Giovedì, 17 Giugno 2021
Politica

Sul suicidio della destra il vento del cambiamento soffia trasversale

Analisi del voto: con Salvemini vince un'integrità che non fa rima con integralismo. Delli Noci strappa gli elettori non più rappresentati da Perrone e soci. Giliberti abbandonato, ma cade a testa alta

Un altro Salvemini, vent’anni dopo. L’aspetto romantico seduce, ce n’è anche per gli amanti delle statistiche, soprattutto erano tempi immemori che una tornata elettorale, a Lecce, non presentava così tanti spunti.

E’ stata una campagna avvincente per la sua anomalia, in una città che sembrava addormentata sul materasso di uno status quo votato all’eternità, ma solo in apparenza. Perché in realtà, per la prima volta dopo decenni, fin dalle prime battute le spire di fumo dell’incertezza hanno iniziato a volteggiare per aria; poi, con lo scorrere dei giorni, si sono addensate sempre più attorno a un centrodestra che ha nascosto a fatica e con imbarazzo la percezione di uno scivolone imminente, figlio di molti fattori. In primis, della propria supponenza, l’idea del tutto fuorviante che quello status quo sarebbe stato davvero inscalfibile.

Va detto subito. Lecce rimane una città di destra, l’anima è radicata. Basta fare due semplici calcoli matematici. Ma il malcontento serpeggiante negli ambienti che vivono con passione sincera un’ideologia, un pensiero, una tendenza, che sono lontani dal clientelismo e pensano piuttosto a giudicare i fatti, stavano ormai soffrendo sulla pelle un forte prurito di fronte a esponenti di palazzo non più rappresentativi di istanze e speranze. E non certo da un mese in qua.

In questa semicecità di fondo s’è insinuata prima di tutto quella spina chiamata Carlo Salvemini, a detta di tutti “il miglior candidato possibile” in un centrosinistra leccese afflitto da una depressione perenne e che non guarisce certo con quest’elezione. La sinistra leccese, però, ha fatto quadrato, dopo fallimenti seriali, attorno a un personaggio che ha dalla sua pregi ben visti anche da una parte dell’elettorato avversario: un’autonomia di pensiero rispetto alle logiche dei partiti, capacità dialettica e maturità politica oggi conclamata dopo una vita da mediano.

Non solo. Per paradosso, sebbene in tutto ciò sia ancora vergine di apparati amministrativi, è sensazione comune che Salvemini conosca a menadito i gangli della macchina che andrà a governare. Una conoscenza che deriva da lotte serrate, e sempre in prima persona, a sprechi, malcostume e affarismo che non a caso hanno portato a volte anche verso indagini giudiziarie.

Salvemini fino a oggi è stato un politico inattaccabile per la sua integrità e temuto per la sua incisività. Sul piano etico pochi possono vantare un simile profilo. Questo ha alzato l’asticella della simpatia in un mondo di sinistra spento e frazionato, al di là di affermazioni tanto sguaiate da apparire involontariamente comiche, come quelle di Michele Emiliano secondo cui al primo turno si era registrato il peggior risultato di sempre per il centrosinistra a Lecce; dati visibili a tutti dicono semmai l’opposto.

Per vincere, però – e Salvemini non aveva alcuna intenzione di tirare i remi in barca proprio sul più bello -, aveva necessità di coalizzarsi. Nessuno è mai stato talmente folle a sinistra da ripetere gli errori del passato, credere di poter combattere in solitaria con quello che resta, comunque, un gigante, anche se oggi vacillante. Né si può rimanere sempre estranei al calcolo politico se serve a raggiungere l’obiettivo. Integrità non fa rima con integralismo. E più di qualcuno ha sempre avuto la sensazione che l’apparentamento con Alessandro Delli Noci fosse già previsto da tempo. Si stava aspettando di capire, soprattutto, quale impatto reale avrebbe avuto la sua candidatura.

L’impatto è stato forte, e per quanto già espresso. A destra, la colonnina di mercurio nel termometro è salita da molto tempo a livelli di febbre alta, gli scandali del passato si sono sovrapposti ai nuovi e l’elettore che per coerenza non avrebbe comunque mai dato il suo voto a sinistra, ha avuto in Delli Noci, l’uomo dello strappo calcolato, il suo naturale sfogo.

