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Moro, il figlio del leader Dc: “La Costituzione si può riformare, ma coinvolgendo i cittadini”

Intervista a tutto tondo a Giovanni Moro, docente di Sociologia politica presso La Sapienza. Fra cittadinanza attiva, contraddittorie norme amministrative e tentativi della classe dirigente di modificare la carta costituzionale senza il coinvolgimento del popolo nel dibattito

LECCE – Un welfare privatizzato e benefici divenuti ormai appannaggio dei pochi che se lo possono permettere. In barba ai principi sanciti dalla Costituzione. Senso civico, cittadinanza attiva, processi partecipativi come soluzione. Ne abbiamo parlato in una intervista con Giovanni Moro, sociologo e docente di Sociologia politica all’Università La Sapienza di Roma, nel 45esimo anniversario del rapimento e dell’assassinio di suo padre, Aldo Moro, presidente della Democrazia cristiana.

“Cittadini, cittadinanze e democrazia” è il titolo del seminario organizzato a Lecce dal Dipartimento di Scienze giuridiche, al quale l’accademico ha preso parte dialogando con Virginia Meo, presidente del Gruppo Umana Solidarietà di Macerata; Eliana Augusti, presidente del Corso di laurea in Governance euromediterranea delle politiche migratorie e Ubaldo Villani-Lubelli, docente di Storia delle istituzioni politiche. In occasione dell’incontro, è stata avviata ufficialmente l’azione 2023 di Scuola Civica, il laboratorio itinerante di didattica sperimentale sul diritto plurale, con l’obiettivo di contrastare fenomeni legati all’odio e alla discriminazione. Puntando al senso di collaborazione delle comunità e, appunto, alla cittadinanza attiva.

Professor Moro, il concetto di cittadinanza cesserà di aderire a quello di nazione. Più che connotato da un’appartenenza esclusiva, il cittadino è ora portatore di diritti. Ma chi sarà, effettivamente, il cittadino del futuro?

“Questo rapporto tra cittadinanza e nazionalità è diventato un problema. Diciamo che la cittadinanza è un dispositivo di inclusione e coesione, sviluppo delle comunità politiche, cioè dell’insieme dei cittadini che nel corso del Novecento si è consolidato in un modello canonico che noi abbiamo ereditato e nel quale si era cittadino solo di uno stato nazionale. Questo è cambiato profondamente: il modello è entrato in crisi da alcuni decenni in relazione a grandi fenomeni come le migrazioni, per cui la cittadinanza non è più lo strumento per definire precisamente chi sta dentro e chi sta fuori della comunità politica”.

“Una prova interessante è rappresentata dalla diffusione della doppia cittadinanza: in teoria prima era impossibile nel modello che abbiamo ereditato, oggi è invece previsto dalla maggioranza degli Stati. In relazione a questa crisi si sono innescati dei processi di trasformazione della cittadinanza per cui si può dire che, in un certo senso, viviamo una cittadinanza multipla che ha una valenza globale, in relazione ai diritti umani. E ha una valenza locale in relazione a tutto ciò che succede nel luogo in cui si risiede, che si sia italiani o stranieriLa cittadinanza come fenomeno legato alla nazionalità resta fondamentale, ma la sovrapposizione tra cittadinanza e nazionalità è ormai impossibile.

Come sarà il cittadino del futuro? Difficile dirlo. Queste trasformazioni in corso nel dispositivo della cittadinanza non ci danno una indicazione precisa. Certamente la dimensione nazionale continuerà a contare, per il resto Hannah Arendt diceva che se io non ho uno Stato, una comunità politica a cui chiedere il rispetto dei miei diritti, è difficile che questi diritti siano efficaci. Quello che si può dire è che se non è facile stabilire come sarà la cittadinanza del futuro, possiamo  essere sicuri che dipenderà anche da noi: è ingenuo pensare che la cittadinanza sia solo il prodotto di una disposizione normativa dello Stato, solo uno status legale. È molto di più: è appartenenza come status sociale, un insieme di diritti e doveri, una molteplicità di forme di partecipazione. E la cittadinanza si ri-definisce anche in relazione al modo in cui i cittadini la utilizzano, alle pratiche di cittadinanza. Queste concorrono a definire la cittadinanza stessa nei suoi contenuti e nella sua estensione. E non è vero che i cittadini sono solo  beneficiari o vittime di quello che lo Stato decide di  riconoscere loro in termini di prerogative e doveri. In questo senso direi che le pratiche di cittadinanza sono decisive per ricostruire la cittadinanza come comunità di destino, non più solo come comunità di origine che abbiamo ereditato dal Novecento”.

