Mercoledì, 4 Agosto 2021
Politica

“Effetti collaterali” del piano di riordino ospedaliero. E’ allarme per cardiologia

I primari degli ospedali di Gallipoli, Galatina, Scorrano, Copertino presenti in Commissione provinciale, denunciano il rischio per i pazienti con cardiopatie acute. La Regione intende tagliare le Utic "penalizzando il Salento"

Il primo a destra è Valdo Mellone, direttore generale Asl.

Lecce – “Un colpo mortale alla sanità pubblica”. Così i primari dei reparti di cardiologia degli ospedali di Gallipoli, Scorrano e Galatina hanno commentato la delibera regionale che rende operativo il piano di riordino sanitario. La chiusura, a quanto pare piuttosto confusa, di alcune unità di terapia intensiva cardiologica (Utic) lascerebbe “inspiegabilmente” sguarnita la provincia di Lecce.

La questione ha una natura squisitamente politica ed ha a che fare con i parametri nazionali di contenimento della spesa pubblica. Ma le acque hanno cominciato ad agitarsi anche negli scranni delle istituzioni locali, fino alla convocazione odierna della Commissione provinciale Sanità e Politiche sociali, presieduta dal vicepresidente del consiglio, Francesco Cimino che ha ascoltato il parere tecnico dei quattro dottori: Ettore De Lorenzi di Scorrano, Franco Cavalieri di Gallipoli e Marcello Costantini di Galatina, Antonio Amico di Copertino.

Nello specifico, la delibera di giunta del 27 dicembre 2012 (che ha ottenuto il lasciapassare anche della Commissione sanità del consiglio regionale) conferma la presenza delle Utic nei presidi forniti anche del reparto di emodinamica e taglia le gambe a quelle unità operative che ne sono sprovviste, quanto meno nella provincia di Lecce: alcune delle Utic sopravvissute alla scure regionale, verrebbero trasformate in non meglio specificate “aree critiche”.

Dati alla mano, i primari confermano un trattamento quanto meno “irriguardoso” per Lecce e dintorni, nonostante il Salento dovrebbe mantenere degli standard sanitari elevati in ragione dei poderosi flussi turistici. E in virtù del dazio, già pagato, della chiusura (o riconversione) di ben 5 presidi ospedalieri sul territorio. In particolare, rimarrebbe un posto letto Utic ogni 50 mila abitanti nella provincia di Lecce, uno ogni 40 mila persone nell’area di Taranto e uno ogni 25 mila abitanti nelle provincie di Bari e Brindisi.

“Parliamo di reparti salva – vita”, incalzano i medici che raccolgono l’analoga preoccupazione espressa da quasi tutti i consiglieri provinciali: la presenza delle Utic ha determinato, infatti, una concreta riduzione della mortalità causata dall’infarto acuto. Le cardiopatie di tale gravità, è utile ricordarlo, rappresentano una delle cause di decesso prevalente. “Un ospedale che non è in grado di curare i malati con queste patologie non ha alcun senso. Meglio chiuderlo” è la denuncia a chiare lettere del dottor Costantini, preoccupato per il rischio di incolumità dei pazienti.

Così come è comune, tra i presenti in Commissione consiliare, la convinzione che chiudere le unità perché sprovviste di emodinamica, “non abbia alcun senso”. La stessa definizione di “area critica” sarebbe, a loro dire, un neologismo pugliese assente nel vocabolario nazionale. A quali standard fa riferimento? E soprattutto, su quali patologie si potrà intervenire in queste aree critiche? Sarà prevista la presenza di un medico operativo 24 ore su 24?

La verità, secondo i presenti, è che mancano dei protocolli di riferimento. Sono del tutto assenti le linee guida che possano sgombrare il campo dalla comprensibile confusione. E risulta urgente la necessità di legare i protocolli alle reali esigenze della popolazione – così come evidenziato dalla comunità scientifica – per non rendere il concetto di “area critica” un’etichetta formale.

A contenere il livello d’allarme ci ha pensato però il direttore generale della Asl di Lecce, Valdo Mellone, che  pur sottolineando l’eccellenza del modello cardiologico sul territorio (oggetto di studio delle aziende sanitarie del Nord Italia) ha rimandato le sue valutazioni alla fase successiva di approvazione delle direttive regionali.

Il rischio di provocare “molto rumore per nulla”, nel classico stile della baruffa mediatica con venature politiche, è stato sottolineato anche dal capogruppo del Pd Cosimo Durante. Diametralmente opposta la visione del capogruppo Pdl, Biagio Ciardo che si è detto preoccupato per il ruolo “ancora una volta marginale” assegnato al Salento rispetto al resto della Puglia.

Lo spirito di allarme generale è ben riassunto nella posizione del numero uno di Palazzo dei Celestini, Antonio Gabellone, che ha escluso battaglie per “inutili campanilismi” e si è già mosso per richiedere la sospensione della determina regionale finché il quadro non sarà chiarito: “Dobbiamo garantire l’uniformità di trattamento in tutte le provincie pugliesi, chiedendo persino qualcosa in più, in ragione del livello di eccellenza raggiunto”.

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