Martedì, 15 Giugno 2021
Politica

La città si guarda allo specchio e riscopre in una volta tutti i suoi lati oscuri

La sconfitta ha portato mai come questa volta i cittadini a una presa di coscienza. E non ci vanno di mezzo solo gli amministratori per periferie abbandonate e sporcizia. Forte anche l'autocritica per una città resa spesso invivibile per comportamenti menefreghisti

LECCE – I sostenitori delle teorie del complotto v’intravedono solo ragioni politiche. In fin dei conti, dicono, tutto si riduce come sempre nell’incasso di montagne di finanziamenti. E allora, come nel teatro greco, ecco l’influente mano invisibile di un deus ex machina. Il tocco capace di sbrogliare i nodi di una fitta trama nel momento decisivo.

I disincantati, invece, argomentano e spiegano: vincono i programmi, i sassi di Matera sono solo una scenografia, pur splendida, ma dietro c’è molto di più. C’è una capacità organizzativa da 10 e lode, una città che lavora all’unisono in una sola direzione, aggiungendo all’immagine un tocco di personalità.  

Si potrebbe trascorrere un mese intero ad analizzare le ragioni di una sconfitta, ma, qualsiasi sia il punto di vista, quello che emerge e avvicina il pensiero di molti, è il quadro di una città in rotta di collisione con se stessa.

Il giorno dopo, Lecce si guarda allo specchio senza veli e si riscopre molto meno affascinante di quanto abbia sempre creduto. Come certi narcisi che per una vita non trovano mai nessuno per la via pronto a rinfacciargli i segni del tempo. Scoprono rughe e inestetismi solo il giorno in cui qualcuno, con poca galanteria ma molta concretezza, glieli fa notare a bruciapelo. E, almeno per una volta, abbassano il loro sguardo altezzoso e storcono la bocca.

La bocciatura ha sortito l’effetto di uno schiaffo violento in pieno volto, ha spezzato un incantesimo. Con la speranza, non certo segreta, che abbia riportato tutti sulla terra e fornito un insegnamento profondo, un trampolino dal quale lanciarsi verso una nuova, reale idea di città, lontano da slogan di facciata e partoriti per l’occorrenza, e più vicina alle esigenze di tutti.

Soprattutto, è stato il pretesto (forse mai come questa volta necessario) per una presa di coscienza collettiva, organica e solida, che serve anche a rimodulare il concetto di cultura, infondendole un senso più esteso, che va al di là delle eredità della storia, del rosone di Santa Croce e della facciata del Seminario di piazza Duomo e abbraccia il vivere quotidiano in una città attuale dove le pecche stanno diventando pericolosamente la regola. E non si tratta, in maniera a volte un po’ qualunquistica, solo di criticare gli amministratori della cosa pubblica. Si sta parlando di leccesi che attaccano i leccesi, quei cittadini che con il loro menefreghismo concorrono a rendere la Firenze del Sud un luogo dalle potenzialità inespresse.  

Vediamo di capirci. Fiumi di commenti, nei bar, sui social, su questo stesso spazio offerto da LeccePrima. Fiumi di commenti e di critiche, a volte dure, pesanti, ma che vanno lette, una ad una, virgola dopo virgola, per capire qual è la vera idea che Lecce ha di sé, ma di cui non parla quasi mai apertamente, un po’ per pudore, un po’ per superbia. E sarebbe fin troppo facile tacciare tutte queste considerazioni di disfattismo, sentimento di cui pure il leccese è maestro indiscusso.

Forse, questa volta, più che disfattismo, è vera e propria autocritica, esplosa con rara virulenza un attimo dopo la decisione dei commissari. Una rabbia compressa, che prima o poi doveva pur sgorgare come lava da un vulcano per troppo tempo stagliatosi sul panorama, silenziosamente minaccioso.  

I leccesi, oggi, guardano alla loro città per quella che è. Sanno che dovrebbe essere uno splendore, e sanno anche che esiste un patrimonio architettonico negli ultimi decenni sicuramente rimesso a lustro. Questo va detto, anzi, sottolineato. E’ però, nello stesso tempo, una città troppo spesso sporca e che vive il senso d’abbandono in buona parte delle periferie nonostante le sue dimensioni ridotte, che si sente sconfitta da un traffico caotico e sregolato, che di notte soffre per una “movida” che è, sì, risorsa economica fondamentale, ma per metà anche incontrollabile e chiassosa.

Una città con una microcriminalità in ascesa che mina ogni giorno i frutti del lavoro, un commercio abusivo capillare e che si svolge sotto la luce del sole, con il contraltare di un tasso di corruzione fra i colletti bianchi che, almeno nel recente passato, ha superato ogni eccesso. Una città che ha eletto ad emblema dello spreco l’operazione filobus, finita per diventare un mastodontico vaso di Pandora.

La fervente attività culturale di cui pure Lecce si nutre sempre più, va di pari passo con disservizi pubblici percepiti come endemici ed inestirpabili una volta oltrepassata la linea di confine della circonvallazione. Ma la città non finisce dopo le “quattru porte”. Un bel salotto serve a poco se poi il giardino è pieno di erbacce.

Le mani sapienti degli scalpellini del passato hanno ridisegnato la lineare struttura normanna trasmettendo a chiese e palazzi l’esplosiva festa del barocco. Questo retaggio fondamentale, che è il tratto distintivo di Lecce nel mondo, non può però essere il passo conclusivo. Fatte le debite eccezioni, come ad esempio, gli oggettivi progressi del sistema universitario o qualche sporadica iniziativa di privati, per il resto è da troppo tempo che Lecce si regge sui fasti del passato, senza mai guardare veramente a un futuro luminoso.

Semmai, dunque, questa finale persa ai play-off (curiosamente proprio come nel calcio) deve essere la fonte d’ispirazione per nuovi traguardi, il punto di partenza su cui fondare una città nuova, moderna, ordinata, civile.

Questa sconfitta nella corsa finale verso la nomina di Capitale della cultura per il 2019, non deve essere però un paravento dietro al quale nascondersi solo per lanciare anatemi contro gli amministratori locali, pur con tutti i loro limiti e le colpe che gli si vorranno attribuire per cecità e lentezza nella gestione del lavoro ordinario e delle emergenze.

Piuttosto, questa volta, deve spingere ogni singolo cittadino a una riflessione più profonda e introspettiva, perché se Lecce ha molti lati in ombra, buona parte delle responsabilità sono di chi pensa che sempre tutto debba demandare, o, nella peggiore (e abbastanza diffusa) delle ipotesi, non osserva poche e semplici regole di civile convivenza. Si parte dal piccolo, se si vuole ragionare in grande.  

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