Mercoledì, 28 Luglio 2021
Elezioni Politiche 2013

L'analisi. Lo "Tsunami" e lo stallo alla messicana dell'Italia post voto

Il risultato delle urne ripropone un cliché da "Il buono, il brutto e il cattivo" e, nella stasi del sistema, i partiti si dicono "contenti" e "vincitori". Ma i numeri, in Puglia ed altrove, condannano la vecchia politica

LECCE - Dalle urne esce fuori un'Italia versione "spaghetti western". Il risultato dello "tsunami", abbattutosi sui partiti tradizionali, offre la riproposizione di uno dei cliché del genere, amato da registi come Ang Lee e Quentin Tarantino: lo stallo alla messicana. Come in una scena de "Il buono, il brutto e il cattivo" di Sergio Leone, i tre protagonisti degli esiti elettorali (Pierluigi Bersani, Silvio Berlusconi e Beppe Grillo) si tengono sotto tiro a vicenda, brandendo la pistola in attesa che qualcuno provi a fare la prima mossa.

Mentre i leader si studiano, tutto intorno gli spettatori pontificano (termine particolarmente attuale) sui risultati, perché, alla fine, il vero cliché è che "hanno vinto tutti". Come sempre. Si trova sempre una buona ragione, per sorridere. Tutti c'hanno famiglia. Ma ogni analisi dovrebbe non prescindere dalla sapienza dei "numeri".

Vince Grillo, perde la vecchia politica .

Dati alla mano l'unico vincitore è il Movimento Cinque Stelle: un "boom" contagioso, partito dalla rete, con le proposte del "Parlamento pulito" e pian piano divenuto un sistema di pensiero, appoggiato su una piattaforma, che ha messo insieme gruppi, forze, linguaggi nuovi e soprattutto "proposte". Chi ritiene i grillini figli del "populismo" tout court ancora non ha compreso la deflagrazione di un modello e la richiesta dirompente di una "politica diversa". Certo, i limiti ci sono, ma i partiti, in tal senso, hanno poco da bacchettare o voler insegnare.

Un'altra erronea valutazione dei partiti tradizionali: "Avremmo vinto senza Grillo". Che equivale a "se avessi le ruote, sarei un triciclo". La verità è che chi ha votato Cinque stelle, non lo avrebbe fatto comunque per altri, scegliendo semmai di rafforzare il drappello degli astenuti: è un altro vizio della politica ritenere i voti "propri". I voti sono di chi li esprime.

Ha perso la vecchia politica, avvinghiata alla propria conservazione e senza lungimiranza, e la governabilità di un Paese privo delle riforme adeguate alle sfide della modernità: il "porcellum" ha il suo peso, ma nessuno lo hai mai davvero voluto cambiare e a trarre i maggiori benefici a livello nazionale è proprio lo schieramento che più lo ha criticato (in Puglia, invece, il paradosso è capovolto).

I dati della Puglia e i "vincitori sconfitti"

A proposito dei dati pugliesi. Numericamente, la vittoria del centrodestra è chiara. Ma anche qui, le opinioni sono fallaci. A parte la novità M5S (con oltre 476mila voti al Senato e 536mila alla Camera), i partiti sono in caduta libera: il centrodestra si aggiudica la partita statisticamente con 682mila voti al Senato e 727mila alla Camera, sommatoria del risultato di otto partiti, col Pdl a quota 598mila al Senato e 638mila alla Camera.

Nel 2008, il centrodestra aveva preso (con due soli partiti di coalizione) il doppio dei voti in entrambi i rami del Parlamento e con circa un milione di consensi del solo Pdl. In sostanza, nella regione accade quanto successo a Pierluigi Bersani a livello nazionale, ossia che il centrodestra è il "vincitore sconfitto": statisticamente arriva primo, ma perde alla Camera per effetti del porcellum. Segno che il "trionfalismo" dei dirigenti non è ascrivibile (ma semmai alla forza "ricompattante" di Berlusconi, con un centrodestra ontologicamente incapace di sopravvivere al suo leader) e alla crisi del "vendolismo".

