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Stazione di Lecce.

Stazione di Lecce.

Propaganda vs realtà. Sviare dalle urgenze vere non è la soluzione

Il problema di stazione ferroviaria, bivacco e risse è irrisolto da decenni. Voce grossa seguendo la diatriba nazionale, ma i sindaci possono poco. E intanto dell'emorragia locale di furti e rapine non se parla

Piccolo esercizio pratico. Seguitemi. Scrivete “rapina”, “rapinatori”, “rapinatore”, “rapine” sul motore di ricerca interno di Lecceprima, soffermandovi solo sull’anno in corso. Ora iniziate a contare. Se ce la fate e non vi stancate prima. Cos’avete notato? Vi sta girando la testa? Provo a darvi una mano: una sterminata sequenza di episodi, quasi senza soluzione di continuità. Da gennaio a oggi. In alcuni casi, con arresti. In alcuni. I più, in fase d’indagine.

Ora, provate a scrivere “stazione Lecce rissa”, o “stazione rissa”, o qualunque termine o locuzione possa richiamare le problematiche dell’area in questione, come “stazione prostituzione”, o “stazione accoltellamento”. Insomma, sbizzarritevi. Bene. Avete fatto come suggerito? Cosa? Nel giro di poche pagine siete già arrivati all’inizio dell’anno?

Qualcuno starà già obiettando: sì, ma la stazione di Lecce è un’area precisa. Un quadrante di un quartiere. Una porzione limitata, anche se con una concentrazione di caos da porta degli inferi. Ma anche estendendo la ricerca sui fatti gravi di tutto il quartiere (il Rudiae-Ferrovia), non si può certo fare un raffronto con la casistica delle rapine avvenute in una provincia intera.

Giusto. Sacrosanto. Le cifre sarebbero falsate. Il confronto, iniquo.

Restringiamo ancora le ricerche

Allora, restringiamo le ricerche. Scriviamo, semplicemente, “rapina Lecce” e andiamo a ritroso fino all’inizio dell’anno. Il sistema troverà tutti i casi nel capoluogo e nei dintorni, comprendendo quindi, spesso, comuni vicini anche del comprensorio del nord Salento. Sono sempre troppi, dite, se rapportati ai casi di un’area di un quartiere?

Per carità. E’ giusta anche quest’osservazione. Bene, chiudiamo ancora di più il campo, all’inverosimile. Escludendo tutti gli articoli di contorno (interventi di sindaco, assessori, consiglieri, o comitati per l’ordine e la sicurezza), e cercando solo quelli sul fatto di cronaca nudo e crudo databili all’anno 2018. Scopriremo così che gli episodi più gravi attorno alla stazione di Lecce, raggiungono pressappoco lo stesso numero di rapine (tre) avvenute nell’identico arco temporale a Magliano. Sì, Magliano, avete letto bene. La frazione di Carmiano.

Ragioniamo. Una semplice ricerca sotto gli occhi (e le dita sulla tastiera) di tutti, senza fare sondaggi, senza stilare grafici, ci offre uno spaccato di una realtà che sembra sfuggirci allo sguardo. La sensazione è che un eccesso di propaganda annebbi il senso critico, provochi una cortina fumogena di suggestioni, distorcendo le questioni, fino al rischio di sviare dalle urgenze più pressanti. Che finiscono per rimanere sottotraccia persino di fronte all’evidenza.

Sotto assedio di ladri e rapinatori

Girano così quasi indisturbati rapinatori armati di fucili a canne mozze davanti agli asili, rapinatori che sequestrano persone in casa, rapinatori che sparano fucilate contro le vetrate se le porte del negozio non si aprono, rapinatori in formato Neanderthal armati di clave che sfasciano espositori. E nervi dei cittadini messi a dura prova nelle proprie attività commerciali e persino nell’intimità delle abitazioni. Per non dimenticare ladri d’auto e d’appartamento. I casi sono talmente tanti che, salvo episodi eclatanti, nemmeno trovano più spazio nelle cronache. Eppure, per chi subisce i cosiddetti “atti predatori”, i traumi sono dagli effetti devastanti sulle tasche e sulla percezione della propria sicurezza.

Di tutto questo se ne  discute poco o nulla, perché il dibattito, anche a livello locale, è assorbito, come riflesso diretto della diatriba nazionale, dalla vicenda di poche vie attorno alla stazione ferroviaria. Il motivo è semplice: la componente molto alta di stranieri. Che sembrano diventati il bersaglio prediletto, lo sfogatoio di ogni male, l’emanazione diretta di Satana.

Stazione, correva l'anno 2007...

