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Giovedì, 19 Maggio 2022
Politica

Antifascismo, globalizzazione e Costituzione: intervista a Bertinotti, presidente emerito della Camera

L’ex segretario di Rifondazione Comunista nel Salento per un convegno sul 25 Aprile, con il rettore di Unisalento Fabio Pollice e il costituzionalista Nicola Grasso. “Povertà e diseguaglianze da combattere nella pace”. Sulla mozione della Regione Puglia che paragona i fascismi al comunismo: “Non è vietato in politica dire delle idiozie”

LECCE –  Il Gioco dell'Oca dei diritti e della giustizia sociale ci ha visti avanzare grazie alla Carta costituzionale. Questo prima di una inesorabile involuzione dove le caselle sono state riempite dagli effetti della "rivoluzione globalizzazione", che ci ha trovati genuflessi. Ossequiosi e silenti.  “L’Antifascismo e la resistenza: le radici della Costituzione repubblicana”. In occasione di un convegno su questo tema Fausto Bertinotti ha partecipato a un incontro a Galatina, nella giornata della Festa della Liberazione del 25 aprile.

Un pomeriggio dedicato a dei ragionamenti prospettici sui principi della Carta costituzionale nel quale hanno partecipato anche il rettore di Unisalento, Fabio Pollice e il costituzionalista Nicola Grasso, docente presso il Dipartimento di Scienze giuridiche dell’ateneo del capoluogo salentino. (I tre relatori nella foto che segue, realizzata da Gianluca Guida).

Presidente emerito della Camera dai Deputati, che ha guidato dal 2006 al 2008, Bertinotti è stato lo storico segretario del partito di Rifondazione Comunista, dal 1994 al 2006. Ha puntato il dito contro lo smantellamento e la regressione delle conquiste ottenute nei “trent’anni gloriosi”, unico momento del Novecento in cui le riforme sociali hanno aderito in parte ai principi della Costituzionale.

Presidente, quando si pensa alla parabola del Novecento, della Sinistra e della ricerca di giustizia sociale una suggestione ci arriva dal titolo di un libro di Pietro Ingrao: “Volevo la luna”. Che cosa si è cercato, se non la luna appunto?

“La suggestione è molto efficace, conta molto il fatto di essere stato amico e discepolo di Pietro Ingrao. Per luna si intende il sogno, un sogno che però si veste della possibilità concreta di essere realizzato. Quel sogno si chiama socialismo: l’idea di una società di liberi ed uguali che può essere raggiunta in politica attraverso un processo che abbiamo chiamato rivoluzione. È quella luna quella che ha guidato il cammino dell’umanità per tutto il Novecento”._32A2030-2

A proposito di lune e di chimere, quanto l’articolo 3 della nostra Costituzione sulla parità di dignità sociale dei cittadini aderisce all’idea originaria dei padri e delle madri costituenti?

“Io penso proprio nulla. L’idea dei costituenti è una idea straordinaria, un’idea secondo la quale democrazia è sinonimo di eguaglianza. Simul stabunt, simul cadent (Insieme staranno, insieme cadranno, ndr) e così è stato. È caduta l’eguaglianza ed è caduta la democrazia, sicché viviamo in una società che è soltanto un simulacro di democrazia, mentre le diseguaglianze sono diventate terribili”.

Appena a febbraio scorso sono state approvate le modifiche degli articoli 9 e 41 con le quali viene introdotta la tutela dell’ambiente e della biodiversità nella nostra Carta costituzionale. Una integrazione che ci dice tanto su come la Costituzione debba essere un “corpo vivo”. Rispetto all’evolversi del tempo, come difendere e innervare l’anima di quei principi?

“Io penso che in realtà la questione fondamentale non sia quella delle modifiche formali della Carta costituzionale. Ma quella del rapporto tra Costituzione e quella che i giuristi chiamano Costituzione materiale, cioè l’insieme delle leggi e degli ordinamenti che hanno un rapporto con la Costituzione, che si è realizzato nell’ultimo quarto di secolo e che ha sostanzialmente manomesso e tradito l’ispirazione della Carta. Lo ha fatto a volte persino alla Costituzione medesima con delle modifiche regressive, la più clamorosa delle quali è quella della parità di bilancio che è una contraddizione in termini con l’ispirazione dell’articolo 3 della Costituzione repubblicana. Qualche volta, come in questo caso, vuole rispondere a una presa di coscienza nel mondo come quella offerta dai movimenti che si sono espressi anche con una personalità come quella di Greta Thunberg, ma risultano del tutto insignificanti perché non hanno nessun rapporto con la realtà concreta delle politiche economiche e sociali adottate dai governi europei”.

