Mercoledì, 28 Luglio 2021
Politica

Calpestano il tricolore, il prefetto chiede di incontrare i lavoratori

Mentre nel palazzo del Governo sindacati e rappresentanti istituzionali discutevano sulla scadenza della cassa integrazione, l'esasperazione, fuori, si tramutava in vilipendio della bandiera. Lettera aperta di Giuliana Perrotta

Un momento della protesta di venerdì in prefettura.

LECCE – Il day after del vertice in prefettura con i sindacati, i parlamentari salentini, i sindaci, le associazioni di categoria sul dramma dell’esaurimento degli ammortizzatori sociali, si raccolgono le macerie, morali, di una rabbia esplosa come mai in precedenza, almeno da queste parti. Non ci sono stati né scontri né lacrimogeni, la protesta mentre era in corso il summit non è andata oltre il blocco del traffico e qualche eccesso verbale che, poi, è peccato veniale dinanzi alla disperazione di chi teme di non aver presto il denaro sufficiente per comprare i beni di prima necessità.

Se qualcuno intravede spiragli di luce in fondo al tunnel, dovrà passare molto tempo perché questo vaticinio si trasformi in conseguenze concrete per i comuni cittadini, e fino ad allora tutti i nodi continueranno a venire al pettine con una inesorabilità disumana. Un sistema economico, politico e sociale si è retto per decenni costruendo cattedrali sulle sabbie mobili, mescolando i privilegi con i diritti: non è colpa solo dei derivati se tutto o quasi, adesso, sembra andare a rotoli. La sensazione è che, purtroppo, si è all’inizio della fase più cruenta dall’inizio della crisi, quella in cui, finito l’effetto dilatorio della cassa integrazione, ci si ritrova spalle al muro.

Metterci la faccia in giornate difficili come quella di ieri è un dovere per chi è stato democraticamente eletto, mentre per uscire dal portone “principale” – immaginando che non ci saranno mazzi di fiori – ci vuole una qualità, il coraggio, che prescinde dai pacchetti di voti di cui si dispone. L’apertura di una lunga finestra elettorale – primarie di schieramento, regionali in alcune regioni tra le più popolate d’Italia e politiche – rischia poi di scatenare quella irresponsabile corsa alle diligenza, o a quel che rimane di essa, per alimentare le promesse che servono, in fondo, a favorire l’autoconservazione della classe dirigente. Son tempi duri, insomma, da affrontare con razionalità e con quel senso comunitario di solidarietà che proprio ieri, però, è stato simbolicamente lacerato come mai si era visto prima.

E’ accaduto infatti che un gruppetto di manifestanti, dilaniati tra esasperazione e rassegnazione, abbia calpestato la bandiera italiana, probabilmente una manifestazione di disprezzo dei rappresentanti istituzionali accusati di recitare una parte prestabilita nella tragedia che avverrà, se non si provvede in tempo, nella vita di molti di quei lavoratori. Un gesto che non è passato inosservato, la cui eco ha spinto il prefetto di Lecce, Giuliana Perrrotta, a prendere carta e penna per scrivere un accorato appello che di seguito si pubblica integralmente.

Ieri all’interno della Prefettura abbiamo cercato di dare una risposta alle drammatiche problematiche dei lavoratori della Provincia. La televisione nel pomeriggio ci ha mostrato immagini che non avremmo mai voluto vedere: quella di alcuni manifestanti che, fuori dal Palazzo del Governo insieme a tanti altri a rivendicare i loro giusti diritti, hanno pensato che un modo efficace di protestare ed ottenere quanto spetta loro fosse quello di calpestare il Tricolore.

Il prefetto di Lecce Giuliana Perrotta Erano solo poche persone che scimmiottavano atteggiamenti visti in televisione in situazioni, contesti  e nazioni completamente diversi che non appartengono alla tradizione del movimento operaio italiano, che vanno condannati e contrastati con tutti i mezzi. Di fronte all’inciviltà, alla stupidità e alla inutilità del gesto, il pensiero che mi è subito venuto alla mente è la frase di Gesù sulla Croce ”…non sanno quello che fanno”.

Non sanno quanto sangue, quanti sacrifici e quante vite è costato quel Tricolore; non sanno che la bandiera è il simbolo della nostra Patria, della nostra terra bellissima, della nostra cultura e di quella dei nostri genitori, insomma fa parte di noi stessi; non sanno che calpestando la bandiera offendono tutti gli italiani che credono in quel simbolo e che non hanno alcuna colpa dei loro problemi di lavoro; non sanno che per risolvere i gravissimi problemi del lavoro non servono gesti eclatanti o violenti, ma occorre impegno, confronto, idee, competenza, onestà; non sanno che il loro gesto oltre che inutilmente incivile è anche un reato e possono incorrere nella punizione prevista dal codice penale.

Ma dietro quel gesto c’è forse l’impotenza di chi non ha gli strumenti per riflettere o che pensa di non avere altre possibilità e di essere solo. Per tutto questo ho chiesto ai rappresentanti sindacali di accompagnare quelle persone da me.

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