Chiude Cpm a Lecce: lavoratori a spasso. I minori in strutture idonee?

Gli otto dipendenti della Comunità pubblica per minori non hanno ricevuto comunicazione. I colleghi del pubblico continuano a recarsi al lavoro, come dimostrano le auto parcheggiate nella struttura, dove però non c'è più nessuno

L'ingresso comune di Cpa e Comunità pubblica per minori

LECCE – Caos tra gli operatori della Comunità pubblica per minori di Lecce. Gli otto lavoratori, assunti privatamente per conto di una cooperativa con sede a Lecce, fanno fatica a capire quale sarà il loro destino. Dal 31 gennaio, infatti, la struttura di via Monteroni di Lecce ha chiuso i battenti, senza un preavviso, né comunicazione ufficiale. Salvo qualche voce di corridoio rimasta, appunto, indefinita. Sebbene di chiusure e riordini si parlasse già a partire da giugno, voci contrastanti si sono rincorse, concludendosi con un nulla di fatto. Fino all’ultimo giorno del mese scorso,  in cui la comunità  è stata chiusa. Situata all’interno della stessa struttura del Cpa (il Centro di prima accoglienza, quella in cui i minori arrestati in flagranza di reato  vengono ospitati per un massimo di 96 ore, fino alla decisione del gip), è l’unica struttura pubblica di Puglia.

Considerata da sempre fiore all’occhiello e punto di riferimento non soltanto regionale, ma anche extraterritoriale (prova ne è che diversi ragazzini coinvolti in vicende penali sono stati accompagnati proprio nella comunità leccese, per via della sua reputazione), la struttura è nota per servizi rieducativi che sono andati ben oltre l’asettico reinserimento dei giovani. Una delle iniziative, per esempio, è la miniserie di 12 puntate, , girata tra ragazzi e operatori della comunità pubblica. Ora quella realtà è stata dichiarata a morte. Dove poi finiranno questi otto lavoratori è un mistero. Così come è ancor poco chiaro il destino lavorativo degli altri venti dipendenti pubblici (divisi tra Cpa e comunità). I lavoratori del settore pubblico nel Cpa saranno certamente trasferiti in uffici presso il carcere di Borgo San Nicola, ma tutti gli altri?IMG_3123-3

 Si staglia all’orizzonte l’ennesima storia italiana fatti di sprechi e di opportunità perdute.  Questa mattina, nel giardino del plesso in via Monteroni, le auto dei dipendenti pubblici erano ancora lì. Lavoratori che non hanno ancora notizia del ruolo che andranno a ricoprire e che si recano sul posto di lavoro senza che nella struttura vi sia ormai un ospite. Zero. Non ce ne è neppure uno. Dal 31 gennaio i quattro ragazzi ospiti della comunità sono stati smistati in altri luoghi: uno in una struttura convenzionata con sede nel capo di Leuca, uno è stato trasferito in comunità nel Tarantino perché proveniente da quella zona,  i restanti due in un’altra comunità privata  in uno  dei comuni dell’hinterland leccese. Ma il dubbio che in tanti si sono posti è: questa struttura, sebbene idonea ad ospitare minorenni con problemi, è autorizzata anche a trattare casi di minori coinvolti in vicende penali? Nella comunità pubblica, inoltre, sono previsti due operatori per turno di notte, mentre in quella privata ne è richiesto soltanto uno.

Intanto, proprio in virtù della collocazione all’interno del plesso che ospita il Cpa e il carcere minorile ormai dismesso (e ormai assegnato al Dap, Dipartimento amministrazione penitenziaria), la comunità ha potuto fino ad ora godere di garanzie che una comunità privata non potrà offrire. Un esempio? La tutela della vicina polizia penitenziaria. Non è dovuto, né scontato. Nel caso di Lecce si tratta di una coincidenza: gli agenti si trovano nell’edificio accanto, quello del Cpa. Ma non è un aspetto di poco conto se si pensa che alcuni dei ragazzini ospitati in comunità, con precedenti penali alle spalle, non sono sempre semplici da gestire. Peraltro, se è vero che gli otto lavoratori sono stati assunti privatamente, di fatto hanno lavorato per il ministero, come fossero subordinati. I turni degli operatori, specializzati e presenti anche di notte, non si sono soltanto limitati a un’attività di vigilanza. Anzi. Pur godendo di educatori assunti dal settore pubblico, gli otto dipendenti della cooperativa hanno dato anche vita ad attività rieducative come l’orto botanico e lavori artigianali.

Del resto, è lo stesso bando che ogni anno il ministero della Giustizia ha indetto a richiedere come requisiti “Precise specificità che hanno come finalità quella di ricomporre, per quanto possibile, il conflitto che si è determinato con l’azione penale e attivare a favore dell’utenza percorsi di responsabilizzazione, educativamente qualificati, destinati a facilitarne il reinserimento sociale”. E’ inoltre lo stesso ministero a parlare di vigilanza e assistenza come mansioni dell’educatore: compiti che soltanto operatori specializzati per far fronte a particolari casi possono sobbarcarsi. Come mai, dunque, una struttura pubblica, considerata fiore all’occhiello,  peraltro all’interno di un immobile in cui il ministero non dovrà sostenere neppure un canone di locazione, è destinata alla chiusura?

Gli otto operatori, intanto, hanno scritto una lettera al ministro della Giustizia, Andrea Orlando, indirizzandola per conoscenza anche ai tre sottosegretari del ministero, al capo del Dipartimento per la giustizia minorile, Francesco Cascini e al dirigente del Centro giustizia minorile di Bari, Francesca Perrini. La missiva sottoscritta dagli otto dipendenti è stata inoltre rivolta anche al governatore della Puglia, Michele Emiliano, al sindaco di Lecce, Paolo Perrone e all’assessore al Welfare della Regione, Salvatore Negro.  L’ambiguità e l’incertezza con le quali è stato trattata la chiusura della comunità pubblica per minori è già palpabile nell’oggetto della lettera: “Lettera aperta per presunta/prevista sospensione  della comunità”. Poiché, repetita iuvant, di ufficiale non c’è ancora nulla. Di scritto ancora meno. Di certo, invece, c’è che gli ultimi quattro ospiti sono stati trasferiti, come accennato. I dipendenti chiedono ora l’intervento delle istituzioni per vederci chiaro. 

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