La polemica innescata dalle dichiarazioni dall’Anpi (contraria al paragone tra Resistenza italiana e resistenza ucraina) sulla guerra in corso in Ucraina, che cosa ci dice rispetto al tema della pace e della sicurezza? Si assiste a una sorta di scissione interiore a Sinistra: da un lato non si può restare indifferenti nel vedere cittadini combattere e morire. Dall’altro è facile immaginare che l’invio di armi rappresenti un’ulteriore condizione per mantenere in piedi questo conflitto…

“Io la penso molto diversamente: che si sia affermata o che si stia affermando non solo la guerra, ma anche una cultura di guerra. Lo ha detto lucidamente il pontefice quando ha affermato che le politiche di riarmo sono le politiche che contengono la lingua della guerra. E questo accade quando non si sa parlare la lingua della pace. Per questo penso che le polemiche quotidiane valgono poco, anzi semmai sono il segno di una asfissia della politica. In realtà, secondo me, l’origine culturale della incapacità di parlare la lingua della pace è determinata da una vecchia formula, quella secondo cui la guerra non sarebbe che la prosecuzione della politica con altre armi. Io penso, al contrario, che la guerra sia il fallimento e la morte della politica. E la politica non può vincere che nella pace e per perseguire la pace. Sono interessato poco alle polemiche, sono invece interessato a questo fallimento della politica nel mondo che fa riaprire il capitolo della guerra, in una umanità già colpita da grandi disagi come quelli delle povertà e delle diseguaglianze che andrebbero combattuti nella pace”.

Nei giorni scorsi, a riguardo, ha attaccato duramente il segretario del Partito Democratico per essersi distanziato da posizioni neutraliste e pacifiste. Nella giornata del 25 Aprile (giorno dell’intervista, ndr) Enrico Letta è stato contestato a Milano, accusato dai partecipanti di essere “un servo della Nato”…

“Nella democrazia il dissenso è il sale della terra. Continuo a pensare che l’atteggiamento del Partito Democratico, così atlantista, sia molto lontano dalle culture migliori che ha espresso la Sinistra in tutto il Dopoguerra”.

Oltre dieci anni addietro, suo il volume intitolato “Chi comanda qui? Come e perché si è smarrito il ruolo della Costituzione”. In quelle pagine lei esalta un capolavoro pieno di valori: ma come spiegherebbe l’articolo 1 a un 30enne di oggi, magari plurilaureato, costretto a lavorare come rider o in un call-center?

“Direi: provate per un momento a dimenticare la realtà in cui vivete. E immaginate invece un mondo diverso da quello dell’attuale politica secondo cui il lavoro è una variabile dipendente dell’economia e del mercato, e dove il lavoro sia invece il luogo per la lotta e della liberazione da ogni forma di oppressione e di sfruttamento. Così era stato pensato dai costituenti. Loro venivano da una vicenda terribile: cinquanta milioni di morti, la Seconda Guerra mondiale, avevano attraversato il periodo carico di speranze di un orizzonte straordinario che è stato l’antifascismo e credevano in una costituzione democratica. Il lavoro prendeva questo peso che oggi, al contrario, è negato. Spiegherei a un giovane come la Costituzione parli di una meta. La realtà parla di quanto da questa meta non solo siamo lontani, ma di quanto si stia andando in direzione opposta”.

A ottobre una mozione approvata dal Consiglio regionale della Puglia di condanna ai fascismi, è stata poi estesa anche al comunismo e ai totalitarismi. Eppure lo stesso presidente del Parlamento europeo di recente scomparso, David Sassoli, aveva definito “operazione scorretta” quella dell’affiancamento tra nazismo e comunismo in occasione dell’approvazione a Stasburgo della risoluzione sulla memoria storica…

“Non è vietato in politica dire delle idiozie. Non esiste una legge che lo impedisca”.