Giovanni Moro

Nel 1998 lei ha pubblicato il "Manuale di cittadinanza attiva”, esattamente dieci anni dopo la nascita dell’omonima organizzazione che, traendo spunto dall’articolo 118 della Costituzione, promuove l’intervento nella cittadinanza nella governance pubblica e vanta numerose forme di supporto alla comunità. Da sempre fa però più notizia il cittadino disinteressato, rispetto a quello impegnato e al servizio della collettività.

“Il quarto comma dell’articolo 118 della Costituzione, relativo al principio di sussidiarietà, è di importanza cruciale nell’assetto del nostro Paese. Ricordiamo che cosa dice, poiché la sussidiarietà costituzionale non corrisponde alla sussidiarietà orizzontale. Quanto riportato nella Costituzione è molto più preciso: le istituzioni della Repubblica favoriscono la libera iniziativa dei cittadini, singoli o associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale. Principio che effettivamente si scontra con una cultura, che lei ha ricordato, che ha una visione molto negativa dei cittadini. Ci restituisce un’immagine di individui disinteressati, simile a quella con cui vengono dipinti bambini: ingenui, emotivi. È lo stesso stigma che viene posto tradizionalmente sulle donne. I “bambini - femmina”, irrazionali, dotati di molto entusiasmo. Ma bambini che devono essere guidati, indirizzati. La Costituzione ci dice esattamente il contrario: riconosce – non  prescrive – l’esercizio di attività di interesse generale. Un ruolo che è di rango costituzionale. Bisogna superare moltissimi pregiudizi che appartengono sia alla cultura di massa, sia alle classi dirigenti del nostro Paese”.

In un recente contributo, pubblicato su una testata nazionale, ha fatto riferimento al concetto di “eccesso di cittadinanza”. Si riferiva all’impegno di quei cittadini che, riparando buche stradali o spalando fango come è avvenuto di recente in Emilia Romagna, investono il proprio tempo con impegno civico. Salvo poi incorrere persino in multe, sanzioni disciplinari o guai giudiziari. Propone dunque di valorizzare queste grandi “risorse di democrazia”, ma come si potrebbe procedere in concreto?

“Imputati per eccesso di cittadinanza. Lo divengono quei cittadini singoli, o associati, che svolgono delle attività di interesse generale di solito concrete, come adottare spazi pubblici, pulire, prendere aree pubbliche dal degrado, dalla speculazione, venire in aiuto di persone in difficoltà, o come accaduto in Romagna impegnati nella pulizia degli argini dei fiumi. E che, invece di essere ringraziati o quanto meno lasciati in pace, vengono perseguiti, multati, qualche volta persino processati.

Questo è paradossale in un Paese in cui il senso comune colto attribuisce ai cittadini una completa mancanza di senso civico. Un fenomeno che deve essere combattuto, in parte superato anche grazie alla riforma della Costituzione di cui parlavo prima. Ma resta il fatto che troppo spesso nel nostro Paese le norme amministrative contraddicono le norme costituzionali. E che le leggi spesso contraddicono le norme costituzionali. Basti pensare che la Costituzione stabiliva già 1946 la completa parità di uomini e donne, ma per avere una legge che riconoscesse e mettese in pratica questo principio di assoluta eguaglianza ci sono voluti 30 anni, con la legge di riforma del diritto di famiglia del 1975. Quindi la Costituzione è sempre messa in pericolo da norme amministrative o da leggi secondarie che vedono esattamente l’opposto del rispetto a quello che c’è scritto. Persino come nel caso dell’articolo 118, il cui testo è perfettamente chiaro e non richiede particolare interpretazione”.

L’esistenza di un welfare parallelo offerto da cittadini dotati di grande senso civico, così come avvenuto anche durante la pandemia, non rappresenterebbe però il fallimento dei servizi minimi di uno Stato? Un conto è l’impegno sociale, un altro doversi sostituire per sopperire a gravi deficit assistenziali…

“Questo intervento dei cittadini nelle attività è una risorsa per garantire in modo più efficace e diffuso l’interesse generale. Se poi succede che queste attività avvengano nella mancanza o nell’inerzia dell’intervento pubblico-statale, è meglio avere l’interesse generale e tutelarlo.

