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Teatro

"Il Lago dei Cigni" secondo Franzutti e l'appello per l'orchestra Schipa

In scena lo spettacolo del coreografo che fa il tutto esaurito e mette d’accordo pubblico e critica. E in un discorso-appello il direttore del Balletto del Sud, con riferimento agli orchestrali sulla via del licenziamento: “Le scelte miopi delle istituzioni danneggiano le generazioni future"

LECCE – Di Fredy Franzutti è stato scritto tanto, e dei suoi spettacoli, e della sua personalità dalle mille sfaccettature. Ma il “garçon prodige della coreografia italiana”, com’è stato definito dalla critica, non smette di stupire grazie a una scintilla sempre viva che chiunque abbia avuto modo di conoscerlo, o anche solo di parlargli per qualche istante, può osservare nel suo sguardo. Lo stesso che, a soli cinque anni, grazie all’amore e alla lungimiranza della nonna paterna, gli aveva aperto una finestra sul mondo dell’Opera e sull’incanto dell’arte.

Una vita, quella del quarantatreenne coreografo leccese, spesa a inseguire, più che a cercare di svelare, il segreto di quell’incanto per farne, come un novello Prometeo, prezioso dono agli uomini. Ed è proprio di questa sua continua ricerca, del vero amore per l’arte, che abbiamo voluto parlare con il maestro Franzutti, prendendo le mosse dall’ultimo suo spettacolo in scena in questi giorni al teatro Politeama Greco di Lecce: Il Lago dei Cigni.

La trama è nota al vasto pubblico, eppure in questa riedizione di uno dei più noti balletti di Pëtr Il’i? ?ajkovskij, Franzutti inserisce numerosi elementi di novità che approfondiscono tematiche latenti nell’originale ottocentesco, con spunti di assoluto interesse, facendo dell’opera romantica un lavoro introspettivo, che lo stesso coreografo definisce una confessione, con valenze di natura sociologica e psicoanalitica.

E non poteva essere altrimenti, visto che il personaggio principale si rifà, neanche tanto velatamente, a Ludovico II di Baviera, dichiarato insano e deposto dal trono proprio quando ?ajkovskij stava completando il del Lago dei Cigni. Non a caso il castello che fa da sfondo all’ambientazione ne è una diretta citazione – il nome, Neuschwanstein, infatti, significa “nuova roccia del cigno” e l’antico maniero, replica fin de siecle di un castello medievale, esiste realmente e ispirò Walt Disney per il più noto castello del suo regno della fantasia.

Così proprio il cigno incarna l’ossessione del principe bavarese dilaniato tra l’amore materno e quello per la bella Odette restando travolto dalla scoperta del di lei e del proprio lato oscuro. Un lato che ne nasconde mille altri, i cigni, come i volti della società e i pregiudizi che in essa si sviluppano fino a distruggere come veri e propri morbi virali. Ma è questo uno dei punti nodali della storia, e da qui Fredy Franzutti sviluppa le sue variabili che pescano sapientemente nell’immaginario collettivo contemporaneo, pieno di singulti neogotici e decadenti, a tratti steam punk, per congegnare e risolvere i conflitti interiori dei protagonisti non senza uno sguardo, complice, all’eterno dilemma che vede arte e realtà come due lati di una stessa medaglia.

Il tema dell’identità, che è poi identità di genere, tanto caro agli autori di fine Ottocento, e intramontabile sottotraccia della poetica dell’introspezione e della narrativa psicoanalitica, si estrinseca nel quotidiano gioco dei contrari in cui luci e ombre, bene e male, maschio e femmina, sogno e realtà non si configurano più soltanto quali estremi contrapposti di un processo di astrazione cognitiva, bensì come parti indissolubili e imprescindibili dell’essere.

Alla fine, per il principe, e per Franzutti, l’unica via è il compromesso, che passa per l’accettazione di sé, e dell’altro. È dunque mediante il sacrificio personale che avviene la metamorfosi del giovane Sigfrid. Il rampollo di una famiglia benestante inglese in vacanza, corteggiato e viziato figlio di una vedova, insegue le passioni della gioventù godendo pienamente la propria beltà in dispregio dei valori familiari e coniugali. Sulla riva del lago incontrerà la figura bivalente di Rothbart, mago o demone, ma nache daymon o mentore, forse voce dell’inconscio, a seconda di ciò che si vuol vedere, e il suo seguito di giovani trasformati in bellissimi cigni.

La caducità della vita e l’impossibilità di accettarne anche i lati negativi come le brutture, la sofferenza e la vecchiaia ha fatto compiere a quei giovani la scelta più facile: il patto con la diabolica/esoterica creatura li condannerà per sempre in un limbo che li vedrà sospesi tra reale e onirico. Il maleficio, trasposizione del conflitto adolescenziale che non si risolve con la maturità, potrà sciogliersi solo se Sigfrid accetterà di compiere un’importante scelta: egli, che rifugge le relazioni stabili e il matrimonio, dovrà dichiarare il proprio amore incondizionato a Odette, di cui, peraltro, è innamorato già dal primo istante. Ma non è semplice come appare. L’invenzione di Franzutti, altra novità rispetto alla storia, segnerà il destino dei due amanti. Quale sarà, però, lo vedranno gli spettatori alla fine del balletto.

Fredy Franzutti non lascia nulla al caso e ogni passo, ogni movenza, ogni piega dei fondali scenici e degli abiti sontuosi e leggiadri come le piume dei cigni, è pensato per stimolare la mente con un linguaggio capace di cogliere anche le più piccole vibrazioni della coscienza. Spettatori in visibilio e teatro da tutto esaurito anche per questa ennesima prova del direttore e fondatore della compagnia Balletto del Sud, ormai nota e apprezzata ovunque in Italia e all’estero.

Come può esserci uno spettacolo di balletto senza un’orchestra che faccia vibrare le corde dell’anima?

La risposta sembrerebbe scontata, ma Fredy Franzutti serba nel tono delle note di sentita amarezza per quello che pare un epilogo tristemente annunciato: il licenziamento degli orchestrali della Ico Tito Schipa, i quali, con dignità ormai rara, preferiscono scendere nella buca a suonare piuttosto che lagnarsi perché quella, non altra, è la loro scelta di vita. Gli applausi a piene mani che vedono calare il sipario sulla scena ancora illuminata non cancella, infatti, “la vergogna di una vicenda, come altre nel Belpaese, che riporta dubbi e perplessità, più che legittime, sul ruolo degli enti e delle istituzioni nella società”.

E la scelta della Provincia, ente non più riconosciuto, di licenziare i professionisti della fondazione fa eco al licenziamento dei colleghi della capitale. Non ci sta Franzutti cui la musica ha cambiato la vita dalla tenera età e che non potrebbe più portare in scena i suoi spettacoli una volta privato dell’eccellenza degli orchestrali salentini. Ma il suo rammarico, manifestato apertamente in un commosso discorso/appello declamato insieme a un rappresentante della Ico, riguarda il misero lascito alle future generazioni: “Privare i nostri figli, la comunità, di una realtà d’eccellenza nel panorama musicale e culturale è davvero una questione penosa che non può e non deve limitarsi al mero dibattito inter-istituzionale ma che deve coinvolgere tutti i cittadini perché la musica è patrimonio comune”.

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