Abolizione Provincia, saltano poltrone e servizi: no bipartistan dai consiglieri

"La riforma che si vuole attuare con legge ordinaria - dicono in coro i consiglieri - rappresenta modalità scorretta di introdurre modifiche di assetto costituzionale all'infuori del procedimento di revisione di cui all'articolo 138 della Costituzione"

LECCE -  E’ sembrato per lo più l’ultimo sbattere di coda di maggioranza e opposizione, questa volta appassionatamente insieme. Che a Palazzo dei Celestini, prima dell’ultimo consiglio provinciale, sanciranno, deluse, l’addio alla Provincia di Lecce in virtù della riforma approvata in Senato e approdata alla Camera dei deputati sull’abolizione degli enti, con i saluti alle indennità per 3mila politici. Ma cessano anche una serie di servizi per il cittadino, fino ad ora garantiti sul territorio proprio dalle province, destinati molto probabilmente ad essere veicolati tra comuni e regioni. Ed è su questi aspetti che i consiglieri di centro destra e di centro sinistra hanno voluto puntare il dito contro la riforma prima dell’inizio della probabile ultima assise provinciale prevista questa mattina.

Va da sé che l’abolizione delle province, dal punto di vista squisitamente politico, crea un vuoto per le carriere dei politici che fino ad ora, iniziando con cariche di sindaci e di consiglieri comunali, hanno potuto ambire a poltrone più alte. La trafila consolidata negli anni, infatti, è stata sempre quella di passare, per esempio, da una carica elettiva comunale ad una provinciale, poi regionale fino a quella di deputato, con il cerchio che si chiude. Con le province spazzate dalla riforma, che i detrattori dicono essere “incostituzionale”, cessa di esistere un “ponte” per la cavalcata politica. Amen.

Ma il consiglio provinciale di Lecce non ci sta: “La riforma che si vuole attuare con legge ordinaria –dicono in coro – rappresenta una modalità scorretta di introdurre modifiche di assetto costituzionale all’infuori del procedimento di revisione di cui all’articolo 138 della Costituzione”.

Spiega Biagio Ciardo, consigliere provinciale e capogruppo di Forza Italia: “Tra poco saranno orfani non i consiglieri provinciali, ma saranno orfani i cittadini, orfani dei servizi che non saranno più garantiti ma saremo costretto ogni volta recarci a Bari e poi che non si potranno più votare i rappresentanti provinciali". 

Ma quali sarebbero rischi concreti per i cittadini? “ I rischi, come accennavo – afferma Ciardo - è che la gestione dei servizi di conpetenza della Provincia di Lecce saranno trasferiti tutti a Bari, e lascio immaginare cosa significa, col rischio che i costi si riveleranno maggiori di quelli attuali, e non lo dice il sottoscritto ma la Corte dei conti. Pensate per esempio ai servizi del Genio civile, che dà il parere sulla edificabilità, sul grado di sismicità di u territorio eccetera, per quei servizi il cittadino dovrà pagare i propri tecnici, che poi dovranno recarsi a Bari per provare a sbloccare le pratiche. Immaginiamo a questo punto cosa accadrà a Bari, quando tutti lì giungeranno tutte le pratiche di tutte le province della Puglia”. 

E alcuni servizi da trasferire ai comuni è immaginabile? “Certo, nonostante i loro problemi, i comuni si potrebbero preoccupare anche della viabilità sul proprio territorio, ma per le strade non di competenza comunale, chi se ne occupa senza Provincia? La Regione? Ma avremmo una frammentazione ed una confusione di servizi , oltre che la peggioramento degli stessi”.

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Contrario alla riforma anche Gabriele Caputo, renziano e consigliere del Pd: “E’ vero che in questo momento storico è opportuno un ridimensionamento dei livelli istituzionali, ma non è condivisibile il metodo utilizzato fino ad oggi, dare cioè l’idea che ci siano tremila politici che stanno sprecando, ma allo stesso tempo dalla relazione tecnica allegata al disegno di Legge sull’abolizione delle province approvato in Parlamento, alla Corte dei conti, alla Ragioneria generale dello Stato, tutti dicono che l’abolizione non porta risparmi. Quindi, stando così le cose – aggiunge - sarebbe stato opportuno partire con una riforma di tutto l’assetto organizzativo dello Stato, con i servizi quanto più vicini al cittadino. C’è una ipotesi in campo, per esempio, quella delle 36 macro aree proposte dall’istituto geografico, che significa non rinnovare più le Regioni nel 2015, e qui sarebbe potuto fare coincidere anche  la data delle scadenze delle Province e quindi nel 2015 non votare più per le Regione e per le Province e partire con il nuovo organismo di rappresentanza. Questo sarebbe stato un modo intelligenze per dare  ai cittadini un’altra idea, che non si stia facendo una operazione spot solo per ‘fare’, ma che c’è un progetto preciso di riforma costituzionale”.

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