Lunedì, 2 Agosto 2021
Politica

“L’aspra stagione”, due leccesi raccontano il genio di un giornalista maledetto

Tommaso De Lorenzis e Mauro Favale hanno pubblicato per Einaudi un saggio sulla breve ma intensa parabola giornalistica di Carlo Rivolta, prima a "la Repubblica" e poi in "Lotta continua", morto a soli 32 anni

 

LECCE - La vita di un giornalista tra cronaca e leggenda, amori e politica, lotta armata ed eroina.  La nascita di un quotidiano che cambierà i linguaggi della carta stampata. Un far west chiamato Roma, dove la vita di un uomo conta meno di un grammo di eroina. La risacca dei Settanta s’infrange, mentre monta la marea di un’altra Italia.  Una generazione partecipa ai grandi eventi del proprio tempo. Entra nella Storia e non ne esce più. Roma. Dicembre 1975. Il racconto dell’Italia che cambia dal cuore della capitale. Mentre un Paese e una città si preparano a scivolare nella seconda metà di un decennio di piombo, un gruppo di uomini e di donne si cimenta in un’impresa destinata a rivoluzionare i codici del giornalismo moderno. Guidati da Eugenio Scalfari, fondano la fabbrica editoriale che darà vita al quotidiano «la Repubblica». 

Sotto lo sguardo attento e la direzione vigile delle grandi firme, si muove una pattuglia di giovani giornalisti che lasceranno la loro impronta su una stagione di tumultuosi cambiamenti. Tra di loro c’è Carlo Rivolta, inquieto ventiseienne romano di origini calabresi. Di lui, della sua vita, delle sue passione e della sua professione parla L’aspra stagione (Einaudi Stile Libero, 272 pagine, 18 euro), scritto da due leccesi, Tommaso De Lorenzis e Mauro Favale

Carlo Rivolta, calato nella concitata realtà di quel tempo, cresciuto alla scuola del Sessantotto capitolino, si conquista spazi e titoli in un giornale che, per sopravvivere, deve conquistare lettori. E saranno proprio i suoi articoli – brillanti e appassionati – a diffondere «la Repubblica» nel magmatico universo della contestazione studentesca e del movimento del ’77. Comincia anche così, nel ribollente catino di scuole e università, la storia di quel “quotidiano nuovo” destinato a diventare la lente con cui, per più di trent’anni, un pezzo d’Italia leggerà gli eventi. Rivolta è un indiscusso protagonista di quest’avventura corsara. Si ritrova – giovanissimo – a vedere e riferire tutti i grandi fatti che entreranno nella biografia collettiva del Paese, dal rogo di Primavalle al movimento del ‘77, dal rapimento Moro alla lotta armata, dal  terremoto in Irpinia alla morte straziante di Alfredo Rampi.  

Ma il cronista non segue solo i grandi eventi. Il suo sguardo non manca di cogliere la trasformazione degli stili, delle abitudini e dei costumi d’una generazione che sta bruciando i resti del Sogno. Intanto, nelle piazze e nelle periferie arriva l’eroina. E anche per Carlo, che era stato tra i primi a testimoniarne la diffusione, quella polvere diventerà la compagna – infedele e dispotica – della fine.   

Rivolta spende quegli anni in un drammatico intrecciarsi di vita, giornalismo e Storia. Ormai in conflitto con la direzione, lascia «Repubblica» nel giugno del 1981 per approdare al quotidiano «Lotta Continua». Per molti protagonisti di quell’esperienza editoriale il futuro sarà ricco di novità e soddisfazioni. Carlo, però non ce la fa. Il suo cuore si ferma prima, nel febbraio del 1982 ad appena 32 anni. 

E mentre l’Italia continuerà a cambiare per rimanere sempre la stessa, saranno in tanti a dimenticare la figura di quel giornalista di razza che aveva intuito, prima del tempo, come sarebbe andata a finire.  In un alternarsi di ricostruzione storica e narrazione letteraria, L’aspra stagione racconta l’uscita dell’Italia dagli anni Settanta praticando una rivisitazione del genere biografico. Il racconto si avvale di fonti molteplici, mischiando cronaca giornalistica, documenti d’epoca e circa quaranta testimonianze di amici, familiari e colleghi di Carlo Rivolta (tra cui Paolo Mieli, Francesca Comencini e Lucia Annunziata). L’aspra stagione scarta dai tracciati della memorialistica per seguire le piste di un vero e proprio “ritorno al futuro”. Con la sanguinosa fine dei Seventies che si trasforma nel lungo prologo dell’oggi.

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