Capitale italiana della cultura: opportunità, non consolazione. Bisogna muoversi

Sugli strascichi delle polemiche riguardo le "bugie" del sindaco sul 2019, una riflessione sull'anno che affida a Lecce, insieme a Perugia, Ravenna, Cagliari e Siena il ruolo di portabandiera della bellezza italiana. Un'occasione molto utile per consolidare l'unica vocazione che può salvare la città dalla decadenza

L'interno del cortile dell'ex convento dei Teatini.

LECCE – Più che un sogno, si è rivelato un miraggio. Alimentato con una certa dose di improvvisazione e di temerarietà da parte del sindaco e del suo staff, il tratto finale del viaggio di Lecce 2019 si è concluso in una maniera inequivocabile: con la presa d'atto di non ver ricevuto nemmeno un voto da parte dei 13 commissari che hanno scelto Matera come la città italiana meritevole di essere Capitale europea della cultura. Una doccia fredda che si aggiunge alla delusione provata il giorno della proclamazione e che lascia la stessa sensazione di chi, ricevuta l’idoneità per un concorso, si sveglia davanti all’incapacità di superare la prova scritta e l’esame orale. Dunque ai propri limiti ed errori, dopo essersi raccontati di aver fatto tutto il possibile.

La visita dei tre commissari nel capoluogo salentino, infatti, è stata organizzata e gestita in maniera non adeguata allo scopo – in stile panem et circenses - e, pochi giorni dopo, la delegazione che si è presentata dinanzi alla giuria presso il ministero dei Beni culturali non ha saputo fugare gli interrogativi posti rispetto alla consistenza della candidatura. Il famigerato bid book è parso ambizioso e incoraggiante dal punto di vista della partecipazione, ma fragile da quello della sostenibilità finanziaria. Tanto fumo e poco arrosto, si potrebbe dire secondo un’interpretazione cinica.

Ma sarebbe ingeneroso, onestamente. Perché ha ragione Perrone quando dice che l’ingresso tra le sei finaliste non era affatto scontato e che di quell’esperienza bisognerebbe conservare il metodo di lavoro e una consapevolezza nuova rispetto ai destini della nostra città, ad oggi saldamente inchiodata allo stallo da un sistema di raccolta dei rifiuti regolato più contenziosi amministrativi sull'appalto più grande della storia di Lecce che dalle esigenze di decoro e igiene, da un sistema di trasporti inefficiente e vassallo dell'automobilista onnipotente, da uno svuotamento del centro a vocazione commerciale – zona Mazzini e dintorni – a fronte di un’inflazione incomprensibile di locali pubblici in quello storico, da un impoverimento crescente della popolazione in un contesto in cui la mobilità lavorativa è pari allo zero e la funzione di ammortizzatore sociale svolto dalla famiglia piccolo borghese sta per esaurirsi dopo anni di crisi imperante.

L’occasione è a portata di mano, ma pare che a nessuno interessi: Lecce, Siena, Ravenna, Perugia-Assisi e Cagliari sono le Capitali italiane della cultura per il 2015. Lo ha deciso già da un paio di mesi il ministero dei Beni culturali e del Turismo che ha voluto così riconoscere lo sforzo fatto da tutte le candidate soccombenti nella competizione europea, ma anche mandare un segnale di indirizzo politico per il quale la cultura è un settore di investimento di risorse e di idee e non solo una riserva da conservare con le Soprintendenze.

Si dà il caso che il 2015 è già iniziato eppure non c’è ombra di dibattito su cosa si possa fare per organizzare al meglio i mesi a venire. L’unico dato certo è che non ci sono soldi e la dotazione finanziaria del ministero, uguale per tutte le città, non sarà certo risolutiva. Ma che tipo di cartellone estivo l’amministrazione vuole approntare? Iniziare a discutere in maniera aperta – perché la partecipazione non la si può certo invocare quando conviene  - delle strategie possibili per fare qualcosa di più e di meglio degli ultimi anni, caratterizzati da eventi di massa e da una qualità piuttosto mediocr,e sarebbe un primo incoraggiante passo per far sì che la stagione culturale e turistica che si aprirà tra un paio di mesi sia ricordata come quella del coraggio e non quella della consolazione.

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Che Lecce sia un città d’arte non significa che sia una capitale della cultura per diritto divino. Non più di quanto possano rivendicare di esserlo Pisa, Palermo, Ferrara, Palermo, Catania, Padova, Verona, Mantova, Macerata, Urbino e così via ancora per molto. Che non ci siano quattrini non pregiudica la possibilità di qualificare la proposta di intrattenimento e di accoglienza. Ma siamo davvero pronti a cambiare il metodo di lavoro? Parecchi segnali fanno pensare che gran parte della cittadinanza e della classe dirigente ancora non lo sia e così tra difese d’ufficio dell’operato del sindaco da una parte – come ci sente ad essere più lealisti del re? - e audaci richieste di dimissioni dall’altra – una gara a chi la spara più grossa per far colpo - sembrano tutti o quasi interessati a posizionarsi solo in vista delle elezioni regionali di primavera secondo un canovaccio trito e ritrito. Nel quale la città è un mezzo e non un fine.

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