In Italia esistono circa 100mila organizzazioni che io definisco di cittadinanza attiva, cioè iniziative civiche collettive che si occupano di lottare per il riconoscimento di diritti, della cura di beni comuni materiali (come negli spazi pubblici) o immateriali (come per esempio la legalità) e che si occupano di sostenere l’autonomia e il pieno esercizio delle prerogative di persone o gruppi sociali in condizione di difficoltà o marginalità. Lo fanno anche attraverso attività di advocacy, dando voce a soggetti, condizioni, situazioni e valori non presi in considerazione, attraverso l’intervento direttoCome nelle attività di monitoraggio della situazione degli edifici scolastici, oppure nella creazione di servizi più o meno complessi.

Spesso hanno carattere informale, non hanno uno status legale. Non sappiamo quanto sia diffusa in termini precisi questa attitudine, conosciamo stime solo per quanto riguarda le organizzazioni costituite formalmente, le 100mila che ricordavo prima, con 2 milioni e 800mila persone che ci collaborano o ci lavorano. Un fenomeno estremamente diffuso, quasi un modo di essere dei cittadini del nostro Paese. Ed è una risorsa importante, non so se è un welfare alternativo, ma certamente è un modo di far funzionare il sistema e di farlo per tutti, non per qualcuno, senza abbandonare i cittadini in condizione di difficoltà.

Credo che la cittadinanza attiva sia importante, vista la diffusione in Italia di forme di welfare che vanno nella direzione opposta. Forme di welfare privatizzato, in cui i servizi, benefici che dovrebbero essere per tutti, sono in realtà riservati ad alcuni e a coloro che se lo possono permettere. Un grosso problema. Le iniziative civiche rappresentano un contributo per arginare questa tendenza”.

Sono appena terminati i festeggiamenti del 2 giugno, in onore della Repubblica e dei padri e delle madri costituenti, autori di una grande opera italiana: la Carta costituzionale. Anche l’ateneo salentino ne conserva una prestigiosa copia. Si tratta di un esemplare del diplomatico e storico Fabio Grassi, nipote del guardasigilli Giuseppe Grassi che firmò la Costituzione. È stato donato dagli eredi al Dipartimento di Scienze Giuridiche. Sempre più spesso iniziative per celebrare la Costituzione. Ma sempre più spesso, purtroppo, anche la tentazione di revisionarne i contenuti. Ci hanno provato in tanti…

“La Costituzione che celebriamo è la vera base della convivenza, ciò che ha dato vita alla comunità politica dei cittadini italiani. Non dimentichiamo che nasce per caso, dal deserto del Fascismo, da una lunga marcia verso la democrazia che è stata compiuta. È un faro, non un feticcio, non qualcosa che in linea di principio non si possa toccare in nessun modo.

Certo è che il disegno di Stato e di società, definiti nel 1946, per tanti aspetti non corrispondono più alla evoluzione che la società italiana ha avuto in questi 70 anni. Però possiamo dire che la storia della democrazia italiana è la storia di un processo costituente, in cui la Costituzione è stata progressivamente reinterpretata e attuata anche al di là di quello che era strettamente previsto, ma seguendo i suoi principi fondamentali e il suo spirito. Penso all’allargamento in concreto della sfera dei diritti nella storia del nostro Paese e quindi possiamo guardare a questi cambiamenti come frutto di un processo.

Pensando ai tentativi ricorrenti di riformare la Costituzione come processo che vede come uniche protagoniste le classi dirigenti politiche, è però preferibile un processo di cambiamento che deve vedere coinvolti i cittadini anche nel senso formale. Quindi devono essere previsti un dibattito pubblico, delle opzioni chiare, si deve poter discutere e questo discutere da parte della collettività deve concorrere a dare forma alle eventuali riforme. La Costituzione non si può cambiare senza i cittadini e questo mi pare un punto fondamentale”.

A proposito di celebrazioni, il mese scorso è stato commemorato il 45esimo anniversario dell’assassinio di suo padre, il presidente della Democrazia cristiana. Quale sarebbe oggi, a suo avviso, l’idea di Aldo Moro su cittadinanza, confini e migrazioni?

“Non parlo di solito di questo argomento e non lo farò neppure adesso. Posso solo dire che noto una tendenza soprattutto nel campo dell’educazione della scuola come nelle università a far prevalere su questo aspetto della nostra storia una didattica delle emozioni invece che di una didattica della conoscenza. Per carità, le emozioni sono importanti nell’educazione. Ma senza conoscenza non si sa, alla fine, di che cosa ci si dovrebbe emozionare. Quindi il mio richiamo è soprattutto alla conoscenza, alla lettura, allo studio: strumenti che aiutano a trovare, se non delle risposte compiute, almeno delle indicazioni preziose alle questioni a cui lei faceva riferimento”.

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