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Droga tra i politici? Il “banchetto” della discordia torna a Palazzo Carafa

Il 7 ottobre 2011, nel mezzo delle polemiche sul presunto consumo di droga, Telerama trasmise un servizio che ha causato il rinvio a giudizio dell'amministratore unico della tv e del giornalista e dell'operatore che lo realizzarono. La parola al Consiglio

Palazzo Carafa.

LECCE – Nell’assise cittadina che si aprirà tra qualche ora, il sindaco, Paolo Perrone, potrebbe proporre ai consiglieri di valutare l’ipotesi di una costituzione di parte civile nel processo – prima udienza il 9 luglio – nei confronti di Paolo Pagliaro, amministratore unico di Telerama Srl, e del giornalista e dell’operatore che il 7 ottobre del 2011 improvvisarono una finta offerta di droga all’interno di Palazzo Carafa, installando un banchetto presso il quale venivano fermati assessori e consiglieri di passaggio. Il primo punto all’ordine del giorno del Consiglio prevede infatti “comunicazioni del sindaco” e l’argomento è stato anche oggetto, come sempre accade nel preparare i lavori, di un confronto tra i capigruppo.

L'orientamento che emerge dalle indiscrezioni sembrerebbe suggerire che non si andrà oltre una mera discussione, ma tra ieri e oggi si è molto parlato di una presa di posizione dell'istituzione a difesa della propria dignità. La minoranza non sembra propensa a fare gioco di sponda al centrodestra, ritenendo questa, come la vicenda delle polemiche sulla diretta streaming emerse nel corso dell'ultimo consiglio, un affare tutto interno alla maggioranza. Allora a finire sul banco degli imputati fu Alfredo Pagliaro, presidente dell'assise e fratello dell'editore, accusato di eccessivo decisionismo a scapito dei gruppi consiliari. Il primo è l'unico eletto, a Palazzo Carafa, del Movimento Regione Salento di cui il secondo è presidente.

Era il periodo, quello apertosi nella primavera del 2011 e proseguito nei mesi successivi, in cui il sospetto che ci fossero assuntori tra gli amministratori di Palazzo Carafa (e non solo) faceva capolino un giorno sì e l’altro pure nelle cronache cittadine, tanto che per venirne fuori fu disposto un esame tricologico al quale in molti si sottoposero, pur arginare la ridda di voci che circolavano insistentemente.

Ma quella “provocazione” televisiva ha causato il rinvio a giudizio per il reato, in concorso, di oltraggio a corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato con il rischio di una pena che va da sei mesi a tre anni di reclusione, oppure da uno a quattro “se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato”. Nel decreto di citazione a giudizio la parte lesa è stata identificata nel sindaco, che anche all’epoca era Paolo Perrone.

Il 4 giugno scorso, l’ex coordinatore del telegiornale di Telerama, Danilo Lupo, ha scritto al primo cittadino per contestualizzare la vicenda e porgere le scuse a chi si fosse sentito offeso. In prima battuta il giornalista presenta il servizio come “di carattere satirico, quasi goliardico” e ben lontano sia dal “clima di caccia alle streghe che si avvertiva in alcuni settori della città, sia da un flusso mediatico nel quale tutta l’informazione del territorio faceva – viceversa – largo uso di indicativi e scarso utilizzo di condizionali”. Come prova dell’assenza di qualsiasi intento diffamatorio, Lupo cita anche il titolo del servizio “Coca a Palazzo Carafa? Nessuno la vuole” e la conclusione dello stesso, nel quale un anziano in bici liquida con indifferenza la questione sottoposta alla sua attenzione.

“In ogni caso, qualche che sia il giudizio che si dà del servizio in questione, è un giudizio che rivendico pienamente alla mia responsabilità, come coordinatore del telegiornale di Telerama. Se il servizio è stato difforme dalle norme di legge, dalle regole professionali e anche semplicemente dalla continenza informativa, la responsabilità è del sottoscritto. Da coordinatore del telegiornale ho discusso del taglio, dei contenuti e del titolo con l’autore del servizio (e solo con quest’ultimo)”. Con queste parole Lupo si dice pronto a dar conto delle scelte effettuate, senza che queste si riverberino su terze persone senza alcuna responsabilità.

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