Suonano le sirene, 55 anni dopo: il sindaco riporta la comunità alla tragedia delle tabacchine

Il 13 giugno del 1960, intorno alle 8 del mattino, le fiamme divampate nel magazzino di una fabbrica, a Calimera, causarono la morte di sei donne. Francesca De Vito, di recente eletta primo cittadino, ha voluto tributare loro una "carezza" della memoria

Una foto che risale al giorno dei funerali.

CALIMERA – Alle ore 8.10 le sirene hanno dato il via al minuto di silenzio in memoria delle sei donne che il 13 giugno del 1960 persero la vita in conseguenza di un incendio divampato nel magazzino della fabbrica di lavorazione “Villani Pranzo”, in via Martano a Calimera. L'orario è lo stesso in cui partì la telefonata diretta dal Comune al comando provinciale dei vigili del fuoco.

Come appurato dopo anni di silenzio causato da una sorta di censura anche sociale in un contesto di arretratezza culturale e politica che caratterizzava ancora il Salento e tutto il resto del Meridione, il rogo prese piede rapidamente per il mancato rispetto delle norme di sicurezza sui luoghi di lavoro, a partire dall'impiego di sostanze chimiche usate per l'irrorazione delle foglie senza la presenza di persone deputate al compito. Numerose altre donne rimasero ferite.

Francesca De Vito, sindaco progressista eletta con il voto del 31 maggio scorso, ha voluto riportare la città indietro nel tempo, tributando un ricordo collettivo a Lina e Luigia Tommasi, Epifania Cucurachi, Lucia Di Donfrancesco, Lugia Bianco, Assunta Pugliese e alle compagne che vissero con i segni materiali e morali e di quella tragedia.

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“Cinquantacinque anni dopo vogliamo continuare ad occuparci della nostra storia – ha commentato il primo cittadino - perché la nostra storia racconta chi siamo oggi, perché le ferite di una comunità non riguardano alcuni ma sono di tutti. Quel tragico episodio non può essere derubricato come un incidente perché dietro c’era quello per cui tante donne e tanti uomini prima di noi hanno combattuto: c’era il lavoro nero, c’era l’assenza di  ogni diritto, c’era la fatica che stremava quelle donne strette nei loro camicioni di tela con i fazzoletti legati al capo, ricurve a piegare le foglie del tabacco per la manifattura. A quelle donne, al loro sacrificio, noi, professioniste, casalinghe, impiegate, dobbiamo tutto. È questo il senso di questa memoria”.

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