Lunedì, 26 Luglio 2021
Politica

In nome della scuola pubblica. Docenti e studenti lottano insieme

Un corteo di studenti degli istituti superiori ed insegnanti ha attraversato il centro di Lecce. Slogan e cori contro i tagli governativi, l'ingresso dei privati nei consigli d'istituto e l'aumento del monte ore settimanale per i docenti

 

LECCE – E’ un’altra giornata di passione per l’istruzione pubblica, a Lecce come nel resto del Paese. In città il corteo organizzato da studenti delle scuole superiori - hanno aderito almeno una decina di istituti insieme ad una piccola rappresentanza degli universitari di Link Udu –ha incrociato la manifestazione indetta dai professori, attraversando le vie più trafficate del centro, dal Tribunale alla Prefettura, rigorosamente off – limits.

Le rivendicazioni ormai viaggiano insieme, spedite verso un’unica direzione: la critica spietata ai provvedimenti governativi volti a “privatizzare” l’istruzione, limitando un diritto universalmente riconosciuto. Quello allo studio, indipendentemente dalle possibilità economiche di partenza.

Ai primi banchi oggi ci sono i professori, calati nel pieno spirito di contestazione studentesca che qui a Lecce è ben lontana dagli scenari di guerriglia già visti altrove. Ma sempre contestazione è, organizzata a suon di musica, striscioni, corse e cori poco teneri nei confronti dei colleghi iscritti in istituti privati. Si urla con i megafoni, la folla di ragazzi risponde compatta alle sollecitazioni. I docenti si avvicinano ai loro alunni, si lasciano coinvolgere. Si sentono i primi bersagli di un governo tecnico che pur di tagliare qui e lì, “non prende in considerazione i risvolti disastrosi sulla qualità della formazione che offriamo a questi ragazzi”, spiegano loro.

Solo nel liceo linguistico “Pietro Siciliani” hanno aderito allo sciopero 48 persone sulle 60 che compongono il corpo docente. Un segno dei tempi. E, seppure da qualche parte spuntano le bandiere di Cobas e Cgil (unici sindacati ad indire la manifestazione), in molti prendono le distanze. “Siamo contrari agli accordi sindacali che hanno tradito la scuola. Stiamo strappando tutti le nostre tessere sindacali”, afferma con decisione il professor Santoro. Il cuore della contestazione è nei continui prelievi operati dalle casse dei vari fondi d’istituto, “letteralmente dissanguati”.

La professionalità sarebbe calpestata nella sua profonda dignità: “Il governo parla di un adeguamento agli standard europei. Ma questo non può avvenire solo per il monte orario: noi continuiamo a lavorscuola 2-2-2are in strutture fatiscenti e pericolose per gli alunni, con gli stipendi bloccati” aggiunge una collega. Contro il tentativo di aumentare l’orario settimanale da 18 a 24 ore si è creato persino un fronte unico: il “movimento h 24” che ha fatto capolino in piazza Sant’Oronzo, la domenica mattina, dandosi appuntamento per una correzione collettiva dei compiti.

Sì, perché l’impegno quotidiano non si esaurisce con le ore spese in cattedra. Continua a casa, nei pomeriggi, nei week end, con “un’attività sommersa e mai riconosciuta dall’opinione pubblica”. Il mantenimento delle classiche 18 ore non è una scusa per lavorare di meno, ci tengono a dire, ma la premessa per garantire l’accesso negli istituti alle nuove leve. Ai giovani laureati per cui l’inserimento di ruolo rappresenta un’utopia, e persino la supplenza occasionale un’opportunità rarissima in un mercato saturo.

Il fulcro della manifestazione studentesca invece è nel disegno di legge Aprea. Accantonate per un attimo le solite rivendicazioni già issate a vessillo nelle ultime manifestazioni (edilizia per le strutture pubbliche, trasporti gratuiti ed efficienti per i ragazzi), i liceali dello scientifico “Banzi” attaccano la limitazione della rappresentanza studentesca interna che potrebbe ridursi ad una sola unità, dalle quattro di partenza. “L’ingresso nei consigli d’istituto dei privati, trasforma la scuola in una fondazione. In un’azienda che segue interessi economici ben lontani dagli scopi formativi ed educativi dell’istruzione. – ammonisce il rappresentante d’istituto, Marco Rollo – In questo modo il governo ha pensato di risolvere il taglio di trasferimenti all’istruzione, considerato che nelle scuole ormai manca di tutto, persino i banchi. Ma deve essere lo Stato a garantire il nostro diritto allo studio, non il capitale privato”. No ad una scuola elitaria, dunque. Senza se e senza ma.

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