico di un’arte scomparsa, rievocano come brani di vita ritrovati nella polverosa soffitta della memoria.

Non ornamento, composizione, ma ricerca pura: la ricerca di qualcosa che non smette mai di vivere e sublima la propria essenza all’interno della mente. Un processo creativo in eterna evoluzione che evoca e dimentica per ricostruire, di volta in volta, storie sempre nuove. Oppure ne recupera di archetipiche. È ciò che l’autore, originario di Collepasso, intende per materia. Essa è la meta ultima del suo viaggio intrapreso già dopo gli studi leccesi, approfonditi a Firenze presso l’Accademia di Belle Arti e a Torino nella facoltà di Architettura.

“La materia è tutto”, e il tutto può essere trasformato, smembrato, assemblato in una continua e interminabile giustapposizione di elementi che non fanno che raccontare la vita, intesa nella sua accezione più ampia.

“Si tratta di una scommessa con me stesso, giocata cercando l’unità tra i diversi linguaggi. Metto insieme ciò che resta delle storie passate: i frammenti, i volti, i sensi, i fili sparsi di vicende sospese nel tempo che rimandano a Füssli e a Marino, a Vespignani, a Paolo Uccello, a Böcklin… Tutto messo in campo senza gerarchie”.

La decorazione, secondo l’autore, non è che un modo, proprio all’essere umano, di leggere gli strati della materia. Pellegrino costruisce il proprio epos, un epos che sa di salsedine, di sabbia finissima e terra riarsa, di creature mitiche e oniriche, estraendolo, come si farebbe per un reperto archeologico, dalla terra. Ventre caldo, buio e sicuro, madre e culla della cultura, la terra è onnipresente nelle opere del cinquantasettenne artista salentino e spesso assume, anche nella figurazione, l’aspetto di paesi, cittadine o interi territori. Altre volte sono questi a trasformarsi in personaggi narranti.

Emblematiche, a tal proposito, le sue teste di cavaliere, sculture dapprima costruite e poi distrutte, per essere ricostruite nuovamente dai frammenti che si sono salvati. Così ottone, ferro e chiodi, terracotta e corde, ricuciono il tempo con storie mai vissute, forse in divenire. Allo stesso modo i volti delle ragazze salentine, che sembrano richiamare alla mente l’opera michelangiolesca perché nate dalla sottrazione di materia, emergono dalle imperfezioni e dai nodi della superficie lignea, non già dall’aggiunta di colore e materia.

È quella che a Pellegrino piace definire “evagatio mentis”, un viaggio mentale nella memoria, appunto, che alle volte si spinge così lontano da farsi, all’arrivo in terra straniera, vero e proprio ex voto per testimoniare la benevolenza degli dèi: “votum fecit gratiam recepit”.

“Cerco di recuperare ciò che esiste già negli strati della materia. Il passato – spiega Pellegrino – vive e impregna gli elementi. Io non faccio che scavare, sottrarre o aggiungere, a seconda dei casi. Le mie tavole sono intrise di parole e discorsi che sono stati assorbiti nel tempo. Il legno è testimone della storia, e così tutti gli altri materiali. Mi piace rifarmi agli affreschi ritrovati dopo secoli sotto strati d’intonaci scialbati. Per salvare tali preziose testimonianze occorre sottrarle alla calce che, inevitabilmente, si porterà via una parte di quella storia dipinta da altri. Una volta tornata alla luce, però, quella storia avrà altro da raccontare a nuovi fruitori. È la poetica del frammento, lacerti che diventano confessioni di vita privata, sogni talmente intimi da non poter essere raccontati al primo venuto”.

L’onirico, nell’opera di Pellegrino, accarezza il mito ma spazia su storie in continua tensione tra sensualità, desiderio e vita quotidiana. Così la “Santa Cesarea” con i suoi corbezzoli rossi dati alle colombe per distrarle dal suo sogno erotico: il satiro. “Gallipoli”, invece, è una città che naviga, eterea, su pescherecci che solcano onde di capelli fluttuanti sulla testa di un cavaliere levantino che seduce con i doni rivenienti da terre lontane. Sullo sfondo cupole e pinnacoli rimandano alla vocazione commerciale di un popolo marinaro sempre pronto all’accoglienza e allo scambio.

L’uso della figura femminile per Mario Pellegrino, tanto nelle “strie” quanto nelle donne cavaliere, si traduce in una battaglia per la conquista di un ruolo nella storia e nella società. Esse non uccidono, piuttosto feriscono l’orgoglio maschile, portano al guinzaglio la virilità, domando e accattivando con arti sublimi il carceriere che si ritroverà, inconsapevole, cinto di catene inviolabili, quelle della seduzione. Pittura, memoria e tecnica pittorico-materica. La materia è intesa come qualcosa che scaturisce dall’archeologia. Essa recupera la memoria. La sirena Leucadia campeggia sulla parete posta difronte all’entrata della galleria. Per quanto possa ricordare lontanamente “L’origine del mondo” di Gustave Courbet, le sue gambe lascivamente e peccaminosamente aperte raccontano l’amore non corrisposto per il bel pastore Meliso e il suo eterno nuotare tra le due punte del capo di Leuca, appunto, punta Meliso e punta Ristola.

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Maliziose e leggiadre sono, poi, le popolane salentine di Pellegrino, quasi icone pop di quei Duchamp e Warhol, che non vogliono serializzare e stereotipare, bensì ricordare la matrice identitaria comune ai popoli che si affacciano sulle miti acque del Mediterraneo il cui sciabordio rimanda echi di società matriarcali la cui memoria è ancora molto forte in quella contemporanea. 

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