"No alla militarizzazione del territorio. I parlamentari dicano con chi stanno"

Al presidio di San Foca tutto scorre liscio: i lavori per l'espianto degli ulivi sono fermi. L'equilibrio è però precario perché da Roma è attesa una decisione. Intervista al sindaco di Melendugno

Marco Potì, sindaco di Melendugno.

SANO FOCA (Melendugno) – La terza giornata al presidio No Tap scorre serenamente: il tempo è splendido e i volti dei presenti, poche decine, sono molto più rilassati di quanto fossero ieri. I mezzi di Tap oggi sono rimasti in deposito, dopo il tentativo di ieri fermato dalla protesta è stata sancita una sorta di tregua, con la garanzia della prefettura, fino a quanto il ministero, e dunque il governo, non si esprimerà con chiarezza.

La questione è formalmente tecnica, ma come tutte le cose di questo paese è soprattutto sostanzialmente politica: la Regione Puglia ritiene di essere stata espropriata del suo ruolo di ente vigilante sulla verifica dell’ottemperanza delle prescrizioni relative alla fase di espianto e trasferimento degli ulivi, operazione necessaria per realizzare la strada di accesso a quello che dovrebbe essere il primo grande cantiere, quello per la realizzazione del pozzo di spinta del tunnel.

Nel consiglio regionale tenuto ieri sono stati approvati due documenti, uno del gruppo M5S e l’altro dell’esponente Mdp Ernesto Abaterusso: il primo impegna l’avvocatura a valutare l’impugnabilità della nota del dicastero dell’Ambiente che in poche parole ritiene legittimo e coerente con l’iter procedurale l’avvio dell’espianto; il secondo esorta il governo regionale a chiedere a quello nazionale un “atto di responsabilità nei confronti della Puglia e dei suoi beni naturali”.

Nelle stesse ore, o quasi, forze dell’ordine in assetto antisommossa e manifestanti erano le une di fronte agli altri. Le prime per cercare di garantire l’accesso dei mezzi all’area di cantiere, i secondi per impedirlo. Come detto, ha prevalso il buon senso e non ci sono stati disordini, se non qualche scaramuccia. Si comprende però che l’equilibrio è precario e che il filo sottile della tregua potrebbe essere spezzato da una decisione politica: forzare la mano e concludere l’espianto dei 178 ulivi sani rimasti oppure rinviare all’autunno. Si vive dunque sul chi va là e come ogni giorno il sindaco di Melendugno, Marco Potì, è presente il più possibile al presidio.

Cantiere pronto a ripartire versus protesta. Nei due giorni precedenti la situazione è rimasta, salvo qualche piccolo episodio, nella normalità ma immagino che questo non sia un momento facile per lei.

Chiaramente l’ultima cosa che vorrei è la militarizzazione del mio territorio, peraltro in prossimità della stagione turistica, ma l’immagine che rilanciamo al resto d’Italia è questa adesso. E' da evitare che ci siano danni alle persone e alle cose ma d’altra parte non si può impedire ai cittadini, alla società civile che è qui, di protestare e far sentire il proprio dissenso rispetto a questa operazione degli ulivi che è solo la punta dell’iceberg di ben altre criticità relative alla fase successiva, quella del micro tunnel.

La vostra opposizione è sempre stata sui documenti e forse proprio per questo ha procurato diversi grattacapi al colosso Tap. Ma ora la protesta sta cambiando forma, si sta allargando, non teme delle infiltrazioni dell’ultima ora?

Certo, lo abbiamo detto anche ieri al prefetto e al questore, eravamo dieci sindaci in rappresentanza di molti altri che stanno aderendo: proprio per evitare derive violente, che noi assolutamente non vogliamo, abbiamo sollecitato una scelta di buon senso a Tap, quella di sospendere i lavori fino a che tutto il quadro non sarà più chiaro. Un appello al buon senso, di questo si tratta.

Ci si trova in una fase critica:  l’espianto è possibile per legge tra il 30 aprile e il 1 novembre, ma i cantieri dovrebbero essere comunque fermi in estate. Come si spiega allora questa determinazione nel trasferire gli alberi?

Ho provato a darmi motivazioni, ma non le trovo: secondo quanto dichiarato da Tap bastano due giorni di lavoro per espiantare gli ulivi rimasti dopo il primo intervento che ha interessato 33 alberi. Dopo il 30 aprile non possono far nulla di altro perché non hanno le autorizzazioni per scavare il pozzo di spinta e realizzare il tunnel, In ogni caso da maggio a settembre devono fermarsi, come previsto dalla valutazione di impatto ambientale e quindi oggi potrebbero soprassedere e rimandare le operazioni eventualmente a novembre. Perché intanto devono portare a casa il via libera sul tunnel, che è lo scoglio più grosso.

Dopo cinque anni di opposizione, non si è sentito un poco lasciato solo dal mondo politico ma anche dall’opinione pubblica, perché tutti sembrano aver scoperto l’altro ieri questo problema?

Diciamo che il coinvolgimento della società civile e della politica è a fasi alterne, come una curva che hai dei picchi e delle flessioni, perché gli eventi di questa portata hanno di solito questa scansione. Forse ci vogliono dei fatti rilevanti per arrivare all’attenzione dei media, per smuovere il mondo politico. Da cinque anni sento dichiarazioni di principio, anche diversificate – no al gasdotto, sì al gasdotto da un’altra parte -, che ultimamente però mi sembrano sopite. Intanto noi continuiamo la battaglia forti dell’appoggio dei sindaci, che vuol dire delle comunità locali, e della Regione Puglia che in questo momento è al nostro fianco. Chiedo ai parlamentari di questo territorio di far sentire la loro opinione: gli elettori vogliono sapere come la pensano rispetto a questa infrastruttura e a questo tipo di progetto.

Lei si appella al rispetto della legalità perché convinto che l’iter sia forzato e illegittimo. Ma se dovessero arrivare tutti i via libera e i chiarimenti del caso, il sindaco di Melendugno cosa farà?

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Io sarò sindaco molto probabilmente fino a giugno, poi saranno i cittadini a decidere se confermarmi o meno. La mia impostazione è quella di continuare a contrastare con le carte, nel solco della legalità, e vi assicuro che ci sono molti argomenti da utilizzare e per questo io ripetevo a Tap che questo territorio è incompatibile: se non c’è la condivisione delle popolazioni locali, sbatteranno sempre contro il muro della legalità e dell’impossibilità nei fatti di costruire una tale infrastruttura in questo posto.

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