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Salvemini apre il comitato: "Centrodestra diviso e ostaggio della sua vanità"

Determinato a riprendersi la fascia di sindaco, ha spiegato che la forza è nell'unione e nello spirito di servizio per Lecce

LECCE - “Il centrodestra non decide più il destino della città, con noi cittadini e attivisti per completare il lavoro dei 18 mesi”. Carlo Salvemini, lasciatosi dietro l’incubo dell’anatra zoppa che ha tenuto in ostaggio la sua amministrazione, sembra oggi più che mai determinato a riprendersi lo scranno di Palazzo Carafa. Per riavviare un discorso lasciato incompiuto. E, davanti a una platea di centinaia di sostenitori, questa sera è stato inaugurato il suo comitato elettorale. Si trova all’angolo tra viale Japigia e via Lupiae.

Fra i primi a prendere parola è stato l’ex vicesindaco, Alessandro Delli Noci che, nelle scorsa tornata, dopo un divorzio dal centrodestra, prima è partito da solo nella corsa, poi è stato artefice di quell’apparentamento che ha consentito a Salvemini di indossare la fascia da primo cittadino, seppur con tante incognite dovute all’assenza di una maggioranza in Consiglio.

“Oggi abbiamo ricevuto una grande spinta emotiva – ha detto Deli Noci –, partecipiamo ad una campagna elettorale in cui ognuno di noi sta dando quello che può per costruire la città del futuro. La dicotomia che affronteremo e che dobbiamo spiegare è quella della distinzione non tra blocchi di potere, ma tra passato e futuro. Questa è la distinzione che io vedo e che la gente percepisce”.

“Dall’altra parte – ha proseguito, infilando il dito in una piaga evidente – un litigio continuo. Ringrazio Carlo per essere stato capace di costruire una sola grande comunità che vuole arrivare a governare la cosa pubblica come servizio. Questa è una sfida che Lecce non può permettersi di perdere”.

“Nel nostro progetto politico non mettiamo al centro noi stessi, ma gli altri, i cittadini di Lecce – ha poi detto Carlo Salvemini –. Noi non siamo una classe dirigente che ha la preoccupazione di  mostrarsi, di apparire, che passa le giornate a chiedersi cosa devo dire oggi. Noi ci chiediamo cosa posso fare per gli altri. E questa pensiamo sia una differenza enorme di approccio al governo della cosa pubblica”.

Salvemini ha poi spiegato che nella composizione delle liste e nella scelta dei 250 candidati, al momento, si è lavorato “per aggregare e non per divedere, per condividere e non per disperdersi, per unire e non per separarsi. Ad oggi oltre ai candidati abbiamo 800 persone circa che hanno mandato un messaggio al numero di telefono della nostra campagna e ogni giorno lavorano per noi in città. Una forza silenziosa che bussa alle case, prende per mano i colleghi di lavoro, porta il materiale e lo distribuisce e rappresenta la spina dorsale della nostra campagna”.

“Qualcuno che ha un po’ di memoria politica – ha aggiunto - può confermare che mai era accaduto in questa città che i leader del centrodestra, parlando ai giornalisti, rivolgessero ai propri alleati messaggi di incoraggiamento per dire, che ‘non è detto che Salvemini abbia già vinto’. È la prima volta che in questa città la vecchia classe dirigente si mostra consapevole di non essere più il decisore esclusivo dei destini della città. E quindi ricorre a strategie consumate, come quella di esibire muscolarmente l’annuncio di una moltitudine di liste. Però poi ci sono altri indicatori che invece trasferiscono l’idea di una comunità lacerata, divisa, rancorosa, di una comunità prigioniera della propria storia, chiusa dentro il proprio passato. Ostaggio delle proprie vanità. In crisi per la perdita della centralità di un tempo”.

Salvemini dice ancora di aver messo uno scudo davanti a sé per non farsi tirare per i capelli nelle polemiche. Gli attacchi sono noti e continui: “Sostengono che questa città in 18 mesi è sprofondata nel buio e nelle tenebre. Il messaggio politico che rivolgono a 100mila concittadini, 70mila elettori, che chiedono risposte, lo condensano nell’espressione ‘bisogna togliere questa città alla sinistra’. Capite bene che c’è qualcosa che è molto più appassionante per noi che preoccuparsi di contenuti di questo genere”.

Salvemini ha poi riassunto il periodo del suo governo, volato letteralmente via in un arco temporale breve. “Quando siamo andati al governo siamo stati percepiti come occupanti abusivi di Palazzo Carafa, perché ci vogliono più di 18 mesi per ribadire principi elementari di trasparenza, separazione di funzioni tra indirizzo e gestione. Ci vuole un orizzonte più lungo ed è questo ci ha spinti ad affrontare questa nuova esperienza. Non potevamo lasciare le cose a metà".

"Non volevamo che questo nostro impegno potesse essere così, brutalmente interrotto per 360 voti, quelli che mancarono nel 2017 per garantirci il premio di maggioranza”. E allora, la sfida è mai come questa volta all’ultimo voto. “Lo faremo stando per strada, dove la gente ci incoraggia, ci vede, ci trasmette grande fiducia.  Noi da qui al 27 continueremo a dire che i nostri avversari non sono le persone ma i problemi di Lecce, continueremo a dire che vogliamo andare avanti insieme, perché indietro non si torna”.

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