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Fuga dallo scudo crociato e l’Udc resta “fuori” da Palazzo dei Celestini

Il partito perde ufficialmente la rappresentanza dentro il consiglio provinciale: Tundo e Quintana costituiscono "Azione e rinnovamento", Pendinelli e Siciliano lavorano ad un movimento. Fine annunciata di una lunga querelle

Sandro Quintana, uno dei quattro che lascia l'Udc

LECCE – Il gruppo consiliare dell’Udc non esiste più a Palazzo dei Celestini. Il lungo strappo, più volte rattoppato nello scudo crociato salentino, da oggi ha ufficialmente una conclusione, con la scelta da parte dei quattro ormai ex rappresentanti di dare il ben servito e “mettersi in proprio”. In realtà, questa decisione non è che sia una vera e propria novità, visto che segnali di tensione ormai circolavano sin da prima delle amministrative sia dalla fase che ha preceduto e poi seguito il congresso provinciale del partito.  

Nella fattispecie, Giovanni Siciliano e Mario Pendinelli avevano sottoscritto un patto di federazione con l’Udc, mentre Sandro Quintana e Giovanni Tundo rappresentavano direttamente il gruppo Udc all’interno del consiglio provinciale. Formalmente, dunque, si cancella la sigla dell’Udc da Palazzo dei Celestini, dove la rappresentanza partitica viene azzerata, in quanto i primi due stanno cercando di costruire un movimento sul territorio provinciale, mentre Quintana e Tundo costituiscono il  gruppo “Azione e rinnovamento”.

Un duro colpo per il partito di Casini, che perde voce nella già scarna presenza all’interno delle istituzioni locali, sebbene ormai l’Udc sia diventato più un partito di opinione, dove trova rifugio un certo elettorato moderato e cattolico. Il problema semmai politico sta nel fatto che l’Udc (ma con esso molte altre forze) rischia di non avere più un’anima di partito, essendo diventato un porto di passaggio di scontenti, provenienti da altre esperienze, ma che spesso si fermano al suo interno a tempo “determinato”.

Non c’è da sorprendersi neanche di questo, se si inquadra l’Udc come la maggior parte delle esperienze presenti in politica come un partito “berlusconiano”, inteso come “laederistico”: a lungo si è giustamente criticato il Pdl per via della sua conformazione “padronale” e priva di reale meccanismi interni di selezione della classe dirigente e di democrazia, ma molti osservatori hanno dimenticato che quasi tutti i partiti nati in questi anni hanno subito la stessa conformazione, incamerando gli stessi difetti. L’unica eccezione, sebbene con la contraddizione elefantiaca di una classe dirigente sempre uguale a se stessa, sta nel Pd, che almeno prevede un meccanismo come quello delle primarie per aumentare il livello di partecipazione.

L’Udc salentino (ma analoghe vicende sono accadute all’interno dell’Idv regionale), in tal senso, rappresenta lo specchio della politica in generale, dove si raccattano i mal di pancia dell’una e dell’altra parte, che risultano essere estensioni poi di una più generica incoerenza dei soggetti coinvolti. Basti ricordare cosa è accaduto (e cosa continua ad accadere ad ogni turno elettorale) alle provinciali, quando folle di transfughi in transumanza hanno cercato una “migliore” collocazione personale, a prescindere dalla convinzione di un progetto politico.

Il cliché si ripete ancora, perché il problema non sono solo i partiti (che saranno pure deboli e difettosi), ma spesso le persone che fanno politica e che sono affette da “mastellismo compulsivo” o “scilipotismo acuto”. Allora c’è poco da meravigliarsi di sigle che si azzerano o di partiti padronali. Senza un progetto politico e “coerente”, anche il mito del “votare la persona” a prescindere dal contesto in cui si muove rischia di diventare anacronistico.

 

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