Dal naufragio di Bat alla scialuppa di Tap: mossa in extremis del governo

Convocato di buon'ora incontro in prefettura con vice ministro Bellanova, sindacati e comitato spontaneo dei lavoratori della ex manifattura. Sul tavolo l'ipotesi di un reclutamento per i cantieri del gasdotto

Una foto scattata nel cantiere Tap di recente.

LECCE – Ieri Bat, domani Tap? Per gli ex operai del grande polo leccese dei tabacchi, vittime di una riconversione fallimentare dopo la dismissione decisa dal colosso multinazionale, si apre un’ipotesi occupazionale nei cantieri del gasdotto, la cui realizzazione è fortemente contestata dall’amministrazione comunale di Melendugno e dal movimento che negli anni si è costituito nella convinzione che l’infrastruttura energetica sia inutile e dannosa.

Un incontro è stato convocato per le 8.30 di domani, mercoledì, presso la prefettura di Lecce alla presenza del vice ministro allo Sviluppo Economico, Teresa Bellanova: la convocazione per la “conferenza provinciale permanente” è stata recapitata anche al governatore pugliese, Michele Emiliano, agli assessori regionali allo Sviluppo Economico e al Lavoro, (Michele Mazzarano, Sebastiano Leo), al responsabile della task force sulla vertenza, Leo Caroli, ai sindacati confederali, alla Cisal e al comitato spontaneo dei lavoratori che da anni si battono senza sosta su un doppio binario: chiedere lo smascheramento di una operazione, quella della riconversione, giudicata truffaldina – è ancora sul tavolo della magistratura un esposto con decine e decine di firme - e rivendicare una ricollocazione dignitosa, venuti meno anche gli ultimi ammortizzatori sociali.

La mossa del governo uscente – per il rinnovo delle Camere si vota il 4 marzo -, che ha sempre sostenuto la strategicità del gasdotto, serve probabilmente a tentare di sbloccare due partite complicate, anche se per motivi diversi. Un primo confronto, preliminare, sulla praticabilità di questo percorso è avvenuto nelle scorse settimane a Palazzo Carafa. Il comitato dei lavoratori attende dall’amministrazione comunale e da quella regionale, che pure di fatto hanno una capacità di incidere sul processo in corso davvero marginale, una presa di posizione netta se non altro perché entrambi gli enti, così come i sindacati, sottoscrissero nel 2013 presso il ministero dello Sviluppo Economico il famigerato accordo sul via libera alla riconversione. L’operazione, come noto, si è presto rivelata un fragoroso buco nell’acqua: nel dicembre del 2010, quando fu avviata, fu fissato in 352 il numero dei lavoratori interessati (205 dello stabilimento, 37 interinali, 110 dell’indotto).

Uno studio di Nomisma Energia prevede l’impiego, relativamente alla provincia di Lecce, di 340 persone ogni anno nella fase di costruzione e 130 per la fase operativa (documento rintracciabile sul sito di Tap). A metà dicembre i tre principali appaltatori della sezione italiana del gasdotto (Saipem, Renco e Max Streicher) hanno avviato le selezioni per 64 posizioni (da operai generici a ingegneri ambientali, passando per il personale di segreteria e gli assistenti tecnici di cantiere) ed è dunque tutta da verificare, a partire da domani, la coerenza tra esigenze di impiego sui cantieri e disponibilità e qualifiche degli interessati.

Alla vice ministro, intanto, è stato di recente consegnato un elenco con circa 150 nominativi relativi ai lavoratori che erano confluiti nella Iacobucci. Del resto la parlamentare salentina conosce molto bene la vicenda Bat da molto prima di avere incarichi di governo: nel corso degli anni ha sollevato, anche con interrogazioni, seri dubbi sulla consistenza della riconversione e già nel 2010, dai banchi dell’opposizione, duellava con l’allora ministro agli Affari Regionali, Raffaele Fitto. È toccato poi a lei gestire il tavolo permanente (e inconcludente) romano quando, entrata nell’esecutivo, è stata prima sottosegretaria al Lavoro e poi vice ministro al Mise. In questa ultima veste, come noto, ha più volte difeso la linea del governo a difesa del gasdotto, accusando la Regione di non aver proposto siti alternativi a San Foca quando le procedure in corso presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri lo avrebbero ancora consentito.

E per una coincidenza che era impensabile quando Bat annunciò la dismissione dell’impianto leccese, Bellanova si ritrova, oggi, al centro di una operazione complessa. La questione è infatti delicata sotto molteplici aspetti: uno riguarda la consapevolezza  dei lavoratori, il cui nucleo più attivo è andato assumendo un profilo decisamente autonomo, dell’insofferenza della popolazione locale in un’ottica che potrebbe essere definita di solidarietà territoriale. Ma d’altra parte gli operai sono stremati, fino ad oggi privati di risposte credibili e dunque di una prospettiva che possa essere un minimo rasserenante. Di certo sono stanchi delle tante promesse mai mantenute e non hanno mai smesso di manifestare la loro rabbia e la delusione, sentendosi vittime di una truffa e di un tradimento, da parte dei sindacati e dei rappresentanti politici e istituzionali: ancora alla vigilia di Natale hanno sfilato per le vie del centro di Lecce, addobbate a festa, per poi essere ricevuti dal nuovo vescovo, Michele Seccia.

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Così la triste storia della più grande ferita al tessuto produttivo di Lecce si interseca con quella, aspramente discussa, del tubo voluto per alleggerire il peso della dipendenza energetica europea dalla Russia. In attesa di quanto accadrà a partire da domani, certo è che entrambe le questioni sono state gestite sulla testa dei diretti interessati, dei tanti lavoratori che erano impiegati in uno stabilimento con bilanci in attivo e dei cittadini che concordano con i loro sindaci e sull’incompatibilità del gasdotto con la vocazione turistica e sostenibile del loro territorio: la riconferma con percentuali bulgare di Marco Potì alla guida dell’amministrazione di Melendugno, per chi si attiene ai criteri della democrazia rappresentativa, è stata appena a giugno scorso la manifestazione di una chiara volontà.

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