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Il registro tumori a Palazzo Carafa: "A Lecce si muore di più”

Nel consiglio comunale presentati da Arpa Puglia i dati inediti sull'aumento delle malattie polmonari in quattro province. Quella di Lecce ha la maglia nera. L'oncologo Serravezza: "Svegliamoci o costruiremo solo ospedali"

Un momento del consiglio comunale. In primo piano, il professor Serravezza.

LECCE - Un grido di allarme che dura da vent’anni e che non ha trovato una sponda nelle istituzioni: la denuncia, in pieno consiglio comunale monotematico, arriva dal noto oncologo salentino Giuseppe Serravezza. E riguarda l’incidenza dei tumori nella provincia di Lecce: un trend in costante crescita che rende il nostro territorio particolarmente colpito dalle neoplasie rispetto alla media regionale.

“Senza tolleranza” è stata la raccomandazione del presidente dell'assise cittadina, Alfredo Pagliaro, nell'indicare l'orario di convocazione dei consiglieri per la seduta odierna di Palazzo Carafa in cui, su richiesta dei consiglieri comunali, primo firmatario Carlo Salvemini di “Lecce Bene Comune”, si è preso atto di alcuni dati sulla mortalità in provincia di Lecce.

Capoluogo e dintorni sarebbero, inequivocabilmente, colpiti da una maggiore incidenza di decessi per neoplasie superando i vicini jonici. A rendere noti i dati inediti del registro dei tumori, gestito in partnership tra le quattro provincie di Brindisi, Taranto, Lecce e Bat è Giorgio Assennato, nella duplice veste di direttore di Arpa Puglia e presidente del comitato tecnico del Registro tumori di puglia. Il comprovato eccesso di mortalità da solo, però, spiegherebbe di per sè poco. “Anzi, ciascuno attribuisce al dato diverse cause”, spiega Assennato. Tre in particolare: il maggior consumo di tabacco, presumibilmente legato alla coltura e produzione locale; l’esposizione al gas naturale Radon; le emissioni industriali remote, provenienti cioè dalle grandi concentrazioni industriali di Brindisi e Taranto.

Numeri sull’inquinamento che incrociano statistiche mediche: la logica spinge ad individuare un nesso causale ma, precisa Assennato intenzionato a ridimensionare l’allarme, manca ancora uno studio ad hoc confezionato dall’Istituto superiore di sanità. L’evidenza scientifica, ammonisce lui, dovrebbe fondare la pura valutazione politica.

Ma la ricerca sulle “prove scientifiche” del legame tra i livelli di inquinamento ambientale e l’incidenza di alcune patologie non si ferma. Anzi sembra appena cominciata, considerato che gli effetti sulla salute umana dell’esposizione a fonti inquinanti sono di lungo, lunghissimo corso. A disposizione si sono messi tutti gli enti competenti, così come hanno confermato i rappresentanti istituzionali presenti oggi: Giuseppe Ruocco per il ministero della Salute e per l’istituto superiore di sanità Pietro Comba, Loredana Musumeci, direttrice del dipartimento ambiente e Susanna Conti, direttrice dell’ufficio statistica.

I medici dell’ Asl di Lecce (oltre a Serravezza anche l’epidemiologo Fabrizio Quarta e l’oncologa dell’ospedale “Vito Fazzi”, Assunta Tornesello), sono tornati sulla difficoltà di interpretazione dei dati, invocando cautela nella valutazione di tutti i fattori di rischio (vedi all’innalzamento dell’età  e fattori genetici), oltre l’ovvia necessità di puntare sulla prevenzione.

Ci ha pensato Serravezza, infine, a fornire qualche numero più dettagliato sulla nostra provincia: nel 2005 la media leccese di decessi per cause tumorali registrava un +12 percento sull’intera regione, con 350 vittime in più. Quattro anni più tardi una leggera flessione, con circa 210 decessi in più all’anno tra gli abitanti del leccese sempre rispetto alla media pugliese. “Guardiamoci in faccia, - ha ammonito il medico senza giri di parole – qualcosa non va”. Serravezza che si è già beccato una querela (ritirata) per presunto allarmismo, parla chiaro, confermando l’allarme già lanciato dal ministro dell’Ambiente, Corrado Clini in occasione dell’affaire Ilva: “Perché a Lecce si muore di più di tumore rispetto a Brindisi o Taranto?”.

L’oncologo che ha fatto del caso della diossina emessa dalla Copersalento di Maglie la bandiera della sua battaglia per la salute, aggiunge: “Uno studio del 2004 finanziato dalla Regione Puglia è stato tenuto colpevolmente chiuso in un cassetto per quattro anni e riguardava l’incidenza di leucemie, linfomi e varie tipologie di tumori legate fonti di inquinamento ambientale”. Si trattava di un documento “drammatico” le cui conclusioni non lasciavano spazio a dubbi:”Emergeva la necessità di eliminare dal territorio ogni surplus di inquinamento aggiuntivo per riportare l’ambiente ad un graduale risanamento”.

Quell’azienda ormai ha chiuso, gli fanno presente. “Ma ci abbiamo impiegato cinque anni per ottenere questo risultato”, replica il medico che invita la politica ad una riflessione: “La magistratura e la procura sono al corrente del traffico illecito dei rifiuti speciali. Una piaga che ha colpito in particolare il Sud Salento, le cui viscere sono piene di materiali arrivati dal Nord già negli anni ‘70”. “Sino ad ora siamo stati poco attenti, ma svegliamoci – ammonisce in chiusura – o continueremo a risolvere il problema costruendo ospedali a iosa”.

I lavori del consiglio montematico si sono conclusi con un ordine del giorno firmato da tutti i gruppi consiliari che impegna quindi il sindaco Paolo Perrone ad intervenire presso la Regione Puglia “per sollecitare una rivisitazione della legge numero 21 del 2012 al fine di estenderne l’applicabilità a tutti gli impianti industriali già esistenti e in esercizio sul territorio pugliese soggetti ad Aia (autorizzazione integrata ambientale), che sono fonte di emissioni di idrocarburi, e non solo agli impianti ricadenti nelle aree di crisi ambientale come Taranto, Manfredonia e Brindisi” e ad attivarsi per inserire la Provincia di Lecce nei siti di bonifica d’interesse nazionale al fine di realizzare uno studio epidemiologico condotto dal ministero della Salute.

In allegato, il  Registro dei  tumori della Puglia 2012.

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