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"Il ddl Pillon? Un ritorno al passato su diritti civili e famiglie": la protesta in prefettura

Cgil, Uil, Arci e Anpi Lecce manifestano contro il disegno di legge: "Grave arretramento per le donne, soggetti deboli; divorziare sarà più oneroso; preoccupazione per i minori"

In foto: i manifestanti in Prefettura

LECCE - "L’orologio della storia indietro di 4 decenni". Le organizzazioni provinciali di Uil, Cgil, Arci e Anpi non ci stanno a far passare il disegno di legge 735, noto come ddl Pillon che, "con un colpo di spugna drastico e repentino", metterebbe a rischio i diritti civili faticosamente conquistati.

“È un passo indietro in materia del diritto di famiglia che dobbiamo bloccare”, chiosano i manifestanti ai piedi della prefettura di Lecce. Sul piatto ci sono temi scottanti, che meritano un coscienzioso approfondimento: la figura dell’intermediatore famigliare, obbligatoria e a pagamento; equili­brio tra entrambe le figure genitoriali e tempi paritari; mantenimento in forma di­retta senza automatismi; contrasto della cosiddetta a­lienazione genitoriale.

I sindacati e le associazioni del territorio hanno quindi manifestato nel capoluogo, come in tutta Italia, consegnando un documento al prefetto che elenca e motiva i 5 “no” al disegno di legge passato ora al vaglio del senato: no alla mediazione obbligatoria e a pagamento; no all’imposizione di tempi paritari e alla doppia domiciliazione/residenza dei minori; no al mantenimento diretto; no al piano genitoriale e no all’introduzione del concetto di alienazione parentale.

“Il rischio – spiegano all’unisono- è che separazione e affido dei figli possano trasformarsi in materia di scontro permanente e che il divorzio possa diventare troppo oneroso per chi è meno ricco. Le donne rischiano di essere stritolate in un percorso pensato soprattutto per imporre e arricchire una nuova figura professionale, quella del mediatore familiare, anche disconoscendo la pervasiva violenza maschile che è causa di tante separazioni”.

Contro il decreto Pillon si sono schierate anche alcune associazioni che tutelano la figura della donna nel contesto di abusi domestici, come il Centro antiviolenza "Renata Fonte" e le “Donne in rete contro la violenza” (D.i.Re.) che ha lanciato una petizione su Change.org, raccogliendo già 95 mila sottoscrizioni.

Le dichiarazioni degli esponenti di Cgil, Uil, Arci e Anpi

“Non possiamo arretrare davanti ai diritti degli uomini e delle donne di questo Paese, conquistati al prezzo di grandi battaglie: il decreto è da cancellare perché le leggi ci sono già e non abbiamo bisogno di portare indietro l’orologio della storia”, denuncia il segretario di Uil Lecce, Salvatore Giannetto.

Una presa di posizione ferma, sostenuta e rilanciata dal numero 1 di Cgil Lecce, Valentina Fragassi: “Dobbiamo inquadrare il decreto nella cornice della piaga della disoccupazione femminile e dell’emergenza delle violenze domestiche per capire quanto la proposta politica indebolisca la possibilità delle donne di rivendicare diritti e tutele nella sede di un tribunale. Il mediatore famigliare è una figura professionale di natura privata, inserita in questo decreto, per fare in modo che la donna non arrivi mai al divorzio. Grave, poi, l’imposizione dei tempi paritari nella coppia: oggi la violenza domestica deve essere dimostrata, quindi anche in casi in casi più preoccupanti il figlio non potrebbe scegliere se stare, o meno, con l'altro genitore”.

Sulla stessa lughezza d'onda anche l'assessore comunale Silvia Miglietta: “Contestiamo il decreto nel suo impianto, non c’è uno solo punto da modificare o da tollerare. Più in generale, abbiamo l’impressione di aver intrapreso una deriva pericolosa, che porterà indietro il Paese di molti anni. Si è arrivati addirittura a mettere in discussione i diritti acquisiti dalle donne, nella tutela disé e dei propri figli, e a smantellare l’egregio sistema di accoglienza della rete Sprar sui territori: questa è una discesa che stiamo percorrendo troppo velocemente”.

Silverio Tomeo di Anpi Lecce: “La filosofia politica di questo governo è improntata a valori regressivi, per tornare indietro sui diritti dei minori, delle donne e tornare a concepire la famiglia in modo diverso. Non avendo ancora il coraggio di abolire leggi storiche, come quella sul divorzio, sull’aborto terapeutico e sulla tutela dei minori, intralciano e depotenziano la legislazione attuale”.

“Sin dall'insediamento del nuovo goevrno ci aspettavamo un attacco su diversi fronti, dalla sicurezza ai diritti civili- aggiunge Loris Novelli di Arci Lecce -. Il problema è che le persone non si stanno rendendo conto dell’attacco sferrato ai diritti ed al percorso di civilizzazione di questa Nazione, avvenuto negli anni. È necessario stimolare una maggiore partecipazione, perché i diritti di uno sono i diritti degli altri”.

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