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Venerdì, 28 Gennaio 2022
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Dal Salento uno studio per ridurre i gas serra: un contributo arriva dalle alghe

Ricercatori del Cmcc, il Centro euro mediterraneo sui cambiamenti climatici, impegnati nella modellizzazione delle foreste di Posidonia, l’alga che ricopre i fondali del Tacco. Potrebbero essere impiegate nell'assorbimento di anidride carbonica

LECCE  - Le alghe del Salento potrebbero fornire un prezioso contributo all’abbattimento delle soglie di gas serra in atmosfera. Si è conclusa da poche settimane la Cop26, la conferenza mondiale sul clima dove i Paesi si sono impegnati a ridurre progressivamente le emissioni di anidride carbonica per raggiungere il traguardo “emissioni zero” entro la metà del secolo. Un obiettivo contenuto anche nella normativa europea in materia di clima approvata nel mese di luglio. Parte proprio da Lecce, dalla fondazione Centro euromediterraneo sui cambiamenti climatici, il progetto Loneta, Local opportunities for negative emission technologies and their applications, con l’obiettivo di sottrarre il gas serra dall’atmosfera (soprattutto anidride carbonica).

Tra gli studi innovativi emersi fino ad ora in una più ampia ricerca che coinvolge il bacino del Mediterraneo, vi sono quelli relativi alla riduzione del degrado delle foreste marine (come per le barriere di Poseidonia oceanica), al fine di  aumentare la loro capacità di assorbimento del cosiddetto “carbonio blu” e promuovere il contrasto all’acidificazione degli oceani. Ne abbiamo parlato con la ricercatrice Giulia Galluccio, direttrice della Divisione di ricerca sui sistemi informativi per le scienze del clima e i processi decisionali presso la Fondazione centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici e coordinatrice del progetto Loneta.

 Parte da Lecce un importante contributo alla ricerca sulle nuove tecnologie che, affiancate all’abbattimento delle soglie di gas serra nell’atmosfera, aiuterebbero i processi di assorbimento delle emissioni di Co2.

“Le tecnologie per le emissioni negative (le NETs, nella loro sigla in inglese) sottraggono permanentemente il gas serra anidride carbonica all’atmosfera terrestre e quindi intervengono nel ciclo del carbonio della Terra. Sono note diverse Net che consentono di rimuovere il Co2 dall’atmosfera con approcci biologici o tecnici e di immagazzinarlo in modo più o meno permanente. In linea di massima, il Co2 può essere catturato con la biomassa (fotosintesi) o chimicamente (tramite filtri dell’aria o legandosi a minerali) e viene poi immagazzinato nella biomassa presente sulla superficie terrestre (per esempio il legno), nel terreno, nel sottosuolo geologico, in minerali o nel fondale marino. In questo modo tali tecnologie contribuiscono a compensare il superamento del “carbon budget” (il bilancio di Co2 che l’umanità può ancora immettere in atmosfera prima di superare il limite di +1.5 grado centigrado) e quindi a contrastare il riscaldamento globale.

Il Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici è impegnato in un progetto, denominato Loneta (Local opportunities for negative emission technologies and their application) che coinvolge anche altri istituti di ricerca italiani, oltre a quelli albanesi e montenegrini. Questo certifica come l’Italia e i Balcani siano in prima linea nella battaglia contro il riscaldamento globale.

“La Fondazione Cmcc coordina il progetto Loneta finanziato dal programma Interreg Ipa Cbc Italia-Albania-Montenegro, in cui sono coinvolti vari istituti di ricerca, enti pubblici ed imprese italiani, albanesi e montenegrini. Tale iniziativa mira a rafforzare la collaborazione sulle possibili opportunità di sviluppo ed implementazione delle tecnologie per le emissioni negative, soprattutto nel settore forestale e quello marino. Il principale risultato di tale progetto sarà la firma di un Memorandum of understanding in cui saranno definiti concreti meccanismi di cooperazione per lo sviluppo di tali tecnologie nella sponda sud dell’Adriatico”.

