Omfesa, nulla di fatto: Assifer fa marcia indietro sulla proposta di affitto

La società romana non investirà nello stabilimento di Trepuzzi perché sarebbe sconveniente: su verntinove carrozze, se ne salvano appena sei. E la fabbrica è da rimettere in sesto. Gli operai, intanto, stanno per compiere il primo anno di mobilità. L'11 incontro a Roma

Foto di repertorio.

LECCE – Si conclude con un nulla di fatto, clamorosamente, l’intenzione dell’azienda Assifer Service srl di fittare un ramo d’azienda della moribonda Omfesa di Trepuzzi. La trattativa, sfumata per comprensibili ragioni economiche, rappresenta l’ennesimo duro colpo inferto agli 86 lavoratori che tra pochi giorni compiranno il loro primo anno di mobilità.

Le già misere aspettative di riportare a nuova vita l’azienda metalmeccanica, fiore all’occhiello del Nord Salento, si sono spente il 3 marzo, data in cui la Assifer, società romana specializzata nel settore ferroviario e ramificata anche all’estero, ha risposto “picche” alla proposta di contratto inviata dall’avvocato Carlo Stasi, rappresentante della Curatela fallimentare: l’impegno a riprendere in mano le sorti della decadente Omfesa è venuto ufficialmente meno perché mancano i presupposti per proseguire con ulteriori approfondimenti, un’eventuale collaborazione fino, appunto, alla firma sul contratto di affitto.

I sopralluoghi preliminari agli accordi, avvenuti nella fabbrica fatiscente di Trepuzzi, hanno restituito un amaro verdetto: delle 29 carrozze rimaste in giacenza se ne possono salvare appena 6. La restante parte sembra essere destinata alla rottamazione. Il valore della commessa è bruscamente sceso dai 3 milioni di euro iniziali ai circa 100 mila attuali. L’investimento, quindi, non è più conveniente e a questo si aggiungerebbe un altro milione di euro necessario a rimettere in sesto i locali di Omfesa, ormai fuori norma e martoriati da una serie di furti.

“Lo scenario è decisamente mutato ed è comprensibile che Assifer abbia fatto un passo indietro rispetto a quella iniziale manifestazione d’interesse, comunicata a Confindustria nel mese di gennaio – ha commentato con amarezza Annarita Morea di Fiom Cgil -. Ora non ci resta che operare un’ennesima pressione su Trenitalia in occasione del prossimo tavolo ministeriale, al fine di capire quali siano le sue reali intenzioni”.  La richiesta di “garanzie sulla prospettiva di lavoro” vengono anche dal segretario Uilm Uil, Piero Fioretti che ritiene necessario, da parte dell’ex monopolista delle Ferrovie dello Stato, rendere gli investimenti convenienti per attrarre nuovi soggetti imprenditoriali. Ammesso che se ne trovino di altri, dopo l’ultimo saluto di Assifer.

L’amarezza degli operai, da quel giorno che ha sancito il rapido (quanto incomprensibile) fallimento dell’azienda che fu amministrata da Ennio De Leo, è al suo massimo storico. Circa la metà di loro è al di sotto dei 40 anni e la prospettiva che si apre davanti agli occhi è quella di un altro anno di mobilità, prima del nulla. Eppure l’entusiasmo nei primi giorni del 2014 era alle stelle: qualcuno parlava della possibilità di reimpiegare immediatamente una quarantina di lavoratori per completare la manutenzione di quelle carrozze che rappresentavano l’ultima commessa di Trenitalia. All’orizzonte si profilava persino la possibilità di pervenire ad una cessione del ramo d’azienda, dopo l’affitto.

L’11 marzo si ritornerà al Mise con un pugno di mosche in mano: il ministero ha convocato sindacati, Trenitalia, Regione Puglia, Provincia di Lecce e Comune di Trepuzzi per fare il punto della situazione. Ai segretari dei sindacati metalmeccanici non resta che sollecitare l’intervento delle massime cariche politiche, puntando sull’assessore regionale allo Sviluppo economico, Loredana Capone e sul sottosegretario al Lavoro, fresco di nomina, Teresa Bellanova.

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