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Politica e incarichi negli enti, l’eterna ipocrita polemica in un Paese senza speranze

Due consiglieri regionali duellano a colpi di comunicati per l'esito di un bando indetto dal direttore generale uscente della Asl per un contratto annuale di 21mila euro lordi. E' l'ennesima sceneggiata in un sistema corroso dalle fondamenta

LECCE – Sergio Blasi e Luigi Mazzei duellano a suon di comunicati. Non è la prima volta. Si discetta, nella fattispecie, di un incarico conferito a fine mandato dal direttore generale della Asl, Valdo Mellone.

"Infatti – ha spiegato in un comunicato l’esponente forzista - il 19 novembre è stato emesso l'avviso pubblico per la selezione di una unità per un incarico di Co.co.co. da assegnare al dipartimento di Comunicazione istituzionale. Il tutto, senza delibera dirigenziale e senza che si provvedesse preventivamente a verificare se lo stesso incarico potesse essere affidato al personale interno, senza ulteriori costi. Un posto da 21mila euro l'anno che l'ex dg ha affidato senza imputarlo ad alcun capitolo di bilancio e dichiarando il provvedimento immediatamente esecutivo con delibera numero 2324 del 30 dicembre. Una delibera approvata in un momento in cui era consentita la sola amministrazione ordinaria e, pertanto, chiedo alla giunta regionale di attenzionarla e di revocarla perché palesemente illegittima. Mi pare un intervento necessario a meno che qualcuno non voglia mettere il sigillo a regali di fine mandato che pesano sulle finanze pubbliche senza che sussista alcun requisito di opportunità".

L’incarico è stato attribuito ad una donna, giornalista pubblicista ed esponente di Sinistra ecologia e libertà, già candidata alle politiche e da anni impegnata tra la provincia di Lecce e Bari per il partito del governatore. Il consigliere regionale del Pd ha commentato con un certo sarcasmo la sortita del collega di centrodestra: “Mi chiedo se è lo stesso Mazzei il cui fidanzato della figlia, futuro genero, vince un concorso pubblico al Comune di Calimera, dove lui è capogruppo di maggioranza. Così fiero nel sostenere ragioni di ‘opportunità’ nei confronti altrui, così poco coerente nell’applicarle a sé stesso e al proprio orticello, Mazzei farebbe bene a proporre meno fuffa e più soluzioni.‘’

Mazzei, con una controreplica, ha precisato che non è la caratterizzazione vendoliana della candidata vincitrice il vero problema, quanto la procedura: “Se il concorso fosse stato legittimo, avrebbe avuto tutto il diritto a candidarsi e ad essere valutata. Blasi sa bene, invece, che è proprio quel concorso che è illegittimo, è la procedura che lo ha istituito che è illegittima a prescindere da chi lo abbia vinto. A Calimera, a Lecce, a Bari e a Melpignano, nei concorsi legittimi, invece, tutti hanno diritto a presentarsi e ad essere valutati. Anche i parenti di Blasi. Confondere le stabilizzazioni dei precari della Fabbrica di Nichi con i concorsi legittimi che rispettano le procedure è davvero sciocco”.

Questa la cronaca, ora il commento: nauseante. Una di quelle sceneggiate che per un minimo di decenza ci si potrebbe risparmiare. Senza voler entrare nel merito della vicenda – né nell’uno né nell’altro caso -, bisogna dire con chiarezza, e non per questo arrogandosi patenti di moralismo, che l’utilizzo dell’istituzione pubblica per piazzamenti più o meno illustri è la regola e che uno dei compiti precipui dell’organizzazione partitica è di fungere da ufficio di collocamento o, peggio ancora, da camera di compensazione di sostegni elettorali. Non c’è distinzione politica che tenga. Non c’è verginità nella girandola di prebende.  

Funzionava così ai tempi della Dc e del Psi e nemmeno l’epoca di Mani Pulite ha ripulito il sottobosco istituzionale dal malcostume. Se l’Italia è tra i paesi europei più corrotti dipende anche da questo modo di concepire il ruolo pubblico di cui si finisce per sentirsi proprietari. Bisogna aggiungere che l’impostazione federalista nelle riorganizzazioni di competenze ed enti che si sono succedute negli anni ha peggiorato il quadro. Dalle comunità montane agli enti di promozione turistica passando per tutta la galassia istituzionale, il merito è l’eccezione, l’arbitrarietà la regola. Nessuno si offenda .

E’ proprio l’ampia discrezionalità consentita dalla normativa a far sì che un bando, formalmente legittimo, non premi il candidato migliore ma solo il più raccomandato. Basta escludere dal novero dei requisiti richiesti uno che a norma di logica sarebbe essenziale e prevederne invece uno piuttosto bislacco, che si altera il naturale corso meritocratico della procedura, come pure avviene in altri paesi del mondo civilizzato.

Tempo addietro c’è stata una polemica su una graduatoria del Comune di Lecce per quanto riguarda l'assunzione di amministrativi in base al fabbisogno. Ne sono stati assunti sei all’epoca. Il 31 dicembre scorso la giunta ha deliberato, in virtù di risparmi, pensionamenti e sempre nel rispetto pieno delle norme – così vale sempre fino a prova contraria – lo scorrimento per altri 9 posti in una lista in cui appaiono, tra molti altri candidati “anonimi”, figli, fratelli e compagni di qualcuno che nell’ente ci sta già, in posizione apicale o con un ruolo politico, attuale o recente, di qualche rilevanza.

Possono queste persone candidarsi senza essere marchiate come raccomandati? Può la dirigente di un partito vincere un bando solo perché era la più titolata e non quella da sistemare? Io penso di sì. Ma è il metodo che rende l’esito sempre e comunque discutibile e spesso con fondatezza delle argomentazioni. E’ il ruolo proprietario, lo ripeto, con cui si interpreta la funziona pubblica coniugato ad una disciplina in materia semplicemente ridicola e fuori da ogni reale controllo, a rendere ogni procedura selettiva un campo di occupazione militare. E quando i posti sono pochi, anche tra colleghi di partito o di corrente volano parole grosse, perché ognuno è sponsor di qualche candidato.

A questo andazzo non c’è rimedio, a meno che non cambi radicalmente l’impostazione: bisognerebbe centralizzare a livello di prefettura tutte le procedure selettive del settore pubblico di ambito locale, affidate a commissioni composte da esperti qualificati e terzi rispetto all’ente e sotto il controllo dei funzionari. Non c’è altra via: non ci si può aspettare una redenzione improvvisa da parte di coloro che alimentano il proprio consenso con la linfa delle promesse.

Del resto le rivoluzioni attecchiscono nei contesti adatti, dove fermenta sotto terra il germe del cambiamento. E non è certo il caso dell’Italia, da Nord a Sud, dove tutti siamo disposti a trovare una giustificazione nel nome del “tengo famiglia”. E a indignarci fino al momento in cui non riceviamo un beneficio. In fondo questo sistema di cose non abbiamo mai voluto veramente rovesciarlo.

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