Batosta per il centrosinistra

Il centrosinistra (con 4 partiti in coalizione) si ferma oggi a 564mila voti alla Camera (di cui 399mila del Pd e 134mila per Sel), un terzo in meno rispetto al 2008 (con il duo Pd-Idv) e con il dimezzamento dei voti del partito bersaniano. Sono 584mila le preferenze al Senato (oltre 407mila per il Pd, 144mila per Sel) contro le quasi 850mila del 2008 (col Pd di Veltroni a 738mila voti). Se si sommano ai dati di cinque anni fa anche i circa 100mila voti della Sinistra Arcobaleno e del Psi, oggi dentro "Italia Bene Comune", si quantificano le emorragie di consensi.

Le ragioni sono numerose e vanno dalla scarsa incisività della campagna elettorale di Bersani alla convinzione di aver già "smacchiato il giaguaro", passando dalle primarie non aperte (che hanno "bocciato" Renzi) alla riproposizione di buona parte della vecchia nomenclatura, dalla candidatura contraddittoria a capolista in Puglia di Anna Finocchiaro, all'abbandono della "piazza", luogo fisico della partecipazione regalato a Grillo. Nello specifico, ci sono le responsabilità delle segreterie a vari livelli ormai fin troppo palesi, riassumibili nell'affermazione sempre più attuale di Nanni Moretti a Piazza Navona: "Con questi dirigenti non vinceremo mai".

Dal centro ai lati per "non contare"

Mario Monti è il grande sconfitto in Italia come in Puglia, dove i consensi per il professore sono appena superiori a quelli riscossi dall'Udc di Casini nel 2008: la scelta di "salire in politica" e di interpretare un ruolo alla Dini più che alla Ciampi (come in un'affermazione di Matteo Renzi) non ha pagato. Altra debacle clamorosa è quella di Antonio Ingroia che raccoglie un terzo dei voti presi da Idv nel 2008 alla Camera e la metà rispetto al Senato: segno dello strozzamento ideale di "Rivoluzione civile", che, seppur con altri propositi, ha imbarcato gli scarti noti ed ampiamente bocciati dei residui della sinistra radicale.

Nonostante le intenzioni di difendere simboli tradizionali o di "far piangere" gli altri, sono risibili (quasi da circolo dello scopone scientifico) i risultati dei partitini a sinistra della sinistra e a destra della destra. Una aggregazione non sarebbe bastata a garantire l'accesso al Parlamento, ma sarebbe apparsa quanto meno più logica.

La crisi del "vendolismo" in Puglia

Discorso a parte merita Nichi Vendola, che, nel giro di tre anni, dopo il successo alle regionali del 2010, ha liquidato il proprio consenso, ma che sembra l'unico a non essersene accorto. E non è solo questione di "numeri", ma di "connessione sentimentale" col territorio, da cui ormai si è allontanato per seguire suggestive e poco fruttuose ambizioni nazionali: il segnale arrivato dalle primarie, in cui aveva perso il confronto con Bersani anche in Puglia, era stato chiaro.

Il risultato al ribasso delle politiche (3% su scala nazionale e meno 50mila voti per Sel rispetto al trionfo delle regionali), se da un lato riporta almeno nominalmente un partito di sinistra in Parlamento, dall'altro ne ridimensiona il peso con il danno della ulteriore pesante sconfitta in casa propria. E con la conseguenza di aver legato una regione ai propri destini personali in un gioco che ha chiuso la stagione della "primavera pugliese".

Ostaggio della propria retorica, prima di "Pugliare l'Italia" (come recitava uno slogan vendoliano), il governatore avrebbe dovuto forse "Pugliare" la Puglia, rispettando il mandato, sottoscritto da oltre un milione di cittadini, ad amministrare la regione. Che, invece, a seconda degli umori e delle aspettative, è già da tempo in attesa del "rompete le righe".

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