Venerdì, 30 Luglio 2021
Politica

La “strana guerra” in Forza Italia. Nel vuoto di potere l'esercito resta a casa

Alla brillante affermazione di Raffaele Fitto nella circoscrizione Sud, fa riscontro un vistoso calo di consensi nel capoluogo, da sempre roccaforte berlusconiana. Nel partito è in corso un riposizionamento: importante la partita del dopo Perrone

Paolo Perrone e Roberto Marti.

LECCE – La principale causa del risultato negativo di Forza Italia nella città di Lecce – 4985 voti - è la drôle de guerre (strana guerra) tra i maggiorenti del partito e delle liste ad esso collegate. Un conflitto silenzioso, che coinvolge soprattutto gli aspiranti candidati a succedere a Paolo Perrone, cova dietro l’apparente unità della compagine di governo, la cui coesione è garantita, per adesso, dalla leadership del sindaco.

Da tempo nel pallottoliere ci sono i nomi di Gaetano Messuti e di Attilio Monosi. Ma questa lista è destinata a diventare più lunga nei prossimi mesi. Il “modello Renzi”, infatti esercita una forte attrazione oramai anche nel centrodestra e giovani esponenti come Alessandro Delli Noci potrebbero inserirsi nella contesa almeno come elemento tonificante nel rilancio di una compagine che dopo quattro mandati consecutivi alla guida della città inizia a fare i conti con problemi di tenuta e con esigenze di rinnovamento. Un’ipotesi questa che prenderebbe ancora più corpo qualora a Lecce venisse attribuito il riconoscimento come Capitale europea della cultura per il 2019. Altri nomi ancora potrebbero venire fuori dal coagulo di civiche che hanno puntellato la vittoria di Perrone nel 2012.

“Non ci siamo impegnati abbastanza” ha detto il primo cittadino rispondendo ad un’intervista, ma questa, a ben guardare, è solo, la conseguenza di una premessa che sta in una semplice domanda: “Perché’” Non c’era, del resto, nemmeno una ragione per la quale i forzisti potessero davvero pensare di concedersi il lusso di prendere l’appuntamento elettorale sottogamba: con un Pd redivivo sotto una leadership quantomeno vivace e riconoscibile anche nell’azione di governo, con un M5S accreditato della rivoluzione e con Ncd di Alfano fiducioso di poter alterare gli equilibri nello schieramento, i generali di Fi avrebbero dovuto schierare le proprie truppe come in una trincea prima dello sbarco in Normandia.

E invece in troppi sono rimasti alla finestra, forse fiutando l’aria e comunque provocando l’ira funesta del sindaco che in una riunione è andato giù molto pesante: in fondo il primo a metterci la faccia, con Fitto e con il partito in genere, è stato proprio lui. Paolo Perrone, non è un mistero, potrebbe essere in corsa per la guida del centrodestra alle regionali del 2015 o addirittura spiccare il volo per il Parlamento: il passo falso di quest’ultimo passaggio elettorale rischia di diventare un’arma a vantaggio dei suoi detrattori.

Esiste un effetto domino che parte da Roma e finisce a Lecce, passando per Bari. Fitto, a suon di voti, può ben dimostrare di valere la leadership di Forza Italia ma il suo successo, indiscusso nelle dimensioni, è macchiato da un cedimento non marginale proprio nella sua terra. Poi c’è Roberto Marti, l’esponente che ha fatto un balzo in avanti nella gerarchia del partito molto più rapidamente di tutti gli altri, passando in pochi anni da consigliere comunale a deputato della Repubblica. Qualche mese addietro non ha escluso l’idea di correre per Palazzo Carafa se fosse il partito a chiederglielo e non ha commentato l’esito del voto di domenica.

L’impressione, insomma, è che in Forza Italia ci sia un riposizionamento generale seguito al vuoto di potere che si è aperto con il passo indietro, accelerato dalle vicende giudiziarie, di Silvio Berlusconi.

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