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Liceo scientifico Banzi, in una lettera aperta l'elogio a tutti gli studenti

Singolare tributo di un cittadino alla bravura di allievi e professori dell'istituto scolastico leccese. L'uomo ha affidato a un migliaio di volantini l'auspicio che i giovani prendano maggior consapevolezza dell'eredità che si preparano a ricevere, e a tramandare, spronandoli a fare gruppo e non smettere mai di essere curiosi

Il liceo scientifico leccese

LECCE– Non capita tutti i giorni di ricevere i complimenti per il proprio operato e per quello dei propri collaboratori, specialmente se i destinatari dell’elogio sono il preside e il personale docente, e non docente, di un istituto scolastico secondario.  Già, non capita…

È da una considerazione come questa che dev’essere partita la riflessione del 70enne, originario di Lequile, che ha pensato di tessere le lodi degli studenti del Liceo Scientifico Banzi Bazoli di Lecce e di diffonderle, brevi manu, nei principali luoghi di ritrovo giovanile del capoluogo cittadino affinché da quelle stringate, e un po’ criptiche, righe potesse scaturire un momento di confronto tra coloro che sono deputati a formare, con ispirata passione, e lungimirante fiducia, le nuove coscienze, e quanti, a breve, dovranno assumersi l’onere di far tesoro di tali preziosi precetti.  […Rendendoci conto di quanto siete fortunati – vivete in una scuola singolarmente proiettata verso la meritocrazia – abbiamo pertanto deciso di lasciarvi un’eredità].

Così Alberto Signore, presidente dell’associazione “Amici dei MENHIR”, studioso di cultura e tradizioni locali, ha sentito il dovere di dedicare alla “buona scuola” di casa nostra – il riferimento alla riforma dell’Istruzione renziana non è casuale –, un vade mecum per orientarsi nel dedalo di burocrazia e ipocrisie dell’Italia contemporanea, che, incalza Signore: “piange la fuga dei cervelli all’estero e s’impantana in una crisi che fa pagare a caro prezzo alle nuove generazioni per consentire alle lobby dei certo affarismo depravato, e alla politica a esse connivente, di continuare a prosperare in barba a scandali e a sollevazioni popolari sempre più all’ordine del giorno”.

La lettera aperta di Signore, il quale in questa “seconda giovinezza” si occupa di approfondire e diffondere il legame dei salentini con il proprio territorio, nasce dall’incontro con alcuni studenti e, in seguito, con la dirigente scolastica dello Scientifico, che egli non esita a definire “una delle migliori scuole d’Europa”. Ragazzi, che lo studioso ha più volte accompagnato in amene escursioni lungo le vie del megalitismo, ben consapevoli dello scotto che potrebbero essere costretti a pagare qualora scegliessero di abbandonare, o dimenticare, il proprio legame con la matrice culturale e identitaria originatasi, nel bacino del Mediterraneo, dalla maggiore tra le civiltà del nostro passato: quella messapica.

I messapi inventano il primo alfabeto – ci racconta lo storico leccese – utilizzato in seguito da fenici, magno-greci e cartaginesi, popoli che altrove conquistavano ed espandevano i propri domini inglobando le genti e le culture sottomesse, e che nel Salento, difronte ai Messapi, dovettero ammettere la propria inferiorità. Il Salento è la terra natale di Quinto Ennio, considerato non a caso il padre della letteratura latina, è ricco di testimonianze archeologiche di rilevanza mondiale come il coccio di Soleto, prima carta geografica mai ritrovata; le veneri di Parabita, Giuggianello e Terenzano; i graffiti rupestri delle grotte di Badisco della Porcinara, che organizzano il primo culto dell’acqua, aspetti studiati ovunque per l’indubbia importanza storica. Ma il Salento è anche culla di cultura e accoglienza, centro economico e vitale di potere per tutto il Medioevo che, passando per la cattedrale di Otranto e l’abbazia di Casole, prima vera biblioteca di un’Europa ancora in divenire, ci conduce alla riunificazione dell’Impero Romano da parte di Federico II che qui pose la sua base strategica.

“Ho sentito l’esigenza di comunicare alla parte più viva e capace della società – ha spiegato Signore (noto al pubblico dei cinefili di casa nostra come “l’ingegnere” dal nome del personaggio da lui interpretato nella pellicola “Italian Sud-Est”, ndr), quale responsabilità scaturisca dal vivere in un’area geografica così densa di storia, testimonianze archeologiche, culturali e retaggi tradizionali. Il Salento è stato un raro crogiuolo di popoli dai quali ha avuto origine una complessa civiltà che non merita di essere circoscritta e mortificata da slogan commerciali come “Salentu: lu mare, lu sule e lu ientu”, bensì riscoperta e valorizzata all’insegna di quel primo “umanesimo casuliano (termine coniato da Signore e che allude al monastero di San Nicola di Casole, importante centro di cultura del Meridione e sede di un prestigioso scriptorium, ndr) che diede i natali alle biblioteche europee, e a quella marciana di Venezia in particolare”.

Un auspicio, quello di Alberto Signore, che diviene appello affinché l’eredità del poeta latino Quinto Ennio non si trasformi in un debito scaricato sul groppone delle nuove generazioni, combattute, e troppo spesso schiacciate, dalle regole del consumismo globale; quanto più una fondazione su cui edificare un futuro di ricchezze morali e intellettuali che puntino sulla valorizzazione e la riscoperta del passato.

“Gli studenti devono comprendere – conclude l’appassionato di studi storici – quanto attualmente si spreca in attività pseudo-culturali inutili e prive di valore aggiunto; denari che non sono soltanto sottratti a iniziative ed eventi più meritevoli, bensì al patrimonio locale che s’impoverisce e si disgrega sotto i magli della speculazione imperante. Molti sognano un futuro di successo e facili guadagni, ma senza conoscere il passato non si può organizzare il proprio presente, o tanto meno metterlo a frutto”.

Perché la vera cultura, questo, forse, il senso vero della lettera di Signore, è quella che ti fa uscire dalla caverna per declamare poesie agli angoli delle strade, piuttosto che riunirsi tra i soliti noti e riempirsi le tasche di denari pubblici, all’insegna di un auto-referenzialismo mai abbastanza logoro.

Ad ogni buon conto, ci corre l’obbligo di sottolineare, lo sforzo esemplare di questo eterno studente, caparbio e brillante testimone della storia locale, che ha scelto di esporsi in prima persona, al contrario di molti altri che dovrebbero farlo per mandato, per parlare al cuore e all’anima di coloro (gli studenti di ogni ordine e grado, non solo quelli del Banzi, ndr) che sono ancora in tempo per avvedersi che la grandezza degli uomini sta nel ricordo che lasciano di sé a coloro che verranno. E se ne avrete il tempo e la voglia vi raccomandiamo vivamente di fare la conoscenza di questo “Signore”, il quale, attende con ansia di dar voce ai Menhir. 

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