Intendiamoci. Anche se troppi hanno la memoria corta, il problema dell’anarchia attorno a stazione ferroviaria e vie limitrofe è tanto reale quanto vecchio. Magari non sarà il principale banco di prova delle amministrazioni che si succedono, ma prima o poi vi si scontrano tutti. Paolo Perrone l’ha affrontato per due mandati. La prima ordinanza dell’allora sindaco risale al settembre del 2007, quando LeccePrima aveva appena sette mesi di vita. Significa che già da tempo l’aria era pesante e che si ratificava l’esistenza di un fenomeno incontrollabile.

S’istituì così una zona a traffico limitato per mettere un freno al problema della prostituzione, gestito e praticato principalmente da stranieri. Scarsi risultati, s’immagina, se tutto dovette essere irrobustito da una seconda ordinanza, del 2014, per ribadire il concetto con multe anche per i “clienti”.

Nel frattempo, ulteriori provvedimenti contro il bivacco e la vendita di alcolici. Storici quelli per via Duca degli Abruzzi, via Carlo Russi e vicinanze, dove cruente risse erano all’ordine del giorno solo fino a pochi mesi addietro. Alla fine, come si muovono le pedine in una scacchiera, i problemi si sono solo spostati da un quadrato all’altro. Senza mai arrivare allo scacco matto.

Perrone non ha colpe precise. Su certi fronti, i poteri un sindaco sono limitati. Nemmeno il presidente della Repubblica, comandante in capo delle forze armate, può spedire a suo piacimento l’esercito dove, come e quando gli pare. Esiste, dicono, una Costituzione.

Anno 2018, stessa patata bollente

La patata bollente è passata ora nelle mani di Carlo Salvemini. Il quale sta rivedendo le ordinanze e provandone di nuove. Si procede a tentoni, ieri come oggi. Già ai tempi di Perrone si convocavano i comitati per l’ordine e la sicurezza e la storia si ripete ora. Cambiano i sindaci, cambiano i questori, cambino i prefetti e cambiano i quadrati sulla scacchiera. Ma il fenomeno, forse, non si esaurirà. Si sposterà di nuovo verso un altro quadrato.

Tuttavia, non si può che tentare di arginare il problema, laddove le controversie, visto che di mezzo c’è l’immigrazione (specie quella clandestina) sono di portata più ampia. La risoluzione è demandata a politiche nazionali e internazionali fino a oggi lacunose. Inserimento ancora all’anno zero, espulsioni difficili per farraginosità delle pratiche, sacche stratificate di miseria che conducono inevitabilmente verso sponde devianti, se non proprio derive criminali.

Vedi operazioni “Var Bay” e “Green Bay” di carabinieri e polizia, che hanno stroncato lo spaccio al minuto a Gallipoli, in mano agli extracomunitari. Qualcuno, la criminalità organizzata italiana che li rifornisce e sulla loro pelle ingrassa, ha capito molto bene il concetto di “risorsa”, applicandolo alle proprie logiche diaboliche. Ma nella sostanza, chiusa una via, chiuso un locale-calamita, identificate tot persone, fatti rastrellamenti e arresti, scema per un intervallo di tempo il fenomeno, salvo ripresentarsi in tempi più o meno brevi. 

Insomma, la cura al dramma delle periferie che si creano anche nei centri (laddove il termine periferia assume una connotazione più ampia, sinonimo di distacco dalla vita sociale e produttiva) è prerogativa solo fino a un certo punto delle amministrazioni locali, persino di questori e prefetti. E chi ci ha provato fino in fondo, come il sindaco di Riace, ha finito per generare un cortocircuito istituzionale che l’ha inghiottito. E pensare che si tratta di un comune minuscolo e in linea teorica molto più gestibile.

Ma quali sono le vere emergenze?

Tuttavia, non bisogna permettere che crolli il terreno sotto i piedi a tal punto da perdere di vista la realtà. Suona così stravagante fare la voce grossa e pressare le istituzioni con toni apocalittici per chiedere (e ottenere) di dispiegare una macchina da guerra per controllare un quadrilatero di vie, quando quel dispositivo, possibilmente rimpolpato con forze fresche eternamente promesse da ogni governo, dovrebbero servire ad arginare l’emorragia di furti e rapine che sta dissanguando il Salento.

Non è amplificando un’emergenza che se ne può nascondere all’infinito un'altra, che godrebbe di una reale precedenza se qualcuno non avesse spostato il cartello di stop all’incrocio. E prima o poi dovrà essere data una risposta a un territorio ancora scoperto sotto i colpi di mannaia della criminalità.

Qui, la politica locale, molto solerte se c’è da seguire l’onda esterofoba nazionale e puntare il dito contro lo straniero, potrebbe ogni tanto darsi una scossa dall’eterno torpore del pensiero, dalla sua avarizia di idee, dalla ricerca del consenso facile. Persino quella di sinistra, sempre più impacciata e aggrovigliata su stessa, che si sta barcamenando in tempi per lei molto cupi e cercando di non perdere ulteriore terreno. Apriamo tutti gli occhi. Analizziamo i problemi più urgenti. Pretendiamo la stessa solerzia e inflessibilità.

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