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Guerra, Europa ed eolico offshore: “la catastrofe delle parole” nell’intervista a Nichi Vendola

Presidente della Regione dal 2005 al 2015 e membro del direttivo nazionale di Sinistra Italiana, sarà sul palco del Teatro Koreja in serata con un suo lavoro in versi. “Se avessimo riconsegnato la Puglia a Fitto non me lo sarei mai perdonato”

LECCE – Bisogna fare i conti con la complessità. E in questo la poesia può funzionare come ottimo districante. La politica per certi “versi”. In versi, appunto. 

Sono quelli che ha utilizzato Nichi Vendola - membro del direttivo nazionale di Sinistra Italiana e presidente della Regione Puglia dal 2005 al 2015 - nel suo lavoro intitolato “Quanto resta della notte. Parole, versi e suoni in cerca di un giorno nuovo” che, in serata, approderà sul palco del Teatro Koreja di Lecce. Giornalista e tra i fondatori di Rifondazione Comunista, partito che lo ha visto anche come proprio rappresentante alla Camera dal 1992 al 2006, porterà in scena un monologo.

Un caleidoscopio di tematiche che spazieranno dallo spettro dei sovranismi passando per la scomodità di Pasolini, peraltro oggetto della tesi di laurea del giornalista e politico di Terlizzi. E, ancora, negli otto capitoli in scena anche la rarefazione dei rapporti, l’epoca pandemica, la sospensione dei diritti, la guerra in Bosnia. Il fenomeno del femminicidio e la cesura storica dopo la morte di Carlo Giuliani.

Ma, soprattutto, la desertificazione politica. Umana. Ne abbiamo parlato con Nichi Vendola in una breve intervista.

Onorevole Vendola, da subito sold out al Teatro Koreja di Lecce. In centinaia desiderosi di ascoltare “Quanto resta della notte”, la sua raccolta in otto capitoli poetici sul palco questa sera in musica. Sintomo del fatto che la gente ha ancora fame di gentilezza. E di politica. E di politica della gentilezza. Ma quanto ci resta ancora di questa “notte “storica, di questo buio sociale?

“Penso che la notte sarà ancora lunga e gelida. Non si tratta solo del buio che inghiotte i diritti sociali e civili in tanta parte del mondo, si tratta dell’assuefazione al male e alla disumanità: è quella che io chiamo la catastrofe delle parole”.

La sua è una storia politica caratterizzata da un invito a scegliere “l’alfabeto della nonviolenza”, come ha ribadito di recente. È nota del resto la sua vicinanza alla figura di Don Tonino Bello e al movimento Pax Christi, più in generale all’antimilitarismo urlato a gran voce anche durante il conflitto di Sarajevo. “Da sempre la propaganda bellicista irride a chi sceglie di non indossare l’elmetto, a chi obietta e pone domande”, ha scritto giorni addietro. Come si armonizza, e soprattutto come si umanizza, la polarizzazione delle posizioni circa il conflitto Russia-Ucraina?

“Oggi è urgente fermare l’aggressione russa al popolo ucraino: per questo sarebbe servito un ruolo forte e autonomo dell’Europa e servirebbe che le grandi potenze mettessero tutto il proprio peso politico ed economico sul tavolo del negoziato per spingere al compromesso e alla pace. Purtroppo viviamo in una perversa spirale di corsa al riarmo e la pace è povera cosa: non una politica, non una cultura, ma solo una parola spolpata di senso e di sogni”.

 In Europa è in corso anche un’altra partita in queste ore: quella delle presidenziali in Francia. Tra Emmanuele Macron e Marine Le Pen, ad arroventare il termometro politico sembra essere però Jean-Luc Mélenchon, a capo de La France Insoumise, il più folto movimento di sinistra d’Oltralpe. Come può essere letto questo impulso sociale?

“Rispondo con semplicità: Macron è l’establishment, una ideologia centrista, uno schema classico di politiche liberiste. Contro di lui c’è la Le Pen, con il look e il vocabolario ritoccati e ingentiliti, ma pur sempre espressione di una destra razzista e nazionalista. Fuori da questo ring c’è lo straordinario risultato di Mélenchon e la grande mobilitazione giovanile e operaia di cui è stato protagonista. Se Macron vuole vincere dovrà inviare un messaggio, un messaggio di giustizia sociale, agli elettori di sinistra”.

Passiamo ora alla Puglia. Nel settembre del 2020, poco prima delle elezioni regionali, storico il suo endorsement al Teatro Petruzzelli di Bari in favore della candidatura alla presidenza di Michele Emiliano. In quell’occasione attaccò duramente la figura di Raffaele Fitto, definendolo “vicerè” e ritenendo discutibile la gestione del potere a destra.  A poche ore dai presunti casi di “parentopoli” in Arpal Puglia balzati agli onori delle cronache locali, lo rifarebbe?

“Se avessimo riconsegnato la Puglia a Fitto non me lo sarei mai perdonato. Per questo, pur avendo pessimi rapporti con Emiliano, sono sceso in campo per il centrosinistra. Ovviamente mi sento libero di dissentire da molte delle scelte del mio successore”.

Infine, qual è secondo lei la strada percorribile della riconversione ecologica in Puglia? Quale la sua posizione sull’eolico offshore? Sono numerose le manifestazioni di interesse da parte di aziende del settore presentate al ministero: non si delinea il rischio di una nuova colonizzazione da parte dei colossi industriali?

Io credo che la transizione ecologica sia una formula retorica che copre una sostanziale continuità nel modello di sviluppo, che è energivoro e inquinante.  E non ho francamente capito quali saranno gli indirizzi futuri di politica energetica: si vuole conservare il carbone, raddoppiare i gasdotti, fare l’eolico in mare, tutto insieme? Fonti alternative e combustibili fossili si cumulano? E che scelte concrete si faranno sull’idrogeno?  Spero che di energia si parli di più e meglio, perché non si tratta di un argomento tecnico, ma di un argomento legato strettamente alla democrazia e alla pace”.

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