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Palazzo Adorno.

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Ico Tito Schipa, la denuncia di una musicista: “Nel direttivo siede una persona non idonea”

Deborah De Blasi ha partecipato ad un bando emesso dalla Provincia per rinnovare il direttivo della Fondazione Ico. L'incarico è stato affidato a Rocco Longo ma la musicista afferma che due sentenze, del Tar e del Consiglio di Stato, confermerebbero che il vincitore "è inadeguato"

LECCE – Il direttivo della Ico Tito Schipa finisce, nuovamente, nel mirino dei lavoratori. Questa volta, però, l’accusa contro le decisioni assunte da Antonio Gabellone, già numero uno della Provincia di Lecce e presidente della fondazione che gestisce l’orchestra salentina, arrivano da una musicista che aspirava ad assumere un ruolo nel consiglio direttivo. E che, proprio a questo scopo, aveva partecipato ad un avviso di bando pubblico emesso dalla Provincia nel mese di maggio 2012 al fine di rinnovare l’organismo del Cda.

“Ho partecipato al concorso perché ritenevo di avere tutte le carte in regola– racconta la stessa Deborah De Blasi -: i miei titoli di studio e le mie esperienze artistiche e lavorative risultavano coerenti con gli obiettivi che si pone la Ico. Ovvero con le finalità di diffusione dell'arte musicale, formazione professionale dei quadri artistici ed educazione musicale della collettività mediante la realizzazione di manifestazioni concertistiche”.

La stessa musicista afferma di averci voluto provare, pur senza nutrire grandi aspettative riguardo alla sua assunzione. “Di fatti, il mio presentimento si è avverato: l’incarico è stato affidato, nel mese di marzo 2013 a Rocco Longo, una persona che conosco bene e che, a mio parere, non possedeva i requisiti idonei a svolgere quell’incarico”.

Deborah, una volta appresi i risultati della selezione, ha presentato regolare richiesta di accesso agli atti ed ha proposto ricorso al Tribunale amministrativo di Lecce per impugnare la nomina del consigliere eseguita dal Presidente della Provincia in quanto “il curriculum vitae presentato da quel signore non era coerente con le finalità della Fondazione e risultava inadeguato. Il TAR mi ha dato ragione, come anche i giudici del Consiglio di Stato”.

“Il Tar di Lecce, il 30 gennaio 2014, ha stabilito che il decreto di nomina di questo signore risultava viziato da eccesso di potere e da un difetto di motivazione, riconoscendo che quel candidato aveva un profilo professionale del tutto inadeguato ed inferiore al mio – prosegue lei -. Successivamente, anche il Consiglio di Stato ha riconosciuto l’inadeguatezza di quel signore a ricoprire l’incarico di componente del Consiglio di amministrazione della Fondazione Ico Tito Schipa. Il presidente Gabellone, dal canto suo, ha dovuto procedere ad una nuova valutazione dei curricula dei candidati a seguito della decisione del massimo organo giurisdizionale amministrativo. Tuttavia, esattamente il 12 agosto 2014, con mia grandissima sorpresa, ha deciso di affidare nuovamente l’incarico alla stessa persona già ritenuta inadeguata da ben due sentenze, una del Tar e l’altra, appunto, del Consiglio di Stato ”.

La musicista, a questo punto, avrebbe presentato due esposti a carico dello stesso Gabellone, alla Procura della Repubblica di Lecce e alla Corte dei Conti, in quanto l’operato del Presidente della Provincia avrebbe prodotto anche “un danno all’erario pubblico, perché la Ico, a mio avviso, sta pagando lo stipendio ad una persona inadeguata a svolgere quel ruolo e che non dovrebbe sedere all’interno del direttivo della Fondazione”, aggiunge lei.

“Lo stesso Consiglio di Stato, oltre a stigmatizzare l’inadeguatezza di quella persona, ha statuito in sentenza che sussiste un obbligo di riedizione della relativa azione amministrativa – denuncia ancora la musicista – : in altre parole, sarebbe necessario bandire un nuovo concorso pubblico che offra un’altra opportunità a chi possiede i titoli per candidarsi a quel ruolo”.

Deborah ci tiene anche a precisare di aver agito mossa “da una questione di principio e non in forma di accanimento contro qualcuno”. “Ho seguito la vicenda degli orchestrali – precisa – e ho letto del rischio di licenziamento che pende su di loro: eppure, se da un lato non si trovano i soldi per i lavoratori, d’altra parte il direttivo della Ico continua ad essere regolarmente retribuito. E’ come se i fondi viaggiassero su due canali differenti. Ma la mia vicenda personale, e le due sentenze che mi hanno dato ragione, dimostrano come la stessa Fondazione non sia gestita, probabilmente, con la dovuta accortezza ”.

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