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Foto di repertorio

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Serata Stravinskij, un altro successo che il maestro Franzutti dedica al pubblico leccese

L'Uccello di Fuoco e la Sagra delle Primavera stupiscono ed emozionano gli spet-tori di Koreja. Dalle scene ispirate al fantasy Conan il Barbaro alle provocazioni di movimenti e suoni ipno-isterici che rimandano all'immaginario archetipico il Balletto del Sud da una grande prova di competenza tecnica e maturità

LECCE– La differenza tra uno spettacolo di balletto, impeccabilmente eseguito, ammaliante e ricco di scenografie e costumi fastosi, e un lavoro di Fredy Franzutti, sta nella capacità del maestro salentino di accompagnare gli spettatori, quasi prendendoli per mano, nel mondo che la sua mente visionaria, e agitata da ricorrenze a tratti inquietanti, ricrea di volta in volta, e in cui il balletto narra e meraviglia, piuttosto che intrattenere con ostentazioni sempre in equilibrio sulle partiture del libretto. Non è, quella del coreografo leccese, una modalità che ben si adatta alla convenzione; e questo Franzutti lo sa bene. Sul suo anticonformismo Fredy Franzutti ha costruito, non senza sforzo e pervicacia, la notorietà dell’esemplare Compagnia da lui stesso fondata vent’anni or sono.  

Del resto a testimoniare lo sfavillio di questo piccolo grande gioiello del Mezzogiorno, che va sotto il nome di Balletto del Sud, ci sono i “tutto esaurito” degli spettacoli che girano l’Italia e molti Paesi di quell’Europa che, se non nella moneta unica, si riconosce nel valore di performance artistiche cui va il merito di livellare i personalismi edonistico-narcisisti così sfacciatamente demodé di certa parte del pubblico. Non la parnassiana art pour l’art, il cui scopo è l’estetica, la bellezza fine a se stessa, bensì un omaggio alla musa Tersicore, e alle sue sorelle, che paiono redivive nel loro ruolo di scintille delle menti creative – gli artisti – il cui obiettivo, au contraire, è quello di parlare tanto al cuore quanto alle coscienze per stimolare i cambiamenti costruttivi.

E come non riallacciarsi alla scelta del maestro di portare sulle scene, a cent’anni dal clamoroso fiasco sul pavé del parigino Théâtre des Champs-Élysées, il 29 maggio 1913, de La Sagra della Primavera di Igor Stravinskij. Un “copione dello scandalo”, come l’ha definito il giornalista Ermanno Romanelli, durante la brillante conferenza introduttiva alla “prima” dello spettacolo rappresentato, ieri sera, sul palco dei Cantieri Teatrali Koreja nell’ambito della Settimana della Danza. Scandalo che, sempre secondo Romanelli, decretò, sì, l’insuccesso momentaneo del lavoro del compositore russo, ma ne fece un vero caposaldo della cultura internazionale in un’epoca che vedeva già traballare ogni certezza sociale e politica, anche sul velluto delle poltrone dei teatri.

Un’incertezza che è, poi, la metafora di una rivoluzione in atto nelle coscienze, imbrigliate dai moti liberali risorgimentali, cui seguiranno le derive nazionalistiche della prima metà del Novecento. Se, però, la rissa che scaturì dall’incapacità del pubblico della Bell’Époque – lo stesso che raggelò dinanzi alla mirabolante proiezione de “L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat” dei fratelli Lumière – di sopportare i ritmi ossessivi e l’irriverente utilizzo degli strumenti con il chiaro scopo di sconvolgere e creare tensione emotiva, fu foriera di un acceso dibattito critico; è pur vero che quest’ultimo traslò l’intera cultura del momento nell’incipiente visione avanguardista che dominerà buona parte del XX secolo.

La partitura musicale di Ni?inskij, che scrisse il suo componimento a soli 24 anni, e i balletti di Sergej Diaghilev hanno aperto la strada alla modernità della danza novecentesca proprio attraverso gli espliciti richiami de La Sagra della Primavera all’ancetrale e al primitivo. Aspetti che Franzutti ha voluto sottolineare anche attraverso una scena e i costumi ridotti ai minimi termini, e con le riproduzioni delle opere del pittore di San Cesario, Ezechiele Leandro. Le disarmonie timbriche, i movimenti dei ballerini, l’uso di costumi assolutamente desueti negarono allora quanto il balletto aveva rappresentato fino a quel momento.

Tuttavia Romanelli, attribuisce al compositore russo, in un’interessante ipotesi ben fondata sulla psicologia, nonché sulla vicenda umana di Ni?inskij, una precisa responsabilità, non già nell’insuccesso del debutto, che pure Stravinskij gl’imputava, bensì nella lungimirante scelta di precorrere i tempi di quella modernità che, di lì a poco – se si considera la parentesi dei due grandi conflitti mondiali, – avrebbe stravolto per sempre i canoni della danza.

