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Il faro di San Cataldo

Il faro di San Cataldo

Piano comunale coste, Lecce città pubblica “Ecco gli aspetti scomodi per gli imprenditori"

Il consigliere di minoranza Carlo Salvemini ha illustrato, assieme all'architetto Rita Miglietta, i punti critici di un piano che, a loro dire, sarebbe monco. "Tutti i lidi in muratura dovranno essere sositutiti"

LECCE – Quella del 2016 sarà l’ultima stagione estiva dell’attuale amministrazione, prima della tornata elettorale dell'anno venturo. Zoom puntato, per coglierne opacità e chiaroscuri, sul Piano comunale delle coste non ancora operativo. A utilizzare quella lente di ingrandimento è il consigliere di minoranza a Palazzo Carafa, Carlo Salvemini, assieme a un’altra componente del movimento Lecce Città pubblica, Rita Miglietta. Più anomalie, quelle evidenziate durante una conferenza stampa in municipio, che altro. Indice puntato, tanto per cominciare, contro le 30 nuove concessioni stabilite da Palazzo Carafa per le attività turistico-balneari sul litorale del capoluogo salentino. Trenta che vanno a sommarsi alle 28 già esistenti e nelle quali non sono conteggiate tutte quelle licenze assegnate ai commercianti: quelle citate da Lecce città pubblica si riferiscono solo ed esclusivamente ad attività come stabilimenti e bar. IMG_1222-4

Il punto è un altro: il Piano per le coste pubblicato con una delibera dal Comune lo scorso 13 giugno sarebbe un piano monco. Forse partorito soltanto per assolvere ai dettami burocratici, ma senza affrontare questioni scottanti, e comode, per la cittadinanza del capoluogo salentino. Mancano infatti all’appello, fanno sapere dal movimento, le procedure Vas e Vinca, rispettivamente la Valutazione ambientale strategica e la Valutazione di incidenza ambientale: documenti indispensabili e propedeutici per l’adozione del piano.

Quest’ultimo, intanto, dovrà attenersi alla Legge regionale in tema, e mappare tutti quegli edifici in muratura sulla porzione leccese del litorale adriatico che dovranno essere obbligatoriamente convertiti in strutture amovibili e, in molti casi, spostati dai luoghi attuali. Sono state edificati tra gli anni Cinquanta, Sessanta, ma anche più recentemente, in zone che, nel frattempo, sono anche diventate aree sottoposte a vincolo. Tra questi, si pensi a quegli stabilimenti collocati al lato del faro di San Cataldo, in direzione nord, tra i quali vi è anche quello del presidente di Federbalneari, Mauro Della Valle, titolare del lido “Soleluna”. Solo uno dei numerosi stabilimenti storici che costellano la litoranea, realizzati da altri imprenditori locali e non.

Un aspetto scomodo, hanno sottolineato il consigliere e la referente di Lecce città pubblica alle questioni urbanistiche, che sarebbe stato volutamente sottaciuto, nel senso di non sufficientemente divulgato, per non creare malcontenti tra gli imprenditori. Certo, fino all’adozione di quel provvedimento (dopo il quale gli esercenti avranno 60 giorni per adeguarsi) ne passerà di tempo. Ma proprio per questo i due esponenti chiedono incontri chiari con i cittadini e con gli operatori delle marine del capoluogo salentino. Tutti i punti del Piano coste, così come prescritto dalla legge, sono consultabili sulla pagina online dell’Ufficio ambiente dell’ente, ma per i portavoce di Lcp non è sufficiente come strumento divulgativo. Un piano poco “emotivo”. Calcoli infinitesimali e freddi eseguiti per mettersi a norma e al passo con legge, ma senza tutelare i cittadini. La fetta di spiaggia libera, infatti, aumenta di appena 200 metri. Nulla rispetto alle dcine di chilomteri di litorale. La legge stabilisce che il totale di area non concessa a privati sia del 60 per cento. Bene, il Comune di Lecce si sarebbe attenuto a quelle cifre. Aggiungendo quei 200 metri per raggiungere in extremis la percentuale imposta dalla normativa. Senza “eccedere”, dunque, né “regalare” porzioni ulteriori agli amanti del mare “non attrezzato”. Eppure, hanno ricordato Salvemini e Miglietta, due anni addietro un questionario aveva fatto emergere ben altro: domande poste a campione dall’Università del Salento, infatti, stimavano che circa l’85 per cento della popolazione leccese ha chiesto più spiaggia libera.13600193_1022853817768747_524648986205055185_n-2

Sempre in tema, un altro oscuro aspetto del documento pubblicato il 13 giugno scorso, sarebbe quello relativo alla dividente demaniale. Una linea immaginaria, ormai “traslata” rispetto a quella originaria dal fenomeno dell’erosione costiera, che andrebbe rivista. Sono due, infatti, i chilometri di spiaggia al momento privi di demanio, perché fagocitati dall’acqua. Se si ridisegnassero, “indietreggiando”,  le cartine (come  visibile in foto, in cui la linea rossa rappresenta l’estremità  che delimitava in precedenza l’area demaniale), si potrebbe guadagnare quella porzione di altra spiaggia libera. Al momento inesistente.

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