Contro l'egemonia di Bari, il Pd insiste sul Grande Salento

Gli esponenti locali del partito rilanciano, insieme al senatore Giovanni Pellegrino, l'idea di una macroprovincia per dare maggior peso al territorio. "La legge impone un riordino territoriale, ma nella regione regna il caos"

Un momento dell'incontro

LECCE - La Provincia di Lecce è salva dal riordino degli enti locali imposto dal decreto legge di revisione della spesa pubblica, cosiddetto “spending review”. In virtù dei due requisiti, raggiunti, di ampiezza territoriale e demografica potrebbe mantenere la propria autonomia: un sospiro di sollievo, dunque? Non necessariamente, secondo il Partito democratico che oggi ha chiamato a raccolta i suoi per affrontare il tema che infiamma il dibattito pubblico, capovolgendo i termini della questione.

Tanto per cominciare, avvisano il segretario provinciale Salvatore Capone e Luigino Sergio, responsabile dell’area Riforma istituzionali, il mantenimento del capoluogo, anche nell’ipotesi di accorpamento di Brindisi, Lecce e Taranto, sarebbe un falso problema. Davanti si apre, infatti, un’opportunità di ridisegnare la mappa delle autonomie locali che dovrebbe essere affrontata con “maggiore lungimiranza politica”.

Peccato, però, che nell’intera regione -a loro  dire -regni il caos. Il trasferimento dei poteri dagli enti provinciali ai comuni, o unione di comuni, non può essere lasciato all’improvvisazione. Ed in Puglia manca “una cabina di regia”. Sul banco degli imputati, i referenti del Pd fanno salire la giunta regionale. L’accusa? Non aver stabilito dei criteri, norme e linee guida di riferimento per i primi cittadini, lasciati letteralmente “allo sbaraglio”. Non esiste una proposta, neppure condivisa e la confusione nascerebbe dalla incapacità della Regione di incentivare l’associazionismo tra gli enti locali: “La Puglia è l’unica regione a non aver promosso una legge sull’unione dei Comuni, siamo in ritardo di venti anni”.

Del resto, anche se saltasse l’accordo sulla costituzione di una macroprovincia, a causa del “demagogico braccio di ferro sul mantenimento del capoluogo”, la provincia di Lecce sarebbe ugualmente penalizzata. La vera emergenza rimane, secondo loro, la dislocazione sul territorio degli uffici strategici: quelli più vicini alle esigenze dell’utente finale.

“Da mesi ripetiamo che la provincia di Lecce non è salva perché la trasformazione in legge della normativa spiega, chiaramente, che tutti gli enti saranno oggetto di riordino, superando la prima versione che parlava solo di soppressione e cancellazione”, precisa Luigino Sergio.

Il vero asso nella manica sarebbe la messa in pratica “di quella brillante idea del Grande Salento”. Il dibattito era iniziato dieci anni addietro, sotto la giunta guidata da Giovanni Pellegrino: le contingenze, secondo lo stesso ex presidente, “lo rendono più attuale ed urgente che mai”.

Nel corso del tempo, la polemica avrebbe assuntoo le vere ragioni dell’intesa istituzionale raggiunta, all’epoca, dai tre presidenti salentini: “Contrastare l’egemonia del capoluogo barese, sui cui si concentrava l’afflusso di risorse, per superare una patologia tipica della Puglia. Il baricentrismo”. Giovanni Pellegrino utilizza espressioni non tanto distanti da quelle raccolte, poi, dal movimento Regione Salento: “Se le tre provincie fossero andate al confronto con la Regione in ordine sparso, non sarebbero state in grado di pesare qualcosa”. Ecco l’idea, quindi, del Grande Salento che funga da contrappeso alla nuova città metropolitana di Bari: “Una massa critica capace di attrarre risorse e mettere a frutto le vocazioni del territorio”.

La linea di confine tra il disegno di Pellegrino e soci, ed il progetto portato avanti da Paolo Pagliaro è nelle dimensioni di un territorio “troppo piccolo per avere un potere legislativo e troppo grande per non avere un maggior peso amministrativo”, aggiunge l’ex presidente. Comunque la si guardi, secondo il Pd di Lecce, il conto da pagare per una provincia autonoma sarebbe salato: isolamento e minori possibilità di crescita.

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