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"Impopolare ma necessaria per il futuro": Elsa Fornero difende la sua riforma

"Fu fatta passare come una legge di austerità ma, a causa dell'emergenza finanziaria, non avevamo scelta": l'ex ministro a Lecce per la presentazione del suo libro

LECCE – “Chi ha paura delle riforme?”: è la domanda cruciale su cui si basa il libro dell'ex ministro del Lavoro e delle Politiche sociale, Elsa Fornero, intervenuta a Lecce in occasione di un incontro organizzato da Aforisma school of management.

L'economista ha spiegato di non aver scritto un testo destinato agli accademici ma per aprire un dialogo con la società civile: “Quando ero al ministero mi è mancata quest'opportunità di confronto perché facevo parte di un esecutivo tecnico. Solo in una sola circostanza ho potuto spiegare il senso della mia riforma che non era quello di vessare le persone con i tagli, ma di aprire una prospettiva di futuro per i giovani. Ora sono tornata a parlare con il popolo, e credo che in questo momento storico carico di odio sia necessario rafforzare il ruolo e il dialogo con la società civile. La politica non può limitarsi a esibizioni muscolari né tirare avanti con semplici slogan elettorali”.

La professoressa, in occasione della presentazione del libro, ha raccontato una parte del proprio vissuto, negli anni in cui non le sono state risparmiate critiche, anche feroci, anche a mezzo di manifesti pubblici, e per le quali ha dovuto dar conto persino i nipotini.

Sotto l'egida di Monti, dal 2011 al 2013 fu infatti chiamata a varare la nota riforma del sistema pensionistico, ora sospesa da "Quota 100". Una legge impopolare ma necessaria”, di cui difende la ratio profonda: “Le riforme non sono mai a costo zero e comportano sacrifici immediati per un futuro migliore. Ho un rimpianto: credevo che si potesse comunicare questo concetto alle persone, invece la riforma è passata solo come un atto di austerità imposto dalla Germania per salvare le banche tedesche. Quale Paese avrebbe potuto accettare una cosa del genere?”.

Riguardo ai sacrifici chiesti alla popolazione, non si è tirata indietro: “Il nostro problema era quello di tenere in piedi il sistema. L'Italia si sta impoverendo e non eravamo in condizione di scegliere: facevamo i conti con una vera emergenza finanziaria che implicava un costo maggiore per i cittadini rispetto a quello delle riforme. Il Paese necessita di scelte corrette. E le scelte corrette vanno in direzione della crescita: solo così si potranno pagare salari migliori e mantenere l'indicizzazione delle pensioni. Oggi, questo far finta che ci siano soldi per tutti è molto pericoloso”.

Qual era quindi l'obiettivo di una riforma contro cui si è scagliato il governo giallo-verde? “Volevamo costruire un mercato del lavoro più inclusivo e dinamico che tenesse dentro donne, giovani e anziani”.

Così facendo, l'economista si è attirata antipatie trasversali: “Ho fatto delle norme per ridurre la precarietà e mi hanno accusata le imprese; ne ho fatte altre per ammorbidire la rigidità nel segmento del lavoratore adulto e mi hanno criticata i sindacati; ho elaborato riforme per l'invecchiamento attivo che consentissero ai lavoratori anziani di non abbandonare il posto e sono stata accusata. È facile lasciare le cose difficili agli altri, per poi criticarli”.

“L'Italia sta diventando un Paese anziano e dobbiamo intervenire – ha proseguito -. Invecchiando la gente deve lavorare un più: una soluzione è quella del pensionamento graduale, però purtroppo solo la Lombardia aprì un dialogo con il governo”.

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