Delli Noci è giovane e ambizioso, ha già esperienza amministrativa alle spalle, ha sicuramente un suo zoccolo duro di elettori, ma è chiaro che al di fuori del contesto storico attuale in città, non avrebbe mai toccato il 17 per cento. Una fetta consistente di una destra disillusa è quindi confluita verso di lui e solo dopo, quando le carte sono state scoperte, ha scelto di votare Salvemini, ben sapendo che Delli Noci sarebbe stato comunque un proprio rappresentate autorevole in una città dove oggi spira il soffio trasversale del vento del cambiamento.

E il centrodestra “consolidato”? Suicida. Incapace di celare le lesioni nel muro, ha sperato di vincere per estrazione divina. “Mi dispiace. Ma io so’ io e voi non siete un cazzo”. E’ la celebre battuta di Alberto Sordi nelle vesti del Marchese del Grillo. Mancano giusto queste parole in calce alle due lettere di Paolo ai leccesi, la prima con oggetto Delli Noci, la seconda Salvemini.

Preparato (perché lo è), colto (perché lo è), arguto (perché lo è) e sempre lucido anche nei momenti di massima tensione (lo è stato fin quasi all’ultimo, e la difesa in prima persona di Attilio Monosi n’è chiara dimostrazione) sembra quasi impossibile attribuirne proprio a Perrone la paternità.  

Trasudano livore e autoreferenzialità,  tradiscono paura e nervosismo per una resa sentita come ormai imminente, emanando effluvi negativi. Soprattutto mancano di qualsiasi citazione del proprio candidato, Mauro Giliberti. L’invito è a una rilettura, oggi, a mente fredda. Giliberti, in quei post lanciati proprio a ridosso del ballottaggio, scompare, non esiste, non è nemmeno sullo sfondo. Semplicemente, non c’è. Un errore monumentale per chi fa politica da tanto tempo, perché si riverbera una luce distorta su di lui, lo si sfiducia prima ancora delle urne. Il messaggio subliminale che trapela in quegli attimi: non ci credono più, per primi, i suoi compagni di viaggio.

La verità: Mauro Giliberti è stato trascinato in un’avventura più grande di lui. E, mancato l’unico, vero obiettivo, il salto al primo turno, è stato progressivamente abbandonato al suo destino quando andava, piuttosto, sostenuto con forza contagiosa, virale, fino all’ultimo istante.

Da intendere. Il centrodestra non ha sbagliato a cercare il suo candidato nella vita civile, intuendo comunque un distacco di parte dell’elettorato e dovendo riannodare i fili in fretta e in furia. Ma Giliberti ha pagato lo scotto dell’inesperienza in politica. Parlarne e scriverne da giornalista, con l’autorevolezza e la sagacia che l’hanno reso popolare e benvoluto, è comunque diverso dalla discesa in campo per saggiarne di persona i meccanismi contorti e le logiche spietate. Il suo entusiasmo è stato sincero, la carica e l’energia spese quelle giuste, ma la campagna forse anche fossilizzata su temi che si sono rivelati un boomerang.

Stressare troppo l’argomento di marine da rilanciare, non ha fatto altro che sottolineare, in maniera tanto indiretta quanto curiosamente invasiva, i fallimenti proprio sul fronte del litorale in vent’anni di governo del centrodestra. Fin, cioè, dal primo mandato Poli Bortone. Puntare con troppa foga sui benefit per le famiglie disagiate, ha poi avuto il sapore del populismo vecchio stampo, in una città ormai diffidente, che ha iniziato da tempo a guardare con sospetto all’eccessiva benevolenza e che ha molti altri temi non meno impellenti da affrontare e dai quali passa il bene collettivo, fra cui sporcizia, evasione fiscale, sperpero di denari pubblici, traffico e molto altro ancora.

A Giliberti non si può comunque rimproverare l’assenza di audacia: è stata prima di tutto una sfida con se stesso, le proprie ambizioni, i propri sogni, giocata a viso aperto. E chi nella vita si mette in gioco, ha già vinto metà della sua battaglia. A priori. Lui l’ha fatto fino in fondo, anche quando intorno tutti erano ormai fuggiti a gambe levate lasciandolo da solo come un eroico gladiatore che dimostra di non temere il rivale più esperto e si espone alla sua spada sul collo senza abbassare lo sguardo.

Tant’è. Se Lecce oggi sia “libera”, come cantavano ieri sera in piazza i sostenitori di Salvemini, è comunque ancora tutto da vedere. La partita amministrativa sta per iniziare, il tipo di coalizione è una novità assoluta piena di incognite e, come sempre accade in politica, il giudizio arriverà a medio-lungo termine. Si esaurirà prima o poi l’entusiasmo che mette le ali ai piedi. Dopo verrà il difficile.          

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