Il Salento, nello specifico, è impegnato nella modellizzazione delle foreste di Posidonia, l’alga che ricopre i nostri fondali e litorali. Potrebbero essere impiegate nel lavoro di assorbimento di anidride carbonica. Come funzionerebbe l’apporto di queste alghe locali?

“Gli habitat marini vegetati (praterie di posidonia, macro-alghe e mangrovie) occupano lo 0,2 percento della superficie oceanica, ma contribuiscono al 50 percento dell’assorbimento del carbonio nei sedimenti marini. Le loro strutture dissipano l'energia delle onde e gli alti tassi di sepoltura aumentano l’assorbimento del carbonio nei fondali marini, contrastando gli impatti dell'innalzamento del livello del mare e dell'azione delle onde che sono associati ai cambiamenti climatici (Duarte, 2013). La conservazione, il ripristino e la gestione di habitat costieri con vegetazione anche attraverso le soluzioni di ingegneria ecologica (Nature based solutions-Nbs) per la protezione costiera forniscono una promettente strategia, offrendo una capacità significativa di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici. Eventi estremi come le mareggiate nell'ambiente costiero rappresentano una seria minaccia per la salute umana e le attività socioeconomiche. Gli obiettivi di sviluppo sostenibile si concentrano sul monitoraggio dello stato globale degli oceani costieri nelle condizioni attuali e prevedono la sua evoluzione in condizioni di cambiamento climatico. Il lavoro congiunto dell'Università di Bologna (Nadia Pinardi e Umesh Pranavam) e del Cmcc (Ivan Federico e Salvatore Causio) offre un nuovo quadro per la valutazione delle soluzioni basate sulla natura (Nbs) nella zona costiera utilizzando una nuova suite di modelli numerici che danno una "replica" virtuale dell'ambiente naturale (un "gemello digitale o digital twin"). Ciò contribuirà al programma decennale delle Nazioni Unite CoastPredict nell'area di interesse del ridimensionamento e degli impatti del clima. Questa strategia di modellazione accoppiata ci consente per la prima volta di rispondere a domande sullo scenario "what if" come: le praterie di fanerogame autoctone (piante marine) sono in grado di ridurre l'energia delle mareggiate e come? La nostra risposta è sì e dimostreremo che questo vale sia per lo scenario delle condizioni climatiche presenti che per quello futuro. Inoltre, dimostriamo che il ridimensionamento delle alghe è un fattore importante per ridurre gli impatti delle mareggiate. Questo quadro permette di scoprire il nesso tra le Nbs di fanerogame e le componenti del potenziale dirompente delle mareggiate (onde e livello del mare) e apre nuove strade per studi futuri”.

Sul territorio locale, così come nei vostri progetti di ricerca in generale, i riflettori sono puntati sul settore forestale: ambito che già gode di innovativi apporti tecnologici e app in fase di studio. Vi sono progetti pilota e altre iniziative sperimentali per fronteggiare, ad esempio, il fenomeno degli incendi?

