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Centro storico, nuovi dubbi sugli immobili comunali ceduti a privati

Un edificio di via del Pittaccio, recuperato con fondi destinati all'edilizia residenziale pubblica, è stato aggiudicato all'asta nel 2010. Ma il Comune poteva alienarlo?

Via del Pittaccio.

LECCE - Dopo l'immobile di via delle Giravolte, quello di via del Pittaccio: entrambi inseriti nel programma delle alienazioni dall'amministrazione comunale, entrambi aggiudicati a base d'asta e divenuti oggetto delle insistenti perplessità di esponenti della minoranza consiliare. 

Il motivo è presto detto: trattandosi di abitazioni destinate a finalità sociali, potrebbero essere vendute solo dietro autorizzazione della Regione Puglia e comunque vincolate alla priorità per i titolari di un contratto di locazione di un alloggio popolare. Ma le verifiche condotte dal Partito Democratico, che tempo addietro ha tenuto sull'argomento anche una conferenza stampa, hanno portato a escludere che i cespiti del centro storico inseriti tra i beni alienabili siano stati comunicati agli uffici regionali. Tanto che l'assessore al Patrimonio, Attilio Monosi già nei primi giorni del gennaio scorso, precisò che se fossero state accertate irregolarità nell'iter, avrebbe proceduto all'annullamento di tutte le alienazioni pur difendendo l'obiettivo dichiarato, quello di fare cassa per poi realizzare in altri punti della città gli alloggi di edilizia popolare.

Sul fatto che si tratti di immobili con destinazione precisa, appare abbastanza chiaro: una delibera di consiglio comunale del 1993 stabilisce l'impiego di 230 milioni circa proprio per l'edificio di via del Pittaccio. Si tratta, come in altri casi, di interventi di recupero avviati già negli anni '80 - per 2,7 miliardi di lire - per consentire alle amministrazioni di rimettere in sesto case destinate a soddisfare la domanda di alloggi popolari. Quello stesso immobile è stato aggiudicato nel 2010 a circa 350mila euro e la stipula è stata fatta nel 2013. Fatta salva ovviamente la buona fede dell'acquirente, i dubbi investono la linea seguita dall'amministrazione comunale.

Il caso di via del Pittaccio è venuto fuori in maniera incidentale: i lavori in corso sul terrazzo hanno attirato l'attenzione di alcuni cittadini e, conseguentemente, della commissione Controllo che ne ha discusso ieri. Il settore Urbanistica ha rassicurato sulla regolarità degli stessi, ma quella che riguarda la procedura di alienazione degli immobili del centro storico è tutta un'altra storia.

Della vicenda il consigliere Luigi Melica (Udc) ha un'idea precisa: "Continuo a sperare che succeda qualcosa o meglio che qualcuno mi dica che c'è un equivoco e che il Comune di Lecce ha ceduto i gioielli del centro storico nel rispetto delle leggi. Purtroppo temo sia una vana speranza. I lungimiranti politici della Prima Repubblica, negli anni '80 avevano acquistato diversi beni immobili nel centro storico al fine di utilizzare i fondi del piano decennale per l'edilizia residenziale pubblica di cui alla legge 5 agosto 1978 per ristrutturare tali beni e destinarli a chi versava in stato di bisogno".

"A distanza di trent'anni - prosegue l'esponente centrista tirando in ballo direttamente il sindaco - le giunte Perrone sembrano averli venduti a chi povero non è. Spero di sbagliare; spero che i dirigenti del patrimonio che l'altro ieri in Commissione controllo hanno affermato che la vendita all'asta dello stabile di via del Pittaccio è priva dell'autorizzazione preventiva regionale abbiano sbagliato. Altrimenti, gli acquirenti dovrebbero agire di conseguenza e citare il Comune per danni, dato che quella vendita è nulla. Se l'autorizzazione regionale non esiste, allora siamo di fronte ad uno scenario allucinante: i lungimiranti nostri padri avevano acquistato a poco e ristrutturato con fondi regionali; poi, un altro lungimirante sindaco ha rivalutato il centro storico prima inaccessibile; infine, la giunta Perrone capitalizza questi regali vendendo a chi povero non è tenendo bloccata la graduatoria Erp. Per favore, sindaco dimmi che sto sognando". 

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