Ma quanta parte ebbero, Stravinskij e il suo impresario – s’interroga, a questo punto, Ermanno Romanelli, – in quella vicenda dai contorni ancora sfuocati? L’esperto giornalista getta una luce del tutto nuova sugli autori russi che avrebbero giocato un ruolo assolutamente consapevole nel dissacrare sia il pubblico che il palcoscenico degli Champs-Élysées con l’intento di creare attorno alla Sagra della Primavera il cardine della nuova visione di Ni?inskij, il quale, prima ballerino e poi amante dello stesso Diaghilev, diventerà, sotto la guida del mecenate russo che ne aveva intuito le potenzialità fino ad allora inespresse, un abile coreografo, vittima del suo stesso, folle genio.

Chiaramente una buona fetta di “colpe” a Vaclav Fomi? Ni?inskij i parigini l’affibbiarono a causa della sua malcelata omossessualità, e dei continui riferimenti al sesso all’interno dei suoi spettacoli. Difatti la Sagra ne è piena, anche nella versione di Franzutti, il quale, sapientemente l’ha trasposta in un assolato hinterland salentino, dove la “colpa” della giovane vergine (la bravissima Chiara Mazzola) coincide con la puntura, inconsapevole e fortuita, della taranta, che libera le pulsioni sessuali della giovinetta per farle “vomitare” il proprio rifiuto per le convenzioni, per la sottomissione dell’intero genere femminile, e della stessa religione, che, se da un lato spinge alla contrizione e al pentimento, dall’altro è pronta a fagocitare la carne e il sangue del proprio idolo per espiare i peccati e propiziare i raccolti.

Così nelle musiche e nei movimenti ipno-isterici l’eletta riafferma la centralità dell’essere umano, senza genere, né censo, in un rapporto che, pur forzatamente, torna a essere privilegiato e diretto con la propria divinità. Ma resta collettiva la pulsione sessuale/sociale attorno alla quale, per dirla con le parole del sociologo Herbert Marcuse, s’incentra l’evoluzione dell’intera umanità, da massa informe di individui a coscienza collettiva a società organizzata. Un connubio, quello tra primordiale e contemporaneo, che non poteva che stare stretto alla società parigina, perbenista e tardo-borghese, ma che calza a pennello all’eclettico Franzutti, la cui mission, egli non smette mai di ribadirlo, è quella di pungolare le coscienze delle persone affinché svestano i panni dello spettatore per farsi parte integrante del grande spettacolo della vita, di cui il balletto è una delle forme più alte di rappresentazione.

Degna di nota anche la versione de “L’Uccello di Fuoco”, storia del principe-guerriero Ivan che Stravinskij, nel 1908, dedica al proprio maestro Rimskij Korsakov. Franzutti s’ispira al film fantasy anni ’80, di John Milius, Conan il Barbaro, a sua volta ispirato dai racconti di Robert Ervin Howard – padre, tra gli altri anche del personaggio più riuscito Solomon Cane – che descrisse le avventure di Conan sulle pagine della rivista Weird Tales, nel 1932. Tanto per le scene quanto per i costumi, bisogna ammettere che la scelta del coreografo salentino di raccontare la favola russa del principe-guerriero Ivan (De Ceglia), il quale, grazie a un magnifico uccello magico (Nuria Salado Fusté) salverà la principessa Zarievna (Vittoria Pellegrino) dalle grinfie del malefico mago Katschei (Andrea Sirianni), si rivela azzeccata sia per gli elementi comuni tra la pellicola cinematografica americana e il retroterra culturale russo, sia per la novità che entrambe rappresentarono, a inizio secolo, nei confronti del pubblico. Un plauso, al di la, di ogni espediente, lo meritano gli eccellenti ballerini e ballerine del Balletto del Sud, l’anima pulsante di ogni spettacolo, per la notevole capacità tecnica e la padronanza dello spazio scenico, che non ha impedito loro di esprimersi al meglio nonostante l’esiguità del palco di Koreja rispetto a quello di un Politeama, e  per l’impressionante immedesimazione nei complessi personaggi che hanno dato vita a un’avventura che nessun “reboot” cinematografico potrebbe eguagliare.

Così come non ha nulla da invidiare allo Schwarzenegger di Conan Alessandro De Ceglia, il cui fisico muscoloso e slanciato ha dominato la scena non facendo mai rimpiangere l’eleganza e lo stile delle punte. Davvero originale la trovata dell’uovo in cui è racchiusa l’anima del mago, che Fredy Franzutti ci propone quale tributo del maschio-eroe di stirpe reale al quale nulla è negato, se non l’amore. E proprio l’amore, forse, egli troverà nell’atto estremo d’infrangere l’uovo/cuore per liberare lo spirito, e se stesso, dal maleficio che vincola ogni uomo al proprio ruolo sociale. Nuria Salado Fustè ha infiammato la platea con il fuoco della propria passione e bravura artistica, mentre il camaleontico Andrea Sirianni, nei panni del serpentiforme mago mongolo Katscheij, ha sbalordito con una mimica magistrale. Come hanno fatto tutti gli altri. La settimana della Danza è un appuntamento imperdibile, che la città dovrebbe augurarsi di poter godere ogni anno.

Ma questa, come quella dell’orchestra Ico Tito Schipa, è un’altra storia…

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