“Le foreste svolgono un ruolo fondamentale per la società, sono infatti fonte di benefici sia ambientali che economici. Pensiamo ad esempio al settore della selvicoltura e all’industria del legno, ma anche a tutta quella serie di servizi ecosistemici che includono ad esempio la formazione del suolo, la produttività di nutrienti, la tutela idrogeologica, la regolazione del ciclo dell’acqua, oppure tutte le attività legate alla sfera culturale, come le attività turistico-ricreative, sportive, di didattica ambientale. Per quanto riguarda i cambiamenti climatici, il ruolo delle foreste diventa ancora più importante perché si aggiunge la loro capacità di assorbire anidride carbonica dall’atmosfera, quindi la loro salute e la loro presenza è molto rilevante per limitare la concentrazione di gas serra in atmosfera e quindi mitigare i cambiamenti climatici. Di conseguenza, la prevenzione degli incendi è una di quelle attività che ha grande ripercussione non solo sul piano ambientale, ma anche sul sistema socio economico del territorio: alberi che vanno in fiamme sono una minaccia per la sicurezza delle persone, per l’economia, la combustione emette anidride carbonica mentre la perdita di foreste riduce la capacità di assorbire Co2 dall’atmosfera. Per questo la ricerca Cmcc mette grande attenzione nell’utilizzare tecnologie di ultima generazione per rendere disponibili le conoscenze scientifiche a supporto delle pratiche più avanzate in questo campo. Una delle attività più recenti sul territorio pugliese riguarda una serie di iniziative che, nell’ambito del progetto Ofidia2 (del quale la nostra testata aveva scritto nel mese di maggio, ndr) finanziato dal programma Interreg Italia-Grecia, ha sviluppato una piattaforma per la prevenzione e il monitoraggio quasi in tempo reale degli incendi boschivi e supporta le decisioni operative per la lotta agli incendi tramite i dati dei sensori, le previsioni meteo per Puglia ed Epiro, i modelli previsionali sul comportamento degli incendi (indici di fire danger e fire behavior) e una sala di controllo dedicata alla gestione degli incendi. Il progetto si avvale di conoscenze scientifiche approfondite, di una rete di tecnologie, infrastrutture e strumenti (inclusa la sensibilizzazione dei cittadini) quali: videocamere ad alta definizione; reti di sensori wireless; droni; stazioni meteo; modelli ad alta risoluzione relativi al pericolo d’incendi e al comportamento del fuoco; veicoli fuori strada per il pattugliamento delle zone più remote; Centro di Controllo esclusivamente dedicato agli incendi boschivi in Puglia, quartier generale per la gestione delle operazioni antincendio dislocato presso la Protezione Civile di Bari; l’app “FireAware” per le segnalazioni dei cittadini alla Protezione Civile relative a potenziali rischi d’incendio, con immagini del sito interessato dalle fiamme e la distanza dal fuoco; campagne di sensibilizzazione per i cittadini con formazione e apprendimento continui per la prevenzione degli incendi e la tutela della biodiversità”.

Quali le principali sfide climatiche nel bacino del Mediterraneo? Alla luce di una pandemia in corso (e di altre potenziali che gli epidemiologi intravedono all’orizzonte), qual è il principale ambito di intervento, immediato e pratico?

“Tutte le ricerche più avanzate e aggiornate, da tempo indicano che l’Europa meridionale e l’area mediterranea nei prossimi decenni dovranno fronteggiare impatti significativi dei cambiamenti climatici e saranno fra le aree più vulnerabili del pianeta. L’innalzamento delle temperature, l’aumento della frequenza degli eventi estremi (siccità, ondate di calore, precipitazioni intense) e la riduzione delle precipitazioni annuali rappresentano gli indicatori di impatto più rilevanti per l’Europa meridionale. Inoltre, i cambiamenti climatici potrebbero amplificare le differenze fra regioni e fra Nazioni in termini di qualità di risorse naturali, ecosistemi, salute e condizioni socio-economiche. Questi aspetti vanno affrontati insieme in maniera integrata. Il compito di un centro di ricerca come il Cmcc è quello di fornire dati e informazioni che siano frutto della ricerca più avanzata e accurata, in modo tale che il processo decisionale si possa basare sulla migliore conoscenza scientifica disponibile. Quello che dobbiamo attenderci sono temperature medie più elevate, periodi di giorni molto caldi più lunghi, una diminuzione delle precipitazioni medie annuali e periodi più lunghi senza pioggia, con conseguenti fenomeni siccitosi. Tutto questo ha molte ripercussioni sono numerosi aspetti della società e dell’economia, con implicazioni sui sistemi sanitari, sul dissesto idrogeologico, sulla produzione e sul consumo di energia, sulla disponibilità e la gestione delle risorse idriche. I cambiamenti climatici sono un problema sistemico, e in quanto tale va affrontato in una maniera tale che integri diversi settori e competenze”.

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