Presidenziali francesi: in tanti oggi inneggiano alla riconferma di Emmanuele Macron, come fosse la medicina di tutti i malanni europei. Ma di queste elezioni i fattori predominanti sembrano invece essere costituiti da un forte astensionismo (analogo a quello italiano) e dalla diga di contenimento rappresentata dai voti di Mélenchon.

“Il fenomeno dell’astensionismo a cui si è assistito sia al primo turno, sia al secondo delle elezioni francesi, lo abbiamo visto in Italia in tutte le elezioni recenti. Ed è un astensionismo qualificato. Non è soltanto dovuto, come dicono tanti sociologi, al fatto che una parte della popolazione vota “con i piedi”, cioè andando via dai seggi. Ma il fatto è, ripeto, più che altro qualitativo. In particolare a non votare più sono gli strati poveri della popolazione. In Francia la parte sociale dell’astensione ha avuto una caratteristica ulteriore: accanto ai poveri, anche i giovani e gli operai. Ossia la stessa popolazione che ha determinato il successo di Mélenchon. Allora forse la grande lezione è qui: Mélenchon ha un grande successo perché sta contro la politica “corretta”. Non è una tendenza interna al sistema: non è né Le Pen, né Macron, ma un terzo totalmente diverso. La sua non è una politica un po’ meno moderata, è un orizzonte radicalmente diverso. Basti vedere i suoi contenuti programmatici e come vengono proposti. Solo che in Italia non abbiamo un Mélenchon: non è una questione soltanto di leadership, ma non esiste in Italia una politica comparabile alla sua, un soggetto politico che abbia la radicalità della critica al sistema e dell’opposizione al Governo”.

Quanto soffre nell’assistere al cambio degli assetti istituzionali, con una “democrazia” che vuole e vede sempre più spesso l’uomo solo al comando?

“Come accennavo prima, penso che democrazia ed eguaglianza siano inscindibili, è affermato nell’articolo 3 della Costituzione repubblicana. E penso quindi che la crisi di democrazia che noi stiamo vivendo sia essenzialmente il risultato di una sconfitta storica del movimento operaio, che ha visto sconfitto il grande tentativo che, dal Biennio “68 e “69 pe tutti gli anni Settanta, aveva provato a inverare il dettato costituzionale. In tutto quel decennio, che è stata la parte conclusiva di quella che gli storici chiamano “i trent’anni gloriosi”, la Costituzione materiale si era avvicinata alla ispirazione della Carta costituzionale, era cioè intervenuto un reale processo di riforma sociale, di conquiste sociali, di contratti, di leggi che - dallo Statuto dei lavoratori alla Legge sul divorzio, sull’aborto, alla riforma sanitaria, a quella pensionistica – avevano realizzato un avanzamento misurabile in alcune cifre di civiltà quali, per esempio: la Costituzione entra e supera i cancelli delle fabbriche e si dilata il terreno democratico. Oppure, usando una forma immaginifica, per la prima volta i figli dei lavoratori possono andare nelle Università. Questo processo di trasformazione della civiltà italiana è terminato con una sconfitta non solo italiana, ma anche europea, occidentale: penso a Thatcher in Gran Bretagna, penso a Reagan negli Stati Uniti d’America. Ai trent’anni gloriosi, sono subentrati i trent’anni ingloriosi, durante i quali queste conquiste sono state progressivamente demolite da una grande rivincita di classe: i centri proprietari hanno affermato il primato assoluto del mercato che, durante una grande rivoluzione mondiale chiamata globalizzazione, hanno travolto quelle conquiste e affermato un mondo nel quale il dominio dapprima del mercato, poi della finanza internazionale ha corroso nel fondo la democrazia realizzando una tendenza a governi oligarchici. È arrivata in Italia prima con la riduzione dei poteri del Parlamento a favore dell’esecutivo, poi è passata attraverso una Legge elettorale maggioritaria, poi è passata attraverso la personalizzazione della politica e tati altri fenomeni. Ma la radice di questo impoverimento della democrazia sta nel rovesciamento sociale ed economico tra lavoro  (che era nella fase dei trent’anni gloriosi il motore del cambiamento) e il dominio del profitto del mercato”.

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