Compensazioni per l'impatto del cantiere Snam: il dibattito scava un fossato profondo

La Rete No Tap imputa al sindaco di Lecce di accettare come "elemosina" l'idea delle compensazioni ambientali. Per Salvemini strada coerente con la costituzione di parte civile nel processo penale

Una palina di segnalazione presso Villa Convento.

LECCE – Mentre la nave Castoro Sei si allontana ogni giorno di più dalla costa di San Foca per posare la condotta sottomarina del gasdotto Tap lungo l’ultimo tratto da completare, quello del Canale d’Otranto, tiene banco la polemica nata intorno alla volontà del Comune di Lecce di chiedere misure di ristoro ambientale per l’impatto del metanodotto Snam, che attraversa anche parte del territorio del capoluogo per connettere il Tap alla rete di distribuzione nazionale.

Il Movimento No Tap imputa al sindaco, Carlo Salvemini, fondamentalmente due responsabilità: quella, datata, di non aver seguito altri suoi colleghi – a partire da Marco Potì, primo cittadino di Melendugno – su una posizione più radicalmente contraria all’opera e quella, più recente, di accettare la logica di una sorta di “elemosina” in merito alla richiesta di compensazioni in tema ambientale e paesaggistico.

“Noi ci saremmo aspettati – scrive oggi la Rete No Tap Lecce – di vedere il sindaco in prima linea. Ci saremmo aspettati decine di interrogazioni riguardo a presunte irregolarità sul tracciato che passa per il comune di Lecce. Ci saremmo aspettati un appoggio ai movimenti che lottano contro quest’opera e contro un sistema più ampio che considera le comunità e le persone come semplici numeri e cifre. Ci saremmo infine aspettati numerose campagne informative sul modello estrattivista e sulle conseguenze negative che questo crea nel territorio”.

E riguardo al parere di contrarietà espresso dal consiglio comunale leccese nell’ottobre del 2017 in una delibera che già indicava la via delle misure compensative in caso di via libera governativo all’opera, gli attivisti concludono definendo quel passaggio “solo un teatrino che non ha nulla di concreto nell’opposizione all’opera. Da parte dell’amministrazione leccese abbiamo ascoltato un silenzio assordante, una totale immobilità”.

Da parte sua il primo cittadino ha risposto alla sollecitazione a costituirsi parte civile nel processo penale la cui prima udienza sarà a maggio e a rifiutare, contestualmente, qualsiasi approccio compensativo, come se fossero iniziative in contraddizione: le misure di ristoro – ha replicato Salvemini – sono un diritto oggettivo, si concretizzano in progetti e sono previste dalla legge nazionale, mentre la costituzione di parte civile prelude a un solo eventuale risarcimento monetario che deciderebbe un tribunale civile dopo la condanna in sede penale. Le due strade, insomma, sono per il sindaco di Lecce contemporaneamente percorribili.

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Tra l’altro, ha sostenuto Salvemini, non ci sarebbe alcuna novità in questa scelta: “Costituendosi parte civile il Comune di Lecce intraprenderebbe un percorso identico a quello della Regione Puglia, anch'essa impegnata a chiedere un risarcimento danni nel processo (in quanto parte civile), e anch'essa impegnata, a seguito della delibera di Giunta regionale 233 del 2017 nella richiesta di ‘specifiche misure di ristoro ambientale’. Informo inoltre che la stessa Regione Puglia ha già avviato, da mesi, con il proprio Dipartimento Sviluppo Economico, la richiesta nei confronti del ministero per lo Sviluppo Economico di apertura di un tavolo di lavoro sulle compensazioni ambientali: una iniziativa che mi auguro possa trovare